La caduta della Dea La caduta della Dea
Guardare la parte bassa della classifica oggi, dopo 8 partite disputate e prima della seconda sosta per le Nazionali, fa una discreta impressione. C’è... La caduta della Dea

Guardare la parte bassa della classifica oggi, dopo 8 partite disputate e prima della seconda sosta per le Nazionali, fa una discreta impressione.

C’è il -1 del Chievo, ma lì entrano in gioco questioni che con il calcio giocato hanno poco a che vedere, ma c’è soprattutto l’Atalanta al quartultimo posto, ad una sola lunghezza dalla zona retrocessione.

Sei miseri punti guadagnati in 8 giornate, frutto dell’unica vittoria sino a qui in campionato, arrivata contro il Frosinone all’esordio e di tre pareggi, contro Milan, Roma e Torino.

Se anche negli anni passati le partenze dell’Atalanta targata Gasperini non erano state delle migliori, è comunque vero che il gioco espresso dalla squadra era indubbiamente di alto livello, cosa che si può dire solo in parte di questo primo inizio di stagione.

Paradossalmente le partite che la Dea ha interpretato meglio, se si esclude quella contro il Frosinone contro cui hanno banchettato più o meno tutti, sono quelle contro avversari di medio-alta classifica, leggasi Roma, Milan e Fiorentina, mentre contro avversarie sulla carta più abbordabili ha faticato enormemente.

Quando sei abituato a sorprendere, come accaduto all’Atalanta nelle precedenti stagioni, la gente si aspetta sempre qualcosa in più, dimenticando che nel calcio, spesso e volentieri, non è tutto lineare.

Se sei arrivato settimo, devi almeno ripeterti, se non arrivare a ridosso della Champions League, se sei stato eliminato ai sedicesimi di finale di Europa League è imperativo morale arrivare agli ottavi, meglio ancora ai quarti o in semifinale.

Questo soprattutto se i risultati raggiunti non sono stati frutto del caso, ma di un lavoro lento e costante sui meccanismi di gioco, sulla testa dei giocatori, sulla crescita dei giovani.

Tutte cose che i nerazzurri avevano fatto magistralmente sotto la guida di Gasperini e non c’era motivo di dubitare lo facessero anche in questa annata. Eppure qualcosa non sta funzionando: la squadra crea meno, conclude meno, produce meno. Non si può nemmeno dare la colpa al doppio impegno perchè la Dea è stata eliminata subito anche dall’Europa League, per mano del Copenaghen ai calci di rigore.

E allora cos’è cambiato? Cosa non sta funzionando in un meccanismo che sembrava magico, dal tanto che era perfetto?

Forse la risposta sta nella domanda stessa: quando si vanno a modificare alcune alchimie che stavano funzionando a meraviglia il risultato non è sempre prevedibile.

Quando Percassi ha ceduto in estate Caldara, Cristante e Petagna prendendo Ali Adnan, Pasalic, Rigoni e Duvan Zapata, solo per citare i movimenti di mercato più significativi, non pensava certo di peggiorare la squadra, pur essendo consapevole di averla privata, in pratica, della spina dorsale.

Probabilmente non era così scontato sostituire Spinazzola, il cui prestito era terminato, con un altro giocatore di uguali caratteristiche e lo stesso vale per i giocatori sopracitati.

Parlare con il senno di poi è sempre facile ma in pochi, ad esempio, non avrebbero visto un vantaggio netto nell’avvicendamento Zapata-Petagna. Un attaccante in procinto di esplodere, dopo l’annata super positiva a Genova, nel sistema di gioco di Gasperini, farà sicuramente sfracelli. Questo si diceva, sottovalutando magari il gioco che faceva Petagna per i compagni e che Zapata, per caratteristiche, non è ancora in grado di fare.

Col tempo, che è quello che alla fine ci dirà come sempre chi ha ragione e chi torto, forse Zapata diventerà davvero illegale in un sistema di gioco che si adatterà alle sue caratteristiche. Al momento, però, è ancora fermo a quota 0 gol in campionato.

A ciò si aggiunga che uno dei giocatori più positivi dello scorso anno, se non il più positivo, ovvero Ilicic, è stato ai box per lungo tempo ed è rientrato in gruppo da poco, saltando gran parte della preparazione estiva.

La realtà è che quando si cambia tanto, ed in modo radicale, bisogna avere la lungimiranza di capire che non è scontato che la scintilla scocchi subito, nè tantomeno che scocchi. Pasalic, Rigoni, Zapata e chi per loro non sono improvvisamente diventati bidoni, hanno probabilmente bisogno di adattarsi ad un sistema di gioco non così scontato.

Il vero problema di questa squadra, per la filosofia dell’allenatore e per come è stata costruita, è che difficilmente vincerà partite giocando male, cosa che in momenti come questi potrebbe essere una dote non da poco.

Prima però di dare per spacciata questa squadra o meglio, prima di condannarla ad un campionato di medio-bassa classifica, aspetteremmo ancora un po’, perchè se la scintilla dovesse scoccare all’Atleti Azzurri d’Italia potrebbero tornare a divertirsi.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo