Braccia conserte, sguardo rivolto verso il basso, l’espressione di chi non sta capendo nulla di ciò che accade attorno a sé e vorrebbe solamente...

Braccia conserte, sguardo rivolto verso il basso, l’espressione di chi non sta capendo nulla di ciò che accade attorno a sé e vorrebbe solamente scomparire dentro a quel giaccone invernale. La testa piena di pensieri, dubbi, paure. Le certezze che si diradano e lasciano spazio allo smarrimento.

L’immagine che ci consegnano le telecamere approntate a Goodison Park è di quelle forti, destinate a lasciare il segno se non altro perché, nel giro di pochi istanti, ha già fatto il giro del mondo e ce la ritroviamo davanti al nostro schermo.

 

Se è chiusa la lotta al titolo? Si, siamo a 10 punti, direi che è chiusa. Per secondo e terzo posto c’è ancora tempo, ho detto solamente ai miei giocatori di non guardare la classifica. A fine anno tireremo le somme – Pep Guardiola

Non è una dichiarazione di resa, quanto più semplicemente una presa di coscienza che la sua squadra, e di conseguenza la sua idea di gioco, non è ancora settata correttamente per la vincere la Premier League. Il che, di per sè, non sarebbe così clamoroso: allenatore nuovo in un campionato nuovo, tanti giocatori arrivati e qualcuno epurato, una filosofia di gioco assolutamente radicale che, pertanto, richiederebbe un lasso di tempo minimo per essere metabolizzata.

In realtà, la cosa strana è che il suo Manchester City aveva iniziato la Premier League da schiacciasassi: sei partite, altrettante vittorie convincenti con la ciliegina sulla torta del derby vinto contro il rivale di sempre Mourinho.

Poi qualcosa si è incrinato, la difesa ha iniziato ad imbarcare acqua da tutte le parti, il centrocampo ha cominciato a palesare le numerose lacune e l’attacco, improvvisamente, si è inceppato. Difficile dire dove comincino le responsabilità di squadra, evidenti, e dove invece quelle dell’allenatore che, dopo il periodo iniziale positivo, sembra aver peccato in presunzione.

I detrattori di Guardiola lo aspettavamo al varco: “Vedrete fuori da Barcellona, che fine farà”, un motivetto sentito e risentito anche dopo l’esperienza bavarese del tecnico catalano, conclusa sì con 3 campionati vinti in 3 anni, ma non in grado di fugare tutti i dubbi riguardanti l’assoluto valore di Pep, lontano da determinati contesti.

Ecco perché l’esperienza a Manchester può essere considerata lo spartiacque della sua ancor breve carriera, quella che, se conclusa positivamente, metterebbe d’accordo pressoché tutti mentre invece, se fallita, riaprirebbe l’annosa questione dell’allenatore vincente solo con i migliori giocatori e in determinati contesti.

E’ ancora presto, certamente, ma alcuni dati sui quali discutere già li abbiamo: il suo City ha perso 4 partite delle ultime 8 giocate, in cui ha subito 12 reti, è la squadra che ha collezionato più espulsioni in tutta la Premier League, già 4, ed il portiere, Claudio Bravo voluto fortemente da Pep a scapito di Joe Hart, si è fatto infilzare ben 13 volte negli ultimi 21 tiri recapitati verso la sua porta.
La sconfitta subita ieri contro l’Everton, per 4-0, è la peggiore subita da Pep Guardiola da quando allena.




Solo i numeri possono aiutarci a capire ma non ci spiegheranno mai completamente le ragioni di un risultato, specialmente nel calcio dove questi dipendono da una miriade di fattori alcuni dei quali assolutamente non ponderabili. Quello che aiuta maggiormente nell’analisi, in questi casi ma è una considerazione valida sempre, è guardare le partite.

Il Manchester City di questi ultimi mesi è una squadra spaesata, in balia di eventi che sempre più spesso sembra non sapere fronteggiare, una squadra ad esatta immagine e somiglianza del proprio tecnico, con il capo abbassato e le braccia conserte.

Da un punto di vista tecnico, il problema più evidente è a centrocampo che, con l’infortunio di Gundogan, perde l’unico uomo in grado di dare le geometrie necessarie perché il gioco voluto da Guardiola abbia un minimo di senso. Fernandinho e Yaya Tourè sono ottimi giocatori ma il primo è sicuramente più un distruttore di gioco che non un creatore mentre il secondo, nonostante alcune reti importanti, sembra aver perso lo smalto che ne aveva caratterizzato le sue annate migliori.

Per far fronte a ciò, e anche per la sua voglia matta e compulsiva di sperimentare, Pep ha provato a stravolgere più e più volte lo schieramento tattico; il City è la squadra che ha cambiato più volte l’11 titolare in tutta la Premier League: Kolarov è stato impiegato come centrale di difesa, come uno dei due centrali di centrocampo davanti alla difesa (proprio ieri contro l’Everton), quasi mai nella sua posizione naturale di terzino.
Otamendi, in relazione al prezzo pagato dal City per averlo, si sta dimostrando semplicemente inadeguato.

Anche in attacco Pep Guardiola ha faticato parecchio per venire a capo del bandolo della matassa e, a quanto pare, non ci è riuscito. Ha dimostrato fin da subito di avere moltissima fiducia in Kelechi Iheanacho, anche a scapito del Kun Auguro (come avvenuto per esempio nella gara contro il Burnley quando l’argentino è entrato a partita in corso e l’ha decisa), ha cambiato più volte lo schieramento tattico impiegando Nolito, Navas, De Bruyne, Sterling e Silva nelle più disparate posizioni (emblematico il 3-3-1-3 con il quale si è consegnato a Ranieri), più in generale ha mostrato quell’attitudine da scienziato pazzo che si è trasformata ben presto in confusione totale.

L’impressione da fuori è che, nel suo orgoglio smisurato, non si voglia rassegnare all’idea che la sua concezione di gioco, con questa squadra a disposizione, è semplicemente inattuabile.




Dopo l’esclusione dalla top 10 degli allenatori più influenti della storia, stilata pochi giorni fa dalla UEFA, e dopo aver dichiarato, di recente, che si sente già nella fase finale della sua carriera da allenatore, per Pep non sono assolutamente tempi facili, sotto il cielo grigio e la pioggerellina insistente di Manchester.

Prima di oggi ho allenato per 8 anni, tra Spagna e Germania, e vinto 7 titoli. Ho sempre vinto, ecco questa è la cosa veramente straordinaria”.

I conti, come sempre, si faranno alla fine ma senza ombra di dubbio questo è il punto più basso raggiunto nella carriera da allenatore di Pep Guardiola.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo