Justin Fashanu, storia di un ragazzo Justin Fashanu, storia di un ragazzo
Ci sono dei muri che anche nell’anno del Signore 2015 faticano a venire giù, anche e soprattutto nel mondo del calcio. Ci sono cose di... Justin Fashanu, storia di un ragazzo

Ci sono dei muri che anche nell’anno del Signore 2015 faticano a venire giù, anche e soprattutto nel mondo del calcio. Ci sono cose di cui, anche in uno spogliatoio in cui entrano le telecamere qualche minuto prima della partita, non si può proprio parlare. Delle parole che non si possono dire, delle parole che fanno abbassare gli sguardi e chiudere le bocche. Dei veri e propri tabù. Uno di questi, uno dei più grandi è l’omosessualità nel mondo del calcio.

E quando si parla di omosessualità e calcio, non può non venire in mente una triste storia. Una storia che avrebbe potuto insegnare tanto e che invece, ancora oggi, è circondata da un alone di mistero e di omertà. E’ la storia di Justin Fashanu, è la storia del primo calciatore dichiaratamente gay. Siamo nell’Inghilterra degli anni ’80, un Paese non proprio noto per la sua tolleranza e per la sua apertura a costumi diversi da quello che la maggioranza considera ordinari.

Justin Soni Fashanu è un promettente calciatore di origine nigeriana che, nei primi anni ’80, si affaccia al mondo del professionismo. Una promessa, una piccola stella destinata a brillare alta nel firmamento del calcio anglosassone. Nel 1981 mette gli occhi su di lui nientemeno che Brian Clough, il leggendario allenatore del Nottingham Forest. E, se nel 1981 Cloughie mette gli occhi su di te, vuol dire che hai qualcosa di speciale, che sei destinato a fare grandi cose. Sempre se qualcosa non dovesse decidere di mettersi di traverso.

Il Nottingham Forest sgancia un milione di sterline per accaparrarsi le prestazioni dell’attaccante. Una cifra che, da sola, fece notizia. Justin Fashanu era il primo calciatore nero ad essere pagato con un assegno a sei zeri. Ma, purtroppo per lui, sarebbe stato un altro il motivo che lo avrebbe consegnato alla storia del calcio.

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Lo spogliatoio di una squadra di calcio è un luogo sacro, inviolabile. E negli anni ’80 doveva esserlo molto di più di quanto lo sia ora. Tutti compatti, tutti dalla stessa parte. Tutti allineati e coperti. Tutti uniformati alle idee dell’allenatore, soprattutto se l’allenatore è Brian Clough. E’ nello spogliatoio del Nottingham Forest che Justin Fashanu inizia a sperimentare sulla sua pelle le terribili sensazioni che lo accompagneranno per il resto della sua esistenza. E’ tra quelle mura che si sente a disagio, che si sente diverso, escluso. E’ lì che sente le risatine dei compagni, le loro parole pesanti, è lì che sente la fiducia del suo allenatore venire meno, è lì che assiste alla sua lenta e disperata discesa verso gli abissi. Gira voce che Justin ami frequentare locali e bar gay. Gira voce che Justin sia omosessuale. E’ una voce che a Brian Clough, allenatore che incarna il duro per antonomasia, il difensore dei valori tradizionali, non piace per niente. Brian Clough decide che Justin Fashanu non sarà mai uno dei suoi ragazzi.

“Dove vai se vuoi una pagnotta?”
“Da un fornaio, immagino”
“Dove vai se vuoi un cosciotto d’agnello?”
“Da un macellaio, immagino”
“E allora perchè continui ad andare in quei fottuti locali per froci?”

Questo, riportato nella sua autobiografia, era solo una delle angherie che Justin doveva sopportare giorno dopo giorno. Questo era quello che faceva sentire, giorno dopo giorno, mese dopo mese, Justin Fashanu diverso. Un ospite indesiderato. Un peso per i suoi compagni. Un elemento di disturbo all’armonia del gruppo. Il tarlo dell’omofobia, il disprezzo per il suo modo di essere, si insinuava nell’animo di Justin e lentamente lo consumava. In campo non era più quella promessa luminosa. Era solo l’ombra di se stesso. Tutto bruciato, in nome di quello che lui era.

Justin Fashanu viene estromesso dagli allenamenti, viene mandato via dalla squadra, a poco a poco. Si fa male più di qualche volta, cambia un mare di squadre. Ovunque vada, si porta dietro un macigno. Non è più un calciatore. E’ solo una persona che tutti guardano con occhi diversi. Un intruso nello spogliatoio, un nemico da non far entrare a nessun costo nella vita di chi di calcio campa. La situazione è insostenibile, anche per un ragazzo abituato a sopportare tutto questo. Dopo essere andato anche in Canada e Stati Uniti, nel 1990 Justin Fashanu dichiara pubblicamente al mondo la sua omosessualità. Allarga le braccia, mostra il petto. Ora potete spararmi. Ora potete colpirmi in petto e fare di me quello che volete. Io sarò qui, a testa alta, orgoglioso di quello che sono.

Non andrà esattamente come sperato. Il disprezzo dei compagni, degli avversari, del pubblico, sarà un crescendo continuo. Persino suo fratello John, attaccante del Wimbledon, lo rinnegherà. Persino il sangue del suo sangue si rifiuterà di farsi vedere con lui. E’ uno degli ultimi colpi al cuore per Justin. La sua parabola calcistica precipita, una picchiata senza sosta. Cambia una squadra all’anno, un pellegrinaggio che non trova mai pace. Va via, scappa negli States, per sempre. Termina la carriera da calciatore, sperando di dimenticarla il più in fretta possibile, e inizia quella da allenatore.

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Non andrà meglio. Nel 1998, nel Maryland, un ragazzo si reca ad una stazione di polizia, denuncia una violenza sessuale. Dice di aver passato la serata con un uomo, dice di essere stato anestetizzato a colpi di marijuana e di essere stato oggetto di violenza. Quell’uomo è Justin Fashanu, che negherà. Quell’uomo è Justin Fashanu, che continuerà a dire che quel diciassettenne era consenziente. Ma contro i pregiudizi, contro il grilletto dell’opinione pubblica spianato addosso, non si può fare nulla. Mai.

Justin Fashanu lo sa. Justin Fashanu ne ha vissute troppe sulla sua pelle. Justin Fashanu non ne può più di questa vita, di queste accuse. Il 3 maggio del 1998 Justin viene trovato in un garage di Londra, dove era tornato per difendersi dalle accuse. Per tentare di fuggire ad un destino che sembrava già scritto, il destino di un Paese che per la violenza sessuale prevedeva la pena di morte. Justin Fashanu viene trovato in un garage. E’ un corpo senza vita, un corpo appeso ad una corda che penzola a qualche metro di distanza dal pavimento. La parabola di Justin Fashanu ha toccato il fondo. Justin si è impiccato sperando di trovare altrove quella serenità che non ha trovato in terra. Sperando di essere d’esempio per chi vivrà il suo Inferno negli anni a venire. Ucciso dall’intolleranza e dall’odio di un mondo che non gli è mai veramente appartenuto e del quale non ha mai fatto veramente parte.

Sperò che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace, infine.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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