La chance di Manolo Gabbiadini La chance di Manolo Gabbiadini
E’ la sera del 17 settembre, quando l’incubo di Manolo Gabbiadini si concretizza. Incubo sportivo, si intende, nessuna questione di vita o di morte.... La chance di Manolo Gabbiadini

E’ la sera del 17 settembre, quando l’incubo di Manolo Gabbiadini si concretizza. Incubo sportivo, si intende, nessuna questione di vita o di morte. Eppure. Eppure quella tragedia squisitamente calcistica, pur senza ucciderti, è comunque in grado di stritolare il tuo cuore, bruciare il tuo fegato, trapanare il tuo stomaco.

Aspettava da tempo la propria occasione, Manolo. Dopo una stagione trascorsa all’ombra della nuova divinità argentina, el señor Nueve, l’idolo dell’arena azzurra. Mister Trentasei. Trentasei gol, trentasei abbracci sotto la curva, trentasei volte ad esultare con quella rabbia cieca, tipica di chi vuole distruggere qualsiasi limite. E Manolo in panchina, ad applaudire, ad ascoltare lo speaker ripetere per tre, quattro, cinque volte quel nome. Gonzalo. Higuain. E poi di nuovo ad allenarsi, a sudare, in silenzio.

Sorride pochissimo, il ragazzo di Calcinate. Quando lo fa, le labbra si piegano appena, come se i muscoli facciali soffrissero della timidezza di un adolescente al primo giorno di liceo. E’ schivo, ma la scarsa propensione alle chiacchiere nasconde una folle determinazione. La stessa che lo porta ad accendersi in campo, all’improvviso, con quel sinistro al tritolo (può tirare praticamente da qualsiasi posizione, e non è raro vederlo testare la reattività del portiere avversario).

La stessa determinazione che lo ha condotto a Napoli, dopo una vita ed una carriera trascorse fra le pianure del nord e la sponda blucerchiata di Genova. All’ombra del Vesuvio, infine, con il sogno di un’intera città da realizzare. Un sogno più grande del tempo stesso. Magari da protagonista: chissà che il pensiero di un simile trionfo non lo abbia sfiorato. Dietro quello sguardo pacato, chissà che non si nascondesse una sprezzante volontà di conquistare la gente del San Paolo. Diventare il loro attaccante.

Più facile a dirsi che a farsi, con la divinità argentina in campo. Gonzalo, maledetto e benedetto Gonzalo. Trentasei gol, dicevamo. Trentasei contro cinque: un paragone ignobile per un professionista esemplare come Manolo. Ma la divinità non impiega molto tempo a crollare, trascinando con sé tutto il bagaglio di ammirazione, orgoglio, lacrime di gioia. Soltanto un’estate, probabilmente la più dolce di sempre per il ragazzo di Calcinate. “Adesso tocca a te”.

Tutto troppo facile. El señor Nueve viene sostituito da un signor Noventa y nueve. Arkadiusz dell’Alta Slesia atterra nell’universo napoletano con più promesse che certezze. Eppure. Eppure un certo presentimento deve aver attanagliato la mente di Manolo, vedendo quel gigante polacco arrivare al centro sportivo. Soltanto per un secondo, subito scacciato via, con la sua solita personalità da uomo d’arme silenzioso. Non importa che Milik abbia segnato valanghe di gol con la maglia dell’Ajax in Eredivisie. Questo è un altro campionato. Questa è un’altra stagione. “Questa volta siamo tutti alla pari”.




E arriviamo al 17 settembre, a Napoli-Bologna. Milik ha già incantato Maurizio Sarri sin dalle prime settimane, stendendo il Milan con una doppietta alla seconda giornata e regolando la Dinamo Kiev con altri due gol in Champions. Ma stavolta Arkadiusz si accomoda in panchina: è Gabbiadini a partire titolare. In poco più di sessanta minuti di gioco, Manolo riesce a malapena a guadagnarsi una palla giocabile. Rincorre gli avversari, strappa applausi in ripiegamento, si sbatte. Si sbatte come al solito. Ma di occasioni per liberare il sinistro e sfondare la porta, per quella che sarebbe la prima rete stagionale, di quelle neppure l’ombra. A segnare è invece il solito Callejòn, sul solito inserimento capillare, premiato da una palla al bacio di Insigne.

L’incubo prende forma nel secondo tempo, quando Simone Verdi inventa un missile da distanza siderale che beffa Reina. E’ 1-1, il San Paolo trattiene il respiro per una manciata di secondi increduli. Sarri richiama Gabbiadini: il gigante polacco si toglie la pettorina, pronto a risolvere la situazione.
Cinque minuti più tardi, al primo pallone toccato, Milik beffa Da Costa con un cucchiaio meraviglioso. Lo stadio esplode di una gioia collerica: hanno trovato il loro nuovo idolo. Il loro attaccante.

L’espressione dipinta sul volto di Manolo potrebbe raccontare un intero libro di storie, tutte molto tristi. E’ seduto a lato della panchina, accanto a Sepe, e si abbraccia le ginocchia. Lo sguardo è spento, fisso sulla verde vacuità del campo, le labbra serrate. Abbassa gli occhi per qualche secondo, arreso all’evidenza di quella serata da cani.

Sapete qual è la vera qualità di Manolo Gabbiadini? La calma durante l’attesa. Nel momento in cui altri cederebbero alla disperazione, mollando calci a qualsiasi cosa vi sia di fragile nelle vicinanze. Nel momento in cui molti cadrebbero nel fatalismo. “Doveva accadere. Non sono destinato ad essere questo. Non diventerò mai il loro attaccante”. No, lui aspetta, paziente. Si sbatte, come al solito. E in quel momento, la chance arriva.

Il Chievo sembrava aver guadagnato una certa sicurezza. E’ una squadra organizzata, lucida. Ma il passaggio di Callejòn arriva puntuale, sul solito inserimento capillare. E Manolo è lì, sa già cosa fare per battere Sorrentino. Perché quell’avversario è solamente l’ennesimo, sulla strada che conduce al sogno di un’intera città.

Il sinistro è armato. La palla gira, docile, e colpisce il bersaglio. Incubo scacciato.

Mattia Carapelli
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