La predestinazione, nel calcio, non sempre esiste. Ci sono carriere che percorrono strade impervie fino ad arrivare alle cime più gloriose, ci sono carriere...

La predestinazione, nel calcio, non sempre esiste. Ci sono carriere che percorrono strade impervie fino ad arrivare alle cime più gloriose, ci sono carriere che diventano discese verso gli abissi più profondi. E ci sono poi certe carriere, certe storie, che hanno rischiato di non esistere. Calciatori che al pallone avrebbero anche potuto non giocarci mai, perchè il calcio era solo un passatempo, nemmeno troppo amato. E invece, oggi, il calcio è il destino e il futuro di quelle storie.

E’ il caso di Geoffrey Kondogbia, il centrocampista classe 1993 nato a Nemours e approdato ieri all’Inter per 35 milioni di euro, terzo acquisto più costoso della storia della società nerazzurra. L’idea dell’Inter è chiaramente quella di andarsi a prendere alla fonte il nuovo Pogba: ed effettivamente il paragone spesso ripetuto in questi giorni è stato quello con il connazionale juventino. Ma se Kondogbia ricorda Pogba per movenze e per fisico, ha meno tecnica e più fisico rispetto allo juventino, più corsa e meno incisività in zona gol. Kondogbia però può diventare complementare a Paul nel centrocampo della Francia, per una generazione di talenti che sembra pronta a conquiste degne di una generazione dorata e che noi, forse, potremo solo sognare.

E, a proposito di sogni, quello di Geoffrey Kondogbia non era esattamente quello di diventare calciatore. No, perchè, il ragazzo cresciuto a Nandy, del pallone non ne voleva sapere. Il padre, che nel suo ragazzo credeva parecchio, continuava imperterrito a pagare l’iscrizione alla scuola calcio, che Kondogbia puntualmente preferiva evitare, per dedicarsi al suo sport preferito: la boxe. Via da quei campi in cui si correva troppo, in cui bisognava stare a sentire l’allenatore, in cui bisognava passare la palla ai compagni che la chiedevano. Via dalla disciplina, dall’ordine, dalla tattica. Via, verso quello sport in cui tu e l’avversario siete uno di fronte all’altro. Occhi contro occhi, pugni contro pugni. Nessuna possibilità di scappare, chi resta in piedi vince, chi cade per terra perde. Una metafora della vita in un quadrato di sei metri per sei, una gabbia in cui dimostrare al mondo la voglia di prenderlo a pugni.

Mio padre mi pagava le iscrizioni ma io preferivo giocare con gli amici, farmi dei giri in bici o giocare per strada. Nel club odiavo la disciplina, fare i passaggi, così non ci andavo mai. Al limite volevo dribblare e divertirmi. Anzi volevo solo fare della boxe. Un giorno andai da mio padre per dirglielo e mi disse che sarebbe stata l’ultima iscrizione che mi avrebbe pagato.

Poi, qualcuno fa capire a Geoffrey che i pugni non fanno per lui. Che quello sport è bello, ma che il calcio avrebbe potuto portarlo lontano. Via dal ring, via dalla boxe. Via, da un quadrato a un rettangolo. Via, di corsa, mettendo in campo tutta quella fisicità e voglia di lottare che Geoffrey voleva sfogare a pugni. Via, verso le chiavi del centrocampo del Lens, del Siviglia, del Monaco, dell’Inter, da domani. Chissà se Geoffrey Kondogbia ha ancora voglia di fare a pugni.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro