João Saldanha, il giornalista che finì sulla panchina del Brasile João Saldanha, il giornalista che finì sulla panchina del Brasile
Il 4 febbraio del 1969 è uno dei giorni più strani della storia del calcio brasiliano, ma è anche il giorno in cui il... João Saldanha, il giornalista che finì sulla panchina del Brasile

Il 4 febbraio del 1969 è uno dei giorni più strani della storia del calcio brasiliano, ma è anche il giorno in cui il Brasile comincia a mettere le mani sul Mondiale del 1970.

João Havelange, presidente della Federcalcio brasiliana, ha appena annunciato che il nuovo allenatore della nazionale di calcio del Brasile, l’uomo che la condurrà durante i Mondiali messicani sarà João Saldanha.

La notizia è sconvolgente per ben due motivi: il primo, quello più attinente al campo, è che Saldanha non è propriamente un allenatore, anche se qualche anno prima ha guidato il Botafogo per alcuni campionati, ma un giornalista sportivo, seppur, forse, il miglior giornalista sportivo del Brasile.

Il secondo motivo fa ancora più scalpore: la fede e la militanza comunista di João Saldanha sono note a tutte, e, al momento, in Brasile vige un regime militare che non vede proprio di buon occhio il Partito.




João Saldanha si siede sulla panchina del Brasile per un motivo ben preciso. Perché, in quel momento particolare, solo un pazzo come lui poteva accettare quel posto di lavoro. Havelange ha pensato a lungo a chi affidare la panchina brasiliana, ma non ne è venuto a capo.

Dopo il disastro dei Mondiali del 1966, qualsiasi allenatore destinato alla panchina del Brasile sarebbe destinato al massacro. Un rischio troppo alto. E, in più, ci sono le pressioni del regime militare, come detto.

Quale scelta migliore, allora, di una personalità forte, fortissima, che possa fare anche da parafulmine? João Saldanha accetta, e forse, in quel giorno di febbraio, non sa ancora che un pezzo – quello più grande- del trionfo brasiliano ai Mondiali del ’70 sarà opera sua.

Saldanha non è un allenatore, vero, ma di calcio ne capisce, e anche parecchio. Ha idee rivoluzionarie, e predica un calcio che sarebbe diventato la normalità 30, 40 anni più tardi. «Nessuno è proprietario di una zona del campo, non esistono posizioni fisse», questo il suo credo. In aggiunta a un altro: «Quattro uomini sulla stessa linea vanno bene solo per le parate militari».

La prima cosa che fa, è di prendere un pennarello e scrivere sulla lavagna la formazione titolare del Brasile, quella che giocherà i Mondiali. Con un anno e mezzo di anticipo. E, su quella lavagna, fa la rivoluzione. Uno dei problemi principali dell’allenatore della nazionale brasiliana era quello di far convivere due numeri dieci come Pelé e Tostão. Saldanha di numeri dieci, in quella formazione, ne schiera ben quattro, aggiungendoci, oltre a quei due, anche Jairzinho e Gerson.

Sarà quella la fortuna del Brasile, sarà quella la formula vincente di una delle nazionali verdeoro più forti e belle di tutti i tempi.

Ma chi è João Saldanha? Nato nel 1917 – quasi in contemporanea con la rivoluzione d’Ottobre- si è avvicinato da subito al Partito Comunista, e ha messo insieme le sue passioni più grandi: il calcio e la politica, diventate immediatamente la sua vita.

Un passato da calciatore, rovinato dagli infortuni, e una penna pungente. In breve tempo diventa un grande giornalista sportivo, finché, nel 1957, il Botafogo non gli offre la panchina del club, a lui che in panchina, comunque, non ci era mai stato. Se ne andrà due anni dopo, in aperta protesta, dopo la cessione del fuoriclasse Didì al Real Madrid.




Il suo carattere era decisamente focoso, fumava 4 pacchetti di sigarette al giorno e si dice – anzi, si sa – che girasse con una piccola pistola in tasca, tirata fuori più di qualche volta per dirimere le controversie in cui inevitabilmente finiva. Una volta, quella pistola sparò anche a Manga, portiere del Botafogo, accusato di essersi venduto la finale del campionato.

Dopo aver lasciato la panchina del Botafogo, si dedica di nuovo al giornalismo, diventa radiocronista e racconta, con immensa maestria, le partite della Nazionale brasiliana, compreso il disastro del 1966 in Inghilterra.

Come detto, il suo arrivo sulla panchina brasiliana è una sorpresa. E ancora più sorprendenti sono i risultati: nella marcia di avvicinamento al Mondiale, tra qualificazioni ed eliminatorie, il Brasile di Saldanha gioca 12 partite.

Tutte vinte.

Ma, a soli 3 mesi dall’inizio dei Mondiali, viene altrettanto clamorosamente allontanato dalla panchina del Brasile. Ufficialmente, a costargli il posto, sono una sconfitta in amichevole contro l’Argentina e l’idea di far riposare Pelé, che sembrava in quel periodo avere problemi di vista.

Questa la motivazione ufficiale del siluramento di Saldanha, che, alla sua maniera, così commenta: «Perché mi abbiano cacciato è molto facile capirlo. È più difficile spiegare perché mi abbiano assunto»

In effetti, non è difficile capire perché lo abbiano cacciato: Saldanha aveva capito che la sua posizione era molto in vista, e che da allenatore del Brasile poteva criticare e denunciare il regime militare e la dittatura, arrivare a un pubblico che altrimenti non avrebbe mai potuto raggiungere. Il generale Medici, che pure aveva provato a imporgli la convocazione di Dario, attaccante della sua squadra del cuore  – “pensi ai ministeri, alla squadra ci penso io“, la risposta di Saldanha –  decide allora di far saltare la sua panchina.

Il Brasile del 1970, guidato da Mario Zagallo, vincerà i Mondiali, ma la firma di quel successo è tutta, inequivocabilmente, di João Saldanha, l’artefice della rivoluzione. Una rivoluzione che Saldanha racconterà dal microfono, tornando a fare il commentatore proprio in occasione dei Mondiali del 1970.

Il giornalista che costruì il Brasile più bello di sempre morì poi facendo quello che più gli piaceva fare: raccontare di calcio. Dopo una crisi respiratoria, gli danno 3 mesi di vita. Lui, quei 3 mesi decide di trascorrerli in Italia, dove nel 1990 sono in programma i Mondiali.

Proprio lì, durante i Mondiali, muore: non prima di aver mandato al giornale il pezzo su Germania-Inghilterra, il 12 luglio del 1990.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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