Succede che aspettano tutti le giocate dei campioni là davanti. Succede che parlano per settimane di Messi, Suarez, Neymar, delle giocate che quei tre...

Succede che aspettano tutti le giocate dei campioni là davanti. Succede che parlano per settimane di Messi, Suarez, Neymar, delle giocate che quei tre sono in grado di fare, dei numeri che hanno nei piedi per cambiare improvvisamente la partita. Succede che si sprecano fiumi di parole per Iniesta, per i suoi lanci telecomandati, per la sua visione di gioco. Succede che si spendono elogi per Busquets, per dire che si, forse in campo non è simpaticissimo, ma è un signor centrocampista. Succede che si esaltano i due pendolini sulle fasce, Jordi Alba e Dani Alves, per il loro ruolo di supporto alla fase offensiva. Succede che si dice un gran bene di Piquè e Mascherano, una coppia di centrali che niente ha da invidiare alle più famose e affiatate nel mondo. Succede che si lustrano i guantoni al giovane Ter Stegen, che forse ha regalato al Barcellona una sicurezza per la porta.

Insomma, tra le tante letture e le tante parole dedicate a questa finale, quasi tutti si sono dimenticati di lui, di questo centrocampista croato, ma nato in Svizzera, ovviamente per colpa della guerra, come tanti suoi connazionali. Quasi tutti si sono scordati di Ivan Rakitić, il faticatore del centrocampo blaugrana. Faticatore di lusso, si intende, ovviamente. Perchè nel Barcellona non esistono portatori d’acqua, in realtà. Perchè, per togliere il posto a Xavi, devi essere speciale. E Rakitić infatti, nella finale, il palcoscenico se l’è preso subito, dopo 4 minuti. Una meravigliosa azione corale del Barcellona, e il centrocampista croato ha fatto una delle cose che ha imparato a fare meglio, una delle cose che lo hanno reso indispensabile per questa squadra. Si è buttato in mezzo al momento giusto, facendo saltare tutte le marcature della difesa bianconera, e ha battuto Gigi Buffon, per il rapidissimo uno a zero. Poi ci hanno pensato i fenomeni lì davanti a mettere la firma sulla partita, ma il primo squillo l’ha lanciato Ivan.

Non è stata una carriera facile, quella di Ivan Rakitić. Dall’esordio, quasi da bambino, con la maglia del Basilea, al trasferimento in Germania, allo Schalke. Dove sembrava fosse destinato a diventare un fenomeno di quelli veri, e invece verrà venduto al Siviglia, quasi a prezzo di saldo, dopo essere tornato sulla terra. A Siviglia Rakitic deve ricominciare una nuova carriera, ricostruirsi una reputazione. Ma le cose non sono sempre così facili, e la redenzione arriverà solo l’anno scorso, con l’Europa League sollevata al cielo con la maglia degli spagnoli, con la fascia di capitano al braccio. La redenzione era compiuta, la carriera del croato pronta a ripartire. E quest’estate Luis Enrique lo ha voluto con forza, per inserirlo come rinforzo del centrocampo blaugrana. Rakitić lo ha ripagato con una stagione da campione maturo. Tanta corsa, tocchi intelligenti, incursioni, visione di gioco straordinaria. E una propensione a non mollare mai un centimetro che ha fatto innamorare Luis Enrique. Rakete, il razzo, ha tolto il posto a Xavi, mica a uno qualsiasi.

E ieri, dopo 4 minuti, l’ultimo tocco, il sigillo a un’azione da Barcellona del Barcellona è stato il suo. Lui, che, prima di questa finale, i riflettori addosso non li aveva avuti mai puntati addosso, se non da chi aveva capito, da sempre che Ivan Rakitić non è un centrocampista come tutti gli altri. Adesso lo sa anche il resto del mondo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro