C’è un giocatore che più di tutti rappresenta l’orgoglio della gente comune che va allo stadio, quella gente che sta pian piano scomparendo dagli...

C’è un giocatore che più di tutti rappresenta l’orgoglio della gente comune che va allo stadio, quella gente che sta pian piano scomparendo dagli stadi inglesi, e non solo, per via dei prezzi inaccessibili per chi di lavoro fa l’operaio, ad esempio. Questo giocatore è Jamie Vardy, uno degli ultimi baluardi di un calcio popolare che pare sempre più avviato verso l’estinzione.

In lui si rivede la gente comune, in lui han riposto sogni e speranze coloro che ci han provato ma hanno inesorabilmente fallito. Jamie Vardy invece ce l’ha fatta. Con sudore, rabbia e sacrificio ha portato la classe operaia lassù, a toccare il cielo con un dito. Ce l’ha fatta lui ma da quando ha indossato la casacca dei tre leoni è come se ce l’avessero fatta anche loro, che la mattina si svegliano alle 7 per andare in fabbrica a timbrare il cartellino. Tutti i santi giorni che Dio manda in terra.

Ed è così che faceva anche Jamie, fino a qualche anno fa, quando una fabbrica in cui si lavoravano fibre di carbonio gli dava da vivere. Ora che ha fatto “bye bye” con la sua mano pesante a Sterling e passeggia a braccetto con Ruud Van Nistelrooy, grazie ai dieci gol consecutivi realizzati in questo inizio di stagione, non si guarda più indietro. Si limita a scrutare tutti dall’alto verso il basso, al comando, con le sue volpi blu, della classifica di Premier League. Sembra un sogno, una di quelle favole che un nonno può raccontare al pargolo per farlo addormentare beato. Invece è la realtà, una realtà che parte da lontano e che vi vogliamo raccontare.

Il calcio è sempre stato nella vita di Jamie fin da bambino, lui nato a Sheffield, sede della più antica società calcistica a livello professionistico di tutta l’InghilterraCitofona alla porta dello Sheffield Wednesday dove gli viene fatto capire, con parole pacate, che non c’è posto per lui. Sempre la solita storia, sei troppo minuto per giocare a questo livello.

Riposti i sogni nello zainetto non si scoraggia; in fondo per lui l’importante è dare calci ad un pallone, come fanno tutti i suoi amici e coetanei. Lo Stocksbridge gli concede questa opportunità, prima nelle giovanili ed in seguito promuovendolo in prima squadra. Non è un lavoro, trenta sterline a settimana sono un semplice rimborso e nulla più.

Vardy si vede quindi obbligato a cercare un lavoro a tutti gli effetti e, non potendosi permettere di scegliere, una fabbrica tessile non è poi così male. Per lo meno questo è quello che deve aver pensato sul momento, prima che la schiena iniziasse a chiedere pietà dopo gli estenuanti turni di lavoro. Nel frattempo, la sua vita parallela sul rettangolo verde, va tutto sommato bene: dallo Stocksbridge passa all’Halifax per volere del manager Neil Aspin, nonostante più di qualcuno abbia provato a farlo desistere dal proposito di acquistare un ragazzo considerato sì talentuoso ma altrettanto bizzoso.

I suoi 29 gol realizzati in 40 presenze gli valgono la chiamata di una squadra superiore, il Fleetwood Town. Stiamo parlando in ogni caso di una squadra di Conference, la quinta divisione inglese.

Non l’ho mai sentito, chi diavolo è questo Vardy”?

Perchè cazzo abbiamo acquistato questo ragazzo dalle leghe inferiori?

Queste le prime domande che Jamie sente rivolgere al proprio manager, che l’ha fortemente voluto, e a porgerle non sono i tifosi ma quelli che avrebbero dovuto essere i suoi compagni. In particolare Gareth Seddon, attaccante con il quale  di lì a pochi giorni avrebbe fatto coppia fissa. Bastano pochi allenamenti a spazzare via ogni dubbio, all’ennesimo pallone che il portiere va a raccogliere in fondo al sacco, durante la partitella di allenamento, l’allenatore ferma il gioco e guarda coloro che qualche giorno prima erano scettici. “Ora avete capito perché lo abbiamo firmato”?

