Javier Mascherano, el Jefecito Javier Mascherano, el Jefecito
Il calcio, al giorno d’oggi, è spesso apparenza, capacità di sapersi vendere e sfornare un volto fresco, giovane, sorridente da consegnare in pasto al... Javier Mascherano, el Jefecito

Il calcio, al giorno d’oggi, è spesso apparenza, capacità di sapersi vendere e sfornare un volto fresco, giovane, sorridente da consegnare in pasto al mondo della pubblicità. Se poi, oltre alla faccia giusta, ci sai anche fare con il pallone, ecco che le luci della ribalta sono pronte a puntare verso il tuo volto. Sei pronto per la storia, sei pronto per le copertine patinate delle riviste e per le clip delle televisioni con il replay, da tutte le angolazioni, ovviamente, della tua giocata con il tacco, o del tuo elastico.

Ma, in un mondo del genere, ci vuole qualcuno che tiene in piedi questo universo di apparenza. Ci vuole qualcuno che pensi alla sostanza. Qualcuno a cui importa solo tenere in piedi la baracca, senza riflettori, senza luci, senza ribalta. Solo per amore del gioco, per amore della propria squadra. Il Barcellona di Leo Messi, di Neymar, di Luis Suarez, di Xavieiniesta, tutto attaccato perchè sono un’entità unica, il Barcellona del gioco extraterrestre e degli invincibili, ha appena sollevato la Coppa dei Campioni al cielo di Berlino, che non è più nè azzurro, nè bianconero. E’ solo blaugrana.

E lui se ne sta lì, in disparte, nell’ombra. Con le mani sui fianchi ad ammirare il frutto del suo lavoro, della sua fatica. Le mani sui fianchi e il petto in fuori. Come un capo, come un piccolo capo. Lui è el Jefecito, Javier Mascherano. L’uomo di sostanza dietro i successi del Barcellona. L’uomo che, badando al sodo, tiene in piedi la baracca blaugrana, ne custodisce le fondamenta. Il muro insuperabile su cui il trio delle meraviglie e il centrocampo da poesia possono fare affidamento. Tutto è più facile, se lì dietro hai el Jefecito a fare la guardia.

El Jefecito è uno di quei giocatori che il pubblico meno competente fatica a notare, in campo. Uno di quei giocatori di cui i tifosi più accaniti si affezionano, vedendolo sempre lì, a lottare, a sudare, a recuperare un pallone dietro l’altro. Ma El Jefecito è soprattutto uno di quei giocatori di cui gli allenatori si innamorano. Un’intelligenza, calcistica e non, fuori dal comune. Una leadership innata, una capacità di mettersi in mezzo al campo, o qualche metro più indietro, a coordinare le operazioni di difesa del territorio. El Jefecito è tutto qui. In questa sua capacità di prendersi la squadra sulle spalle, e caricarsela addosso. E’ arrivato in Catalogna dopo una serie di stagioni da vincente a Liverpool. Si è spostato, piano piano, dal centrocampo al centro della difesa, a dettare i tempi da dietro. E’ lui che rimane dietro quando Piquè si spinge in avanti, è lui l’ultimo baluardo da superare prima di fare gol a Ter Stegen.

Javier Mascherano ha elevato il tackle ad arte. Non è da tutti intervenire sul pallone con un tempismo straordinario come quello dell’argentino. E’ facile finire per le terre, o con il piede addosso all’avversario e l’arbitro che stringe in mano un cartellino colorato. Ma Mascherano possiede una dote straordinaria. E’ come se conoscesse già quello che sta per succedere, è come se avesse i tempi dell’intervento già nella sua testa. Prendete la semifinale mondiale, Argentina-Olanda, poco più di un anno fa. La partita sta per terminare, Arjen Robben si insinua in area, ha praticamente già saltato il resto della difesa albiceleste. E’ al limite dell’area piccola, ha già caricato il sinistro per battere a rete.

La conclusione sembra scontata, l’esito già scritto. Se non fosse che, nello spazio di un istante, un proiettile con la maglia bianca e celeste si avventa sul pallone. Allunga la gamba, la allunga con tutte le forze che ha in corpo. La allunga fino a toccare il pallone, perchè sa che se non ci mette quella gamba, il sogno argentino finisce lì, in quello stadio e in quell’istante. E’ semplicemente perfetto. Una fotografia che passa alla storia, il piede sul pallone, la gamba in estensione, la sfera che rotola in corner. Inutile dirlo, quella presenza era Javier Mascherano, el Jefecito. “Mi si è aperto l’ano“, dichiarerà a fine gara. Sacrificio, reale e metaforico.

Ma non si diventa dei vincenti per caso. Non si diventa Javier Mascherano senza essere speciali.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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