La folle corsa di Sor Carletto La folle corsa di Sor Carletto
Per chi come noi ama il calcio ci sono gesti che rimarranno impressi nella memoria fino a che la nostra capacità di intendere e... La folle corsa di Sor Carletto

Per chi come noi ama il calcio ci sono gesti che rimarranno impressi nella memoria fino a che la nostra capacità di intendere e di volere ci assisterà. Per alcuni, tali gesti, hanno le sembianze di gol, per altri possono essere rappresentati da giocate incredibili, di quelle che si vedono una volta solo nella vita. Per quelli come noi che vivono il calcio in maniera romantica, viscerale, spontanea, tali gesti sono semplicemente dei momenti, ai quali basta ripensare un istante per ripercorrere esattamente quella giornata e sentirsi di nuovo vivi.

E’ così che potremmo descrivere uno dei nostri ricordi più belli legati al pallone, un’istantanea di un calcio genuino che sembra non poter più avere spazio nel calcio moderno, che vuole sempre più omologazione e ordine e che, in ultima analisi, finisce per appiattire tutto e tutti. L’episodio al quale ci riferiamo risale al 30 settembre 2001, data in cui si affrontarono Brescia e Atalanta, non una partita qualsiasi. Il protagonista non poteva che essere lui, Sor Carletto Mazzone, con la sua corsa a perdifiato sotto la curva ospite.
Che quel Brescia-Atalanta del 2001 potesse essere una partita speciale se lo sarebbe potuto immaginare chiunque: una rivalità atavica, sicuramente la partita più sentita da ambo le parti sia in campo che sugli spalti. Quello che in molti non avrebbero mai potuto immaginare, e che neppure il miglior sceneggiatore al mondo sarebbe stato in grado di concepire, è il finale di tale incontro, culminato con la già citata corsa dell’allenatore romano sotto la curva bergamasca.

E pensare che le cose si misero subito bene per Carletto ed il suo Brescia, passato in vantaggio al 24’ grazie alla rete del Divin codino. Queste partite però si sa, non rispondono a logiche di nessun tipo, così può capitare che nonostante tutto sembri in discesa, in realtà succeda l’esatto opposto. Il gol che doveva sbloccare psicologicamente la tua squadra in realtà si trasforma in pungolo per il nemico, che d’incanto si trasforma in carnefice spietato. A Roberto Baggio risponde tre minuti più tardi Sala seguito a ruota da Cristiano Doni. Nemmeno il tempo di capire cosa stia succedendo, il mondo capovolto in cinque minuti. Il primo tempo non finisce qui, proprio qualche istante prima di andare al riposo Comandini sembra spedire le rondinelle all’inferno. Tre a uno, tre schiaffi subiti in casa propria che fanno malissimo. Gli spalti ribollono di cori, di incitamento verso i propri colori, di odio per l’avversario. La curva bergamasca sembra aver individuato come bersaglio preferito non un giocatore, bensì un uomo seduto in panchina, uno che nella sua vita ne ha già viste tante di sfide così: Carletto Mazzone. L’animo umano però, e grazie al cielo aggiungeremmo noi, non risponde mai nella stessa maniera anche se sottoposto ai medesimi stimoli, così può capitare che le stesse parole un giorno incassate senza battere ciglio si trasformino in macigni da rispedire al mittente appena possibile. E’ questo che accadde quel 30 settembre del 2001 nella testa di Sor Carletto. Insulti alla sua famiglia, alla sua città natale e a qualsiasi cosa riguardasse la sua sfera privata. Chi segue il calcio sa che in occasione di partite come questa ci si gioca qualsiasi mezzo a propria disposizione pur di provocare l’avversario, e le offese fanno parte del contesto. Quello che non accade quasi mai è che uno dei protagonisti della partita risponda per le rime a tali provocazioni, e quando questo accade è più facile sia uno dei 22 sul terreno di gioco. Ma andiamo con ordine, c’è ancora metà partita da giocare, fondamentale in quanto rende possibile l’epilogo che è passato alla storia.

Le squadre tornano in campo, l’Atalanta getta due ottime occasioni alle ortiche che avrebbero messo quasi certamente la parola fine all’incontro. Dagli spalti cori e sfottò si intensificano, il bersaglio prediletto è sempre colui che si agita come un ossesso e urla dalla panchina bresciana.
Carletto subisce, Carletto incassa. Arriva però il momento in cui Carletto è saturo non ce la fa più. Sbotta con la genuinità che da sempre lo contraddistingue e promette la rimonta alla curva bergamasca. Per fare ciò è necessario che qualcuno dei suoi in campo lo assecondi, meglio se quel qualcuno abbia il codino e la 10 sulle spalle. Baggio accorcia le distanze, due a tre. Gli occhi di Mazzone si dirigono verso la curva bergamasca, per il momento solo quelli. Uno sguardo colmo di rabbia e rancore, che non nasconde le pessime intenzioni ma anzi le alimenta. Uno sguardo a cui fanno seguito poche parole. “Se famo er terzo vengo là sotto”, chi lo conosce hà già capito che non è una frase di circostanza. Secondo minuto di recupero: sempre dai piedi divini di Roberto Baggio parte una punizione insidiosa che Rinaldi spinge verso la porta atalantina. E’ il pareggio, il tre a tre promesso da Carletto che si materializza. E’ la scintilla che fa eruttare il vulcano Mazzone che si abbandona ad un corsa liberatoria, spontanea e genuina come poche altre cose accadute nel mondo del pallone.

Collina lo espellerà, tutti parleranno di lui e di quei secondi di lucida follia. A Sor Carletto, uomo di parola, non importa nulla di tutto ciò.

Avevo promesso a quei tifosi che mi sarei fatto sentire in caso di pareggio – ha spiegato il tecnico del Brescia – sono stato di parola. E sul pari sono andato, e ho detto loro di tutto. Ora paghero’ quel che devo, ma qualsiasi siano i giudizi su di me domani, me ne sbatto

Chiamateci romantici, sciocchi, sognatori o come diavolo vi pare. Dio solo sa quanto pagheremmo per un momento di calcio come questo al giorno d’oggi, dove non sembra esserci più il minimo spazio per la spontaneità. Dateci altri mille 30 settembre 2001, non chiediamo altro.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo

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