Javier Saviola, el Conejo Javier Saviola, el Conejo
Ci vuole fortuna, per scrivere la storia del calcio. Non solo fortuna, certo. Ma ci vuole anche fortuna. Oltre al talento, oltre ai compagni... Javier Saviola, el Conejo

Ci vuole fortuna, per scrivere la storia del calcio.

Non solo fortuna, certo. Ma ci vuole anche fortuna. Oltre al talento, oltre ai compagni giusti, oltre all’allenatore che sappia valorizzarti nel modo giusto, oltre a un pubblico che ti voglia bene e a degli amici che ti aiutino a rimanere con i piedi per terra.

Ci vuole fortuna, per scrivere la storia del calcio. Come la fortuna, per esempio, di trovarsi nella squadra giusta, al momento giusto, proprio quando sta per succedere una rivoluzione.

Pensate a cosa sarebbe stata la storia di Javier Saviola se fosse arrivato a Barcellona solo qualche anno dopo. O se la generazione di fenomeni blaugrana fosse venuta fuori solo qualche anno prima.

Pensate se la parabola di Messi e Iniesta si fosse incrociata con quella del Conejo, che è andato via da Barcellona proprio mentre veniva fuori e cominciava a vincere l’invincibile armata che avrebbe scritto la storia negli anni a venire.

Sì, ci vuole fortuna, anche. E Javier Saviola, almeno in questo, di fortuna non ne ha avuta. Fortuna compensata con tanto amore, sempre ricambiato. Nella storia del calcio, probabilmente, Javier Saviola ci entrerà lo stesso. Come quel ragazzo con gli occhi impauriti il giorno dell’esordio con la camiseta con la banda del River, come quel giocatore che ha fatto divertire l’impaziente pubblico di Barcellona, che aveva di nuovo fame di vittoria, come uno dei mancati eredi di Diego Armando Maradona.

Non passerà alla storia come un vincente, Javier Saviola. Ma, arrivati a questo punto, ce ne importa forse qualcosa?

Per capire cosa sia stato e cosa sarà Javier Saviola occorre immergersi nelle sue radici. Nei giorni in cui sembrava davvero che qualcosa di grosso stesse per abbattersi sul mondo del calcio.

Sono i suoi anni in Argentina, i suoi primi anni con il River Plate e quello strepitoso Mondiale under 20 del 2001. Quelli del debutto di un ragazzino di 16 anni, visibilmente più piccolo della divisa numero 27 con la banda rossa che gli attraversa il petto. Quello di un ragazzino che, nonostante tutto, lasciava già intravedere sprazzi di magia. Un coniglio, un conejo, per quella faccia un po’ da bambino e per quella sua velocità sgusciante con cui andava via agli avversari e si presentava davanti al portiere.

Basta poco, a quelle latitudini, per scatenare l’illusione, quella grande. Quella di aver trovato l’erede del più grande, di Diego, naturalmente.

Ed è lo stesso Maradona a dare la sua investitura. Investitura che, negli anni, si è abbattuta come una maledizione sui vari Aimar, Ortega, Riquelme.

Lo guardo giocare e mi viene la pelle d’oca. Ha la qualità di un trequartista e sa segnare come Van Basten. Per lui è facilissimo: guarda la porta e con l’interno del piede la mette il più lontano possibile dal portiere. È un fenomeno, spero solo abbia più fortuna di me… e io ne ho avuta abbastanza.

Diego Armando Maradona

Quando Saviola arriva a Barcellona, il Barcellona non è ancora la squadra che incanta il mondo. Saviola gioca, segna, diverte. Ma l’impressione è sempre la stessa: che manchi qualcosa per fare il salto di qualità, per diventare un grandissimo.

Progressivamente, Saviola perde spazio nelle gerarchie blaugrana, fino a diventare di troppo. Ma rimarrà comunque uno a cui i tifosi catalani vorranno bene, anche quando, dopo i prestiti non troppo fruttuosi a Monaco e Siviglia, nell’estate del 2007 si consuma quello che per altri sarebbe stato il gran tradimento.

Quando Saviola torna dal prestito al Siviglia, il Barcellona è cambiato, e si appresta a diventare la squadra che tutti conosceranno bene. Per el Conejo, spazio non ce ne sarà più.

Javier Saviola, nell’estate 2007, da svincolato, si accorda con il Real Madrid. Ma anche in quella squadra per lui non c’è abbastanza spazio. Sembrerebbe la fine, se non ci fosse all’orizzonte il Benfica. In Portogallo, dove arriva nel 2009, Saviola trova una nuova dimensione, una nuova maturità. E insieme al compagno e amico Aimar (e a un giovane Di Maria) aiuta le Aquile a vincere un campionato che rimarrà nella memoria.

Il ritorno in Liga non è di quelli da ricordare, con un anno di passaggio al Malaga; poi, una stagione in Grecia nel 2013/14, all’Olympiakos. Dove viene accolto come il salvatore della patria, come è giusto si faccia con quelli come Javier Saviola. Come è giusto si faccia per tutti quei campioni che hanno il potere di regalarci anche solo una notte magica, una notte di sogni.

Ma il viale del tramonto è lì, pronto ad affacciarsi e pronto a chiedere l’obolo necessario per essere percorso. Un triste e inesorabile destino che prima o poi tocca a tutti. Anche a quelli che hanno ricevuto la benedizione e l’eredità di Diego Armando Maradona. Anche e soprattutto a loro.

Quando, nell’estate del 2014, l’Hellas Verona annuncia l’ingaggio del Conejo, sono in pochi quelli che sperano in una nuova giovinezza, in un’improvvisa rinascita, in una magica cavalcata in gialloblu con l’argentino grande protagonista. Sono i più romantici, in genere.

E infatti l’avventura di Saviola in Italia dura lo spazio di poche partite, un solo gol e la triste presa di coscienza che il fisico non regge più. C’è solo una cosa da fare, adesso, la più giusta. Tornare a casa, prima di salutare tutti.

L’ultima stagione da calciatore di Saviola, come giusto che sia, è con la maglia del River Plate. Un ultimo ballo, prima di salutare. Anzi, no. Perché Saviola, a tutti gli effetti, non ha mai annunciato il suo ritiro dal calcio. La sua ultima apparizione nota è ad Andorra, da vice allenatore.

Magari, tra qualche tempo, potrebbe sbucare fuori ancora una volta un conejo dal cilindro.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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