Kiss kiss bang bang: la vendetta di Roy Keane Kiss kiss bang bang: la vendetta di Roy Keane
La vendetta è volgare, come il rancore. La vendetta puzza di stantio. Di acredine. La vendetta, spesso, è quella che ti tiene a galla.... Kiss kiss bang bang: la vendetta di Roy Keane

La vendetta è volgare, come il rancore. La vendetta puzza di stantio. Di acredine. La vendetta, spesso, è quella che ti tiene a galla. Ci sono calciatori che ci campano, con la vendetta. Squadre che non vedono l’ora di rivalersi, allenatori che non fanno altro che rimuginare. Roy Maurice Keane, nato nella periferia di Cork il 10 agosto 1971, è uno di questi

Il derby di Manchester, si sa, non è stata mai una partita semplice. Così come non è stato mai semplice gestire Roy: uno che – per dirne una – si prendeva a pugni in faccia con il suo allenatore, Brian Clough, ai tempi dell’esordio con il Nottingham. Quel 21 aprile 2001, quell’ennesimo derby di Manchester, non fu una partita come le altre. Si reggeva su fili intricati, storie lontane, scontri che duravano da 4 anni. Manco le migliori matrioske russe.

Per dare forma alle cose, dobbiamo così tornare indietro al 27 settembre 1997. Manchester United-Leeds, partita non banale. Uno scialbo 1-1 finale, se non fosse per un episodio che generò tutto. Le conseguenze dell’odio. Roy Keane, il solito, scarpe Umbro, maglia United rossa di una bruttezza inenarrabile, cade a terra in area di rigore dopo un lieve contrasto con Alf-Inge Haaland, centrocampista norvegese dai capelli biondi (ovvio) e dal cognome quasi impronunciabile (ci avete provato?).

Il norvegese dal cognome impronunciabile – che ne frattempo si era beccato ad ogni contrasto con l’irlandese – si avvicina a Keane, e gli intima di alzarsi. Sbattendogli un sorriso ironico in faccia. Keane è a terra col legamento rotto, il fegato in gola e la voglia di farlo tacere una volta per tutte, quel norvegese. Risultato? Un disastro. Keane rimarrà fuori dal terreno di gioco per più di un anno: il Manchester butterà al vento un vantaggio di 11 punti. I nemici dell’Arsenal vinceranno per la prima volta la Premier con al timone Arsene Wenger.

Quattro lunghi anni dopo, il derby di Manchester rappresenta l’occasione perfetta per avere la propria vendetta. Keane non ha dimenticato quel giorno. E non vede l’ora di giocarla quella fottutissima partita. I giornalisti sportivi del Regno Unito sono euforici. “Avevo aspettato abbastanza a lungo”, scrisse Roy nella sua biografia postuma. La partita è serrata. È il minuto 71 quando Paul Scholes ha il tempo di sbagliare un calcio di rigore, ribattuto in rete da Teddy Sheringam, incoronato giocatore dello United dell’anno.

L’altra metà di Manchester, quella blu, pareggia all’84’ con Steve Howey grazie a un colpo di testa “sugli sviluppi di un calcio d’angolo”, recitano le fedelissime cronache dell’epoca della BBC. Fino al minuto 86, quando la vendetta si è consumata. Con quello che – senza ombra di dubbio – può essere considerato uno dei falli più delinquenziali della storia del calcio, Roy Maurice Keane affonda i suoi tacchetti Umbro nel ginocchio dalla pelle bianca di Haaland. Il norvegese cade a terra. I compagni, imbufaliti, gli si fanno sotto, come da scudo. Ma per Keane non è finita. Gli si avvicina, e vomita tutta la rabbia passata nel suo fegato lungo quei 4 anni.

L’arbitro, David Elleray, non può far altro che espellere per la quarta volta nella sua carriera Roy Keane. Rosso diretto, squalifica e multa da 5.000 sterline da parte della Federazione. Haaland, il norvegese, tentò di ricominciare a giocare. Ma dopo la rottura del legamento in quel tremendo contrasto dovette appendere, definitivamente, gli scarpini al chiodo.




Roy Keane, invece, non ha smesso di correre. E di provocare. Nella biografia pubblicata pochi mesi più tardi, anno domini 2002, l’irlandese ammetteva la volontarietà del gesto. “Avevo aspettato abbastanza a lungo”, si legge. La Federazione non ha visto la cosa di buon occhio. Così come non ha gradito l’intervista messa a verbale il 1 settembre 2002 con l’edizione sportiva domenicale dell’Observer, in cui Keane, 31 anni, alla chiara domanda “ha dei rimpianti sul fallo commesso?” rispose candidamente: “No. Mai. Neanche nei minuti successivi, nello spogliatoio. Haaland ha avuto quello che si meritava. Occhio per occhio”.

È vero, Dunphy Eamon, giornalista, confessò di aver forzato un po’ la trascrizione del pezzo. Ma la sostanza, insomma, era quella. Risultato: multa record da 150.000 sterline e squalifica per ulteriori 5 match. In un’intervista al Daily Mail del 2007, Haaland non riusciva ancora a pronunciare il nome di Keane. “È ancora lì, ogni giorno”. Il ginocchio gli faceva ancora male. “Ma dovevo accettarlo”, sentenziò.

Dicono che a 14 anni Roy scrivesse di suo pugno lettere di presentazione alle squadre inglesi, inviando la propria scheda, per chiedere un provino. Crescere nei sobborghi di Cork con un padre disoccupato da 10 anni e un sussidio statale come unica entrata in famiglia non era mica facile. Il football, però, era l’unica passione. Quelle lettere non hanno mai avuto risposta. Ma dopo aver fatto breccia su alcuni osservatori inglesi, Keane fu acquistato dal Nottingham per 30mila euro. Dicono che Roy fosse l’uomo perfetto per i tabloid: qualche Guinness di troppo e via con le scazzottate.

Il suo primo arresto è datato 1992. Poi la retrocessione col Nottingham, e il colpo di fulmine con Sir Alex Ferguson, che lo vuole a tutti i costi. Roy Keane sarà venduto per 5 milioni di euro nel luglio del ’93: è il giocatore più pagato nella storia per il mercato britannico. Dicono di lui che non riuscisse a controllare il suo istinto in campo. Dicono che i tackle fossero troppi. Dicono che Al Capone facesse anche del bene. Il guaio è che scendeva in strada e sparava alla gente. “Roy Keane –  a detta di Brian Clough – era l’Al Capone del Manchester United”. Dicono che ogni domenica, Roy Keane, andasse fisso a messa. Rigorosamente in compagnia di sua moglie e dei suoi cinque figli. Anche i boss, a volte, devono mantenere la propria rispettabilità.

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1

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