Fare i conti con il Barba Fare i conti con il Barba
Vi ricordate cosa rispondeva James Harden a chi gli chiedeva un parere su chi fosse, nel 2014, miglior giocatore della Nba? E a chi... Fare i conti con il Barba

Vi ricordate cosa rispondeva James Harden a chi gli chiedeva un parere su chi fosse, nel 2014, miglior giocatore della Nba? E a chi gli domandava, nel 2015, il suo pensiero riguardo al titolo di MVP della lega? La risposta è esattamente la medesima che ha fornito, qualche giorno fa, ad un cronista che gli ha posto la seguente domanda: “Chi ritieni che sia il miglior interprete nel tuo ruolo nell’intera lega”? I am, sono io.

Qualcuno può pensare si tratti di spocchia, megalomania, o chiamatela come vi pare. Spesso i giocatori NBA ci hanno abituato a dichiarazioni stravaganti, frutto di un ego smisurato che, per certi versi, è anche quello che ha permesso loro di raggiungere certi traguardi.

Con James Harden è diverso, lo si capisce anche solo guardandolo una volta giocare, sembra uscito da un’altra epoca. Per il modo in cui si muove, quasi sincopato, per come riesce a dominare il gioco pur senza godere di quello strapotere fisico-atletico che oggi riveste grandissima importanza all’interno del gioco.

“Sono un giocatore Old School? Se questo significa che non sono il più veloce o il più agile della squadra allora sì, lo sono”

Sembrano lontani gli anni ad Oklahoma City, quando il Barba entrava dalla panchina pronto a guidare la baracca nei momenti di riposo concessi a Westbrook e Durant.
Quello di oggi è un James Harden primo, secondo e terzo violino della squadra, con una personalità tanto ingombrante quanto indispensabile per tener fede a ciò che lui stesso si è preposto come obiettivo: l’élite NBA.

Ora gli Houston Rockets, sotto la guida di Mike D’Antoni, viaggiano esattamente alla sua velocità: accelerazioni improvvise, qualche pausa e poi il cambio di ritmo, per mandare fuori giri l’avversario.
Può non piacere, James Harden, soprattutto a chi è un purista della difesa. Anche in questo aspetto si è vista la sua trasformazione: ad OKC era tutt’altro che un pessimo difensore, tenace sulla palla e in grado di sfruttare la struttura fisica massiccia a proprio vantaggio. A Houston è sembrato spesso pigro difensivamente, colto sovente di sorpresa dai tagli del proprio uomo e poco attento, in generale, al posizionamento. Più per pigrizia che non per effettiva incapacità.

Poi va dall’altra parte del campo ed è impossibile, a meno di non avere un cuore duro come la pietra, non rimanerne folgorati. Per come esegue il pick and roll, in cui ad oggi è probabilmente il primo interprete della pista, grazie ad una varietà di opzioni tra cui scegliere che tende all’infinito. Stai attaccato a lui? Ti batte grazie al fantastico ball-handling e arriva comodamente al ferro. Stai un po’ staccato? Tripla in faccia e tanti saluti. Se sei un ottimo difensore, e stai con il 13 qualche palleggio, non è assolutamente detto che ti salvi: lo step back, eseguito al suo ritmo e con un rilascio morbido come la sete è una delle armi preferite della casa.
Vogliamo parlare poi della sua abilità nel procacciarsi tiri liberi? Ad oggi il migliore della lega, senza dubbio alcuno.

“Non gioco necessariamente per procurarmi tiri liberi, ma se un avversario non riesce a fermarmi in altro modo deve per forza spendere un fallo. Oppure io segnerò, ogni singola volta”




Con l’arrivo di D’Antoni sulla panchina di Houston il gioco del Barba sembra salito ulteriormente di colpi, e non necessariamente per l’incremento significativo di ogni campo statistico che era ampiamente prevedibile. L’avere sostanzialmente carta bianca in qualsiasi possesso, senza che vi siano altre personalità ingombranti, come potevano essere nei primi anni di carriera Westbrook e Durant, e successivamente Dwight Howard lo ha ulteriormente responsabilizzato. Quando non crea per sé, regala perle ai propri compagni che non devono sforzarsi più di tanto per incrementare il proprio tabellino, chiedere a Clint Capela per informazioni a riguardo.

Poi c’è la leadership, impossibile da quantificare con un mero indice statistico ma chiaramente identificabile vedendolo giocare. In poche parole, l’impressione che si ha guardando Houston è che la squadra texana vada esattamente dove è in grado di portarla il Barba. Ed in questo inizio di stagione, con 8 vittorie e 5 sconfitte, non sta andando affatto male.

Poi, certamente, viene anche il resto, quindi ben vengano i numeri se servono, almeno in parte, a spiegare il dominio di un giocatore. E cosa ci dicono i numeri di James Harden? Ci dicono, ad esempio, che è stato il primo giocatore nella Nba a mettere insieme 4 partite, nelle prime sette giocate, con almeno 30 punti e 15 assist a referto. Ci dicono che oggi, 20 novembre 2016, è il miglior assistman della lega con 12,5 assistenze a partita. Ci dicono ,ancora, che ha già realizzato 3 triple doppie in questo inizio di stagione (solo Westbrook con 4 ha fatto meglio) e 12 in carriera, dietro unicamente ad Olajuwon in maglia Rockets, che ne ha messe a segno 14.

Non sappiamo dove arriverà la squadra texana a fine stagione, non sappiamo nemmeno se il solo Harden ( solo inteso come unica stella della squadra) sarà sufficiente a tenere in piedi la baracca per 82 partite. Quello su cui però ci sentiamo di scommettere già da ora, ad occhi chiusi, è che fino alla fine bisognerà fare i conti con il Barba, che nella sua testa è già davanti a tutti, da due anni a questa parte, e presto potrebbe esserlo anche nel giudizio di molti addetti ai lavori.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo