Era solo un’amichevole, ma mezzo mondo la aspettava come manco la finale del Campionato del Mondo, vuoi per la torrida estate trascorsa dal calcio...

Era solo un’amichevole, ma mezzo mondo la aspettava come manco la finale del Campionato del Mondo, vuoi per la torrida estate trascorsa dal calcio italiano, vuoi per l’esordio di Antonio Conte che, se possibile, si presentava sulla panchina degli azzurri odiato come nemmeno il Mostro di Firenze: dagli juventini, per il fatto di averli lasciati nelle improvvide e pericolosissime mani di Allegri, dal resto d’Italia, per il fatto di essere Antonio Conte.

Il San Nicola di Bari, colmo come quando Igor Protti e Sandro Tovalieri guidavano il trenino, è il teatro scelto per questo esordio teatrale. L’atmosfera è quella dei grandi eventi, la banda musicale un po’ meno. L’inno olandese si sente male, forse sbagliano pure qualcosa. Inquadrano De Jong concentrato come se si stessero decidendo le sorti dell’umanità, e il nostro cuore accelera come Lichtsteiner sulla fascia. Poi, i capitani De Rossi e Van Persie leggono qualcosa che, a causa della scarsa qualità dell’impianto audio, potrebbe anche essere il giuramento di Ippocrate o la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Poi si parte. E, neanche il tempo di vedere come siamo messi in campo, di capire se per caso da qualche parte sbucherà Thiago Motta, di cercare Tevez per il campo salvo accorgerci che non è la Juve, facciamo gol.

Merito della preparazione di Antonio Conte? Merito del 3-5-2 perfettamente schierato in campo? Merito dell’affiatamento già perfetto della nuova coppia Zaza-Immobile? Ma che. Merito di uno degli schemi più efficaci della storia del calcio, vecchio baluardo mai duro a morire, garanzia di efficacia. Il sempiterno lancio lungo alla speraindio. La difesa olandese sta ancora finendo di cantare l’inno, per cui Immobile può insinuarsi nella difesa orange, meravigliandosi di non essere finito in fuorigioco, e battere Cilessen. Uno a zero per noi, sono passati tre minuti e Cesare Prandelli ha già spaccato la sua prima televisione turca.

Manco il tempo di riprendere la Peroni che avevamo posato per esultare, e l’ennesimo lancio lungo alla viva il parroco coglie impreparato Bruno Martins Indi. In realtà, potremmo giurare di aver visto più volte Bruno Martins Indi venir colto impreparato che non respirare, ma tant’è. Simone Zaza si trova il pallone tra i piedi e il nostro beniamino lo travolge goffamente.

Cartellino rosso per il difensore olandese, che si conferma una sciagura che cammina, e rigore per noi. Sulla palla va De Rossi, prendendo una rincorsa che ci fa credere che quel pallone arriverà su Giove o Saturno. Invece ci stupisce spiazzando Cilessen, facendoci così capire il motivo per il quale quel volpone di Van Gaal lo avesse tirato fuori ai tempi della partita con la Costa Rica. Due a zero, Prandelli soffrirebbe di meno se uscisse per strada con una sciarpa del Fenerbahce al collo.

Sul finire di tempo, Simone Zaza, conciato come Anelka, prova a ricordare la parentesi italiana del francese mangiandosi un gol clamoroso a tu per tu col portiere. L’unica nostra gioia in campo, Nigel De Jong, lotta come un leone su tutti i palloni. Proprio l’attaccante lucano a un certo punto prova a sradicargli un pallone dai piedi: respinto con perdite, siamo sicuri non ci proverà mai più. Nel contempo, un individuo con la trombetta attenta al nostro padiglione uditivo suonandola in continuazione. Se sei nostro fan e ci leggi, palesati, abbiamo una bottigliata da tirarti.

Ci immaginiamo il presidentissimo Tavecchio a casa, in mutande fantozziane, con birra e frittatona di cipolle, a chiedersi se sarà possibile cancellare tutti i collegamenti tra Gran Bretagna e Italia per lasciare Balotelli a giocare con Sterling e Sturridge. Poi, lo inquadrano e il nostro sogno svanisce.

L’Italia gioca bene. Colpi di tacco, verticalizzazioni improvvise, fitta rete di passaggi. Ci viene da chiedere indietro il Trap, mentre nel frattempo Antonio Conte si innervosisce perchè non vede Isla scendere sulla fascia, poi rinsavisce e fa un applauso a Darmian.

Nella ripresa, ci segnalano improbabili somiglianze di Zaza con chiunque: si va dal già citato Nicolas Anelka al Mullah Omar fino al detenuto Saadi Al-Gheddafi. Nel frattempo Van Persie si caga un gol che in genere fa ad occhi chiusi, facendo credere che forse Antonio Conte ha portato con sè una ventata di buona sorte, se non proprio di culo.

A un certo punto ci assale un dubbio: che non sia l’Olanda arrivata in semifinale al Mondiale ma 11 balordi racattati a Barivecchia e vestiti di arancione con lo scopo di far fare bella figura ai nostri eroi? L’Olanda aspetta solo il fischio finale, si vede. Tutti, tranne uno. Già sapete chi, ovviamente, quel Nigel De Jong che è su TUTTI i palloni, anche quelli fuori dal campo. Con il rosso a Martins Indi gioca quasi da centrale difensivo. E’ il padrone della squadra e i nostri occhi brillano. Poi inquadrano Sneijder. Allora giocava!

Cilessen prova ad esibirsi in un dribbling a cielo aperto su Immobile che lo stende ma per poco non gli porta via palla a un metro dalla porta. In Olanda rinnegano il calvinismo e riscoprono il piacere della cara, vecchia, indiscussa bestemmia a tutta voce. Al minuto 25 della ripresa, profumo di delinquenza nell’aria. Veltman si accascia al suolo, i compagni si sbracciano, le telecamere inquadrano Ciro Immobile. Un urlo echeggia nelle case di tutta Italia: “Ha delinquito!”

Attendiamo il replay come un bambino aspetta Babbo Natale la notte del 24, e il replay arriva. Nulla, il difensore olandese si accascia immotivatamente al suolo senza che Ciruzzo nostro lo abbia sfiorato. Ripensiamo al laser verde che ha accompagnato tutta la serata e capiamo immediatamente tutto: c’era un cecchino appostato sulle gradinate del San Nicola.

Leo Bonucci, ringalluzzito dai due lanci che hanno ispirato i due gol azzurri, prova a ripetersi. Prima con una punizione dalla trequarti che raggiunge un palazzo popolare ad Altamura, poi con un lancio per Mattia Destro raccolto da alcuni pescatori al molo di Polignano a Mare.

Dopo un ultimo quarto d’ora interlocutorio e almeno quindici falsi dalla tribuna, arriva il triplice fischio finale. I giornali di domani sono pronti ad andare in stampa con la richiesta di proclamarci Campioni del Mondo morali con decisione retroattiva, Cesare Prandelli spegne la televisione, bacia il santino di Thiago Motta che stringe tra le dita e chiude gli occhi pensando che domani chiederà a Felipe Melo di provare quel bel lancio lungo alla speraindio che ieri sera sembrava così bello.