I don’t like the look of you. You gotta go.  Poche parole. Dure, dirette, spietate. Parole che nessuno vorrebbe mai sentirsi dire, in questa...

I don’t like the look of you. You gotta go. 

Poche parole. Dure, dirette, spietate. Parole che nessuno vorrebbe mai sentirsi dire, in questa maledetta vita. Figuratevi se a pronunciarle, a sputartele in faccia, è tua madre, la donna che ti ha messo al mondo. Figuratevi se siete al mondo da soltanto 13 anni e di cose brutte, in quel mondo, ne avete già viste parecchie. A cominciare da un padre che, dopo aver messo incinta la signora di cui sopra, quella del “You gotta go“, saluta tutti e se ne va.

Questo il commiato della mamma del piccolo Jimmy. Che a 13 anni si ritrova senza padre, senza madre, senza un tetto sotto cui cullare i propri già modesti e miseri sogni. Quanto infame può essere la vita. Tomball, 11.000 anime nel pieno del Texas, a un tiro di schioppo da Houston. E’ qui che, nel 2002, Jimmy Butler si trova in mezzo alla strada, con il suo zainetto, di fronte alla porta di casa chiusa e che mai più si riaprirà.

A poche cose può aggrapparsi, il giovane Jimmy. Ai pochi amici che ha, che gli mettono in mano di tanto in tanto qualche biglietto da 10 per pagarsi un pasto caldo. Alle mense dei poveri, che gli offrono riparo e un pasto caldo. Al buon cuore degli amici di cui sopra, che di tanto in tanto aprono le porte di casa e mettono a disposizione i loro divani. All’amore per il basket. E, in fondo, a due palle grosse così, requisito indispensabile per sopportare tutto quello che gli sta succedendo.

Come in tutte le storie che grazie a Dio finiscono bene, la vita di Jimmy Butler cambia in un giorno qualsiasi. Nonostante sia finito in mezzo ad una strada, per qualche miracolo o per intercessione di chissà chi o cosa, Jimmy non finisce in giri sbagliati, non finisce a maneggiare dosi di marijuana, di eroina, di crack. Jimmy continua a sperare che un giorno le cose andranno meglio. Continua a studiare, a cercare lavoretti, a darsi da fare. Poi, il giorno fortunato arriva.

A Tomball c’è una Summer League in corso, e Jimmy bazzica spesso qualsiasi luogo in cui rimbalzi un pallone. Un ragazzo, di nome Jordan (segnatevelo questo nome: ritornerà, ai giorni nostri) lo sfida in una gara di tiro da 3. Jordan gioca a basket nella high school locale. Ovviamente perde, viene stracciato da Jimmy. I due diventano amici, Jimmy comincia a frequentare la famiglia Leslie. La mamma, la signora Michelle, all’inizio storce un pochino il naso. Si chiede come mai quel ragazzo sia sempre lì, in casa sua. Gli mette davanti un pasto caldo, lo ospita di tanto in tanto. Facile non è, ci sono già altri 6 figli in casa. Poi, però, la signora Michelle ascolta la storia di Jimmy. E in quel momento il cuore di mamma non può restare chiuso. Da quel momento Jimmy diventa uno di famiglia, il settimo figlio dei Leslie.

Jimmy può concentrarsi sul basket. Ed è un bel concentrarsi. Alla high school ha messo su belle cifre, ma gli scout NCAA non sanno praticamente nulla di lui. Non sanno niente di quel ragazzo venuto dalla strada, per cui Butler si iscrive al Tyler Junior College, non esattamente nobiltà cestistica universitaria. Ma quegli scout che lo avevano ignorato, ben presto torneranno sui loro passi. 18 punti e quasi 8 rimbalzi di media convinceranno Marquette a offrirgli una possibilità.

Non saranno facili i primi anni, a Marquette. Anche perchè c’è la stella di Wesley Matthews che brilla. Ma Jimmy Butler, dovreste averlo capito, di due cose non difetta: coraggio e palle cubiche. Per cui in campo la sua presenza si sente, a rimbalzo, in difesa, nelle piccole cose, nel facilitare il compito dei suoi compagni di squadra. Diventa in breve uno di quei giocatori insostituibili, tanto apprezzati da allenatori, compagni e tifosi. Poi, strada facendo, si prende anche tutto il resto, diventando, nell’anno da senior, il leader e il miglior marcatore di Marquette. Nel 2011, terminata la carriera universitaria, è il momento della verità.

E’ il momento del draft. Quello in cui sei tu, in una stanza con dei ragazzi come te, che hanno i tuoi stessi sogni. Sogni che non tutti potranno realizzare. Quando David Stern comincia a chiamare i nomi dei prescelti sul palco del Prudential Center di Newark, Jimmy non si aspetta certo di essere chiamato tra i primi. Nemmeno tra gli ultimi, certo. Il primo giro è ormai quasi al termine. Essere chiamati tra i primi 30 o tra quelli dopo, nella NBA di oggi, fa una certa differenza. La differenza che ci sarà tra avere la possibilità di dimostrare da subito quanto vali e invece il doversi districare tra panchine, dnp, summer leagues, leghe di sviluppo, contratti da dieci giorni, viaggi in Europa.

La chiamata numero 30 di quel draft ce l’hanno i Chicago Bulls. Di giocatori con le caratteristiche simili a quelle di Jimmy Butler, una small forward che può fare anche la guardia, ne sono già andati via. Chris Singleton, Tobias Harris, Jordan Hamilton. Ma alla 30 scelgono i Bulls, che in panchina hanno Tom Thibodeau. Uno che apprezza le piccole cose. I dettagli. Il coraggio. La voglia di sbattersi in difesa. L’intelligenza. La pazienza di aspettare il proprio momento. Il carattere. Gli attributi. Il saper stare al proprio posto, senza alzare la voce. Tutte cose che Jimmy Butler possiede, in gran quantità. Il matrimonio si può fare, e, proprio alla fine di quel primo giro, Jimmy si ritrova sul palco con il cappellino dei Bulls addosso.

Da quel momento in poi, Jimmy Butler saprà conquistarsi ogni minuto in campo con la pazienza di chi sa di doversi meritare tutto. I Bulls sono una macchina in cui, se sai muoverti insieme agli altri ingranaggi, diventi presto indispensabile. E Jimmy Butler comincia dalle piccole cose. Non si lascia scoraggiare da una stagione da rookie in cui vede poco il campo. Aspetta. Sostituisce degnamente Luol Deng quando si fa male. Lo mandano sulle piste dei più forti attaccanti della NBA, e lui si abbassa sulle gambe, si tira su i pantaloncini e non li fa respirare.

Il 2015 è il suo anno migliore. Viene nominato come riserva all’All Star Game, in primavera vince il titolo di giocatore più migliorato della Lega. Migliorato piano piano, con coraggio, con costanza, con determinazione. In campo, spesso, resta più di 40 minuti, qualche volta anche tutti e 48, senza pause.

Finché ha fiato in corpo, Jimmy Butler continua a dare tutto quello che ha.

Le responsabilità aumentano. I Bulls sembrano sempre più essere per davvero la sua squadra. Il 9 dicembre di quest’anno scrive il suo career high a quota 36, poi lo ritocca qualche settimana dopo a quota 43, in una leggendaria partita da 4 overtime contro Detroit. Ieri sera, a Toronto, sembrava una tranquilla domenica sera da NBA, una di quelle a ritmi blandi. E infatti, Jimmy era partito piano, segnando solo 2 punti nei primi due quarti. Poi, si è acceso. Con cattiveria, determinazione, con gli occhi di chi la vita la affronta di petto. Sempre. E ne ha messi 40 nel secondo tempo. Il record, in maglia Bulls, apparteneva ad un signore con la maglia numero 23 e la lingua di fuori. Michael Jordan. Ne aveva messi 39.

I numeri contano poco, nella vita di Jimmy Butler. Contano di più l’orgoglio, il coraggio, la voglia di restare a testa alta di fronte a tutto e tutti. Una bella rivincita nei confronti di quella signora che, quel giorno di 13 anni fa, disse al suo ragazzo, impietosamente, di andare. Bè, che dire. E’ andato piuttosto bene.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro