James McClean, il cattolico di Derry che osò sfidare Sua Maestà James McClean, il cattolico di Derry che osò sfidare Sua Maestà
Charleston, South Carolina, BlackBaund Stadium, 17 luglio 2015. Sono le 19.30 di un afoso venerdì d’estate, e la squadra di casa, il Charleston Battery,... James McClean, il cattolico di Derry che osò sfidare Sua Maestà

Charleston, South Carolina, BlackBaund Stadium, 17 luglio 2015. Sono le 19.30 di un afoso venerdì d’estate, e la squadra di casa, il Charleston Battery, che milita nella USL Pro, la serie B americana, sfida in un test amichevole il West Bromwich Albion, sbarcato negli Stati Uniti per svolgere la pre-season. Prima del calcio d’inizio, gli inni; come etichetta calcistica vuole, sarà suonato per primo l’inno nazionale della squadra ospite, in questo caso quello inglese, e quindi il “God Save the Queen”.

God save our gracious Queen!”, così recita il primo verso del canto patriottico più antico del mondo, nato nel 1745, che ha fatto da sfondo a molteplici conquiste e tantissime battaglie epiche del regno britannico. Un verso che da qualcuno non sarà mai pronunciato, perché a volte, il rumore della storia può essere coperto da un assordante silenzio: il silenzio di James McClean, il nordirlandese che ha sfidato la Corona britannica. McClean nasce a Derry, in Nord Irlanda, il 22 Aprile del 1989, e se vivi in una famiglia che continua ad adorare George Best anche da morto, non puoi che fare il calciatore, e di ruolo l’ala. Prima Derry City, poi il grande salto in Premier nel Sunderland, poi Wigan, e infine a giugno, il trasferimento nella contea del West Midlands, al West Brom.

In mezzo il cambio di cittadinanza, sicuramente il passaggio più profondo e significativo nella vita del ragazzo. Pochi anni prima della nascita del calciatore, un gruppo irlandese, gli U2, cavalcava le classifiche mondiali con il brano “Sunday Bloody Sunday”, singolo dedicato a tutte le persone che avevano perso la vita a Derry, nella domenica che passerà alla storia come “Bloody Sunday” appunto, il 30 gennaio del ’72. Tutto quel sangue, tutto quel maledetto sangue, James non lo dimenticherà mai, anche se non era ancora nato.

Quel giorno, il 1° battaglione del Reggimento Paracadutisti della Royal Air Force di Sua Maestà, guidato dal colonnello Derek Wilford, aprì il fuoco su un gruppo di manifestanti cattolici nordirlandesi riuniti per far sentire la propria voce contro l’approvazione dell’Internment, il provvedimento, varato dal governo di Belfast con il placet di Londra, che dava la possibilità alle forze di polizia d’imprigionare una persona a tempo praticamente indefinito, solo con l’approvazione del Ministro degli Interni dell’Irlanda del Nord, e soprattutto senza processo. Una delle tante leggi scellerate che il governo inglese aveva appoggiato per rafforzare il potere degli unionists, i nordirlandesi protestanti fedeli alla Regina, e reprimere invece ogni pretesa dei nationalists, la parte cattolica del Paese che sognava un nazione libera dal giogo britannico.

In quella domenica di sangue, Domhnach na Fola in gaelico, persero la vita 14 persone, molte delle quali sotto i 20 anni, e altre 26 furono ferite gravemente. È per quel sangue che James è diventato irlandese; è per quel sangue, che lo scorso 17 luglio in America, ha voltato le spalle alla bandiera inglese e non ha cantato l’inno; è per quel sangue che, ai tempi di Sunderland e di Wigan, non ha indossato il poppy, il papavero rosso che le squadre inglesi cuciono sulle maglie durante il Remembrance Sunday, giorno in cui si ricordano tutti i soldati britannici caduti nei conflitti mondiali e in tutte le altre guerre; è per quel sangue, infine, che James ha accettato e continuerà ad accettare minacce di morte, anche da parte dei suoi stessi tifosi. Per la cronaca, il West Bromwich ha vinto la partita contro il Charleston per 2-1, e McClean ha servito l’assist a Ideye Brown per il primo gol.

Nella vita, se sei un uomo, devi lottare per ciò in cui credi”. Firmato James McClean, l’irlandese nato a Derry, e non a Londonderry, che sfida, e sfiderà sempre, la Corona britannica.

Michele Santoro
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