Juan Román Riquelme, se ne va El ultimo Diez Juan Román Riquelme, se ne va El ultimo Diez
Non è facile portarsi appresso le chiavi della Bombonera. Non è facile indossare la 10 del Boca senza sentirne il peso schiacciante, opprimente. Non... Juan Román Riquelme, se ne va El ultimo Diez

Non è facile portarsi appresso le chiavi della Bombonera. Non è facile indossare la 10 del Boca senza sentirne il peso schiacciante, opprimente. Non è cosa da tutti far battere il cuore della “12” al ritmo del tuo. Eppure, Juan Román Riquelme, el Ultimo Diez che oggi saluta il calcio, lo ha fatto come se nulla fosse. Lo ha fatto come se nulla fosse perchè per lui tutto era naturale, tutto era esattamente come il primo giorno. Perchè, quando ami alla follia quello che stai facendo, non te ne accorgi neanche. Non lo senti il peso, non la senti la responsabilità.

Alla Bombonera, ogni volta che la palla arrivava nei dintorni del Diez, tutti trattenevano il fiato. Sapevano, che di lì a poco, qualcosa sarebbe accaduta. Juan Román Riquelme avrebbe creato qualcosa. Anche se prendeva palla a centrocampo, qualcosa, qualcosa di meraviglioso, poteva succedere. Un movimento sinuoso, una carezza alla palla, come solo lui sapeva fare. Un giro di tango, ogni volta che toccava il pallone, ogni volta che lo baciava con i suoi piedi magici. Un tango destinato a non finire mai. Il milonguero Román e la sua milonga personale, quella Bombonera che tante volte ha fatto impazzire. Dietro quella maglia azul y oro non c’era scritto Riquelme, no. C’era scritto Román, perchè era uno di loro. Il 10 de la 12.

Quella Bombonera che deve lasciare per l’avventura in Europa. Al Barcelona, prima, dove però non riesce ad esprimere tutto il suo talento. Dove la pressione è tanta. Dove il pubblico rumoreggia, quando sbagli una giocata. Román si ricorda di quando era un bambino. Di quando il padre, dagli spalti, lo ricopriva di insulti, per spronarlo a giocare meglio. Román si ricorda di come doveva abbassare la testa, per non far vedere le lacrime che rigavano il suo volto. Abbassava la testa, dribblava tutti, senza dire una parola. Diventerà “el Mudo“. Non avrà bisogno di parole, in campo. Parlerà per lui il suo piede destro. E parlerà anche piuttosto bene.

Parlerà, e disegnerà parabole proibite al resto del mondo, parabole proibite ai comuni mortali. Che non potranno fare altro che guardare e ammirare, estasiati. Guardare quel ragazzo con in faccia sempre la stessa espressione, quasi sofferente. Come a dire “non potete capire cosa si prova, non potete sapere cosa vuol dire vedere il calcio come lo vedo io.” Testa, cuore, piedi. Pensiero, sentimento, azione. Tutto insieme, tutto all’unisono. Tocco di genio, magia e invenzione. L’assist smarcante, solamente da appoggiare in rete. Questo è Román. Questo è il Loco, e l’esplosione della 12 a ogni sua magia è la sua locura.

Dopo Barcelona, per rinascere, Román deve andare al Villareal. Deve sentire il pubblico ai suoi piedi, deve sentire quella connessione magica con la sua gente per rendere al meglio. E al Madrigal quella scintilla scatta. Eccome se scatta. Il submarino amarillo lo guiderà lui. Un viaggio senza logica, fino alle semifinali di Champions. Fino a quel rigore, quel maledetto rigore sbagliato contro l’Arsenal. Lehmann che si accartoccia sul pallone, la maglia gialla tra i denti, gli occhi bassi. Quell’espressione di sofferenza che sembra diventare passione, quella del Cristo. Proprio nel momento in cui si stava scrivendo la storia. Proprio nel momento in cui l’Olimpo stava aprendo le sue porte. E’ proprio in quel momento che cadere fa più male. Ma uno come Riquelme come fa a cadere? Come fa a farsi male? A Villareal nessuno ce l’avrà mai con lui per quel rigore. A nessuno è mai passato neanche per la testa. E’ l’ultimo atto nel Vecchio Continente. E’ ora di tornare a casa. L’unico posto che Román possa davvero chiamare casa. L’unico posto di cui avrà sempre le chiavi. La Bombonera.

L’ultima missione, l’ultima impresa, Juan Román l’ha fatta con la maglia dell’Argentinos Juniors. La maglia che aveva vestito all’inizio della sua carriera. Come a chiudere un ciclo. Si è rimesso la maglia biancorossa e si è calato all’inferno della Primera B Nacional, con l’umiltà del campione. Come sa fare solo lui, ha riportato l’Argentinos Juniors nel paradiso della massima serie. E poi ha detto basta. Perchè il suo cuore, e quello della 12, non avrebbero retto la scena dell’ingresso in campo di Juan Román Riquelme alla Bombonera con una maglia che non fosse quella azul y oro del Boca. Quella maglia che Juan Román Riquelme, anche oggi che divise da calcio non ne indosserà mai più, si porta sempre dentro. Sulla sua pelle.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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