Nessuno risponde, avevano capito.

Al Fleetwood Town Vardy segna come se non ci fosse un domani, 31 reti in 36 partite ma non è tanto questo a destare impressione. Davanti alla porta è lucido, un cecchino, ma in campo non si risparmia, corre il doppio degli altri e non ha paura del contatto fisico. Forse si ricorda di chi gli ha chiuso la porta in faccia dicendo che era troppo piccolo e gracile, per questo sembra giocare contro tutto e tutti.

Questa voglia di strafare in campo, purtroppo per lui, lo accompagna anche fuori dal rettangolo di gioco portandolo inevitabilmente a cacciarsi nei guai. Arriva l’immancabile rissa fuori dal pub, secondo la sua versione per difendere un amico, che lo costringe a giocare per 6 mesi con il braccialetto elettronico. I sogni di gloria sembrano svanire, chi può essere disposto a puntare su di un giocatore già venticinquenne con questi problemi fuori dal campo?

Bè qualcuno c’è, e quel qualcuno risponde al nome di Nigel Pearson, allora tecnico del Leicester. Non solo Pearson crede in lui ma è disposto a far sborsare al club la cifra di 1 milione di sterline per assicurarsi le sue prestazioni. La stampa mugugna, i tifosi storcono il naso. E’ il 2012 e Vardy è pronto per questa nuova sfida, far ricredere tutti e scalare un altro gradino verso il calcio che conta, la Premier League.

Le Foxes sono ancora in Championship, Vardy viene impiegato costantemente ma non ripaga subito la fiducia dell’allenatore. Fa fatica, sembra accusare il peso di quella cifra sborsata per lui, che non avrebbe guadagnato nemmeno lavorando una vita intera in quella maledetta fabbrica. Nella prima stagione il Leicester arriva sesto, così come sei sono le reti realizzate dal bomber operaio.

Andrà meglio la stagione successiva, con Jamie che realizza sedici reti e porta di prepotenza le volpi nei manti erbosi della Premier League. Ha intenzione di fermarsi? Assolutamente no, non sarebbe lui. Un anno di ambientamento personale e di squadra e pronti a ripartire, sotto la guida tecnica di Claudio Ranieri. Le premesse, ad onor del vero, non sono le migliori.

Poco prima dell’inizio del campionato sui tabloid inglesi spunta fuori un video, girato all’interno di un casinò, dove Vardy si rivolge a persone asiatiche con epiteti razzisti. Nulla che possa compromettere il suo rendimento in campo, si potrebbe pensare, se non fosse che il suo compagno di reparto è Shinji Okazaki, manco a dirlo giapponese. Ranieri rassicura, tra loro nessun problema ed infatti i due si trovano a meraviglia innescati da quel genio ribelle che risponde al nome di Riyad Mahrez.

Le Foxes iniziano a macinare e Vardy a fare ciò che gli riesce meglio, i gol. Timbra tanto e con regolarità, solo che invece del cartellino in fabbrica qui si parla di palloni in fondo al sacco. Con il gol realizzato contro il Newcastle, contro cui tra l’altro è sceso in campo in condizioni precarie, siamo già a 13, di cui gli ultimi 10 consecutivi. Roba da Ruud Van Nistelrooy, mica uno qualunque, con cui condivide questo straordinario primato. Roy Hodgson l’ha convocato nella sua nazionale inglese, alla ricerca costante di una prima punta affidabile.

Veloce, tecnico e abile con entrambi i piedi. Se arriva un cross, potete giurarci, la prima zucca che incoccerà quel pallone sarà la sua. Rubando le parole di bocca ad un suo compagno di squadra, il portiere Kasper Schmeichel, Jamie Vardy è colui che è in grado di trasformare una cattiva palla in buona occasione e una buona occasione in gol. Capocannoniere della Premier League e trascinatore del Leicester capolista solitario, questa che avete appena letto signori non è una favola ma la storia, più vera che mai, di Jamie Vardy, The Working Class Hero.

Una volta, dopo una partita giocata contro il Chelsea, Mourinho venne verso di me negli spogliatoi e mi disse: ma non la smetti mai di correre? Al che gli risposi: Non conosco nessun altro modo di giocare a pallone

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo