Capita, nel calcio. Succede, una volta ogni tanto, che ti siedi sul divano, per vedere la partita della tua squadra del cuore, e, quando...

Capita, nel calcio. Succede, una volta ogni tanto, che ti siedi sul divano, per vedere la partita della tua squadra del cuore, e, quando ti alzi da quel divano, ti senti dentro una sensazione, un fuoco. Due molle che ti tirano in direzioni opposte. Da una parte vorresti uscire fuori e farti giustizia, spaccare il mondo, andare a farla pagare a qualcuno per l’ingiustizia di cui ti senti palesemente vittima. Dall’altra parte, un piccolo rimorso di coscienza, qualcosa che cerca di riportarti sulla terra, qualcosa che cerca di farti capire che, diamine, è solo un gioco, è solo una partita, tu non c’entri nulla. Ecco, quando pensiamo a questa partita, anche a 13 anni di distanza, continua a dominare la prima sensazione. Altro che gioco. Anche a distanza di 13 anni, noi che c’eravamo, a tirare Santi sui nostri divani, questa partita proprio non riusciamo a mandarla giù.

Si, perchè stiamo parlando del 2002. Italia-Corea del Sud. 18 giugno 2002. Ahn Jung Hwan e Byron Moreno. Il giorno in cui fummo depredati. Proviamo a fare un passo indietro e ad atterrare al Daejeon World Cup Stadium. Uno stadio per cui, quel giorno, eravamo il nemico. Noi, la Storia. Loro, il Futuro. E noi la Storia potevamo scriverla per davvero. Un gruppo di campioni nel pieno del loro splendore. Un attacco che poteva contare su Totti, Vieri, Del Piero, Montella, Inzaghi. E dietro, i nostri Santi protettori, un giovane Buffon in porta e un eterno Paolo Maldini a comandare la difesa. E un rimpianto, il solito. Quel Roberto Baggio che il Trap non aveva voluto chiamare. Quel Roberto Baggio che diventerà un fantasma difficile da sopportare, ingombrante e pesante.

Alle 12.30 ora italiana di quella mattina di inizio estate, quando le squadre sono schierate per gli inni nazionali, sulla carta non c’è storia. Dovremmo vincere facile e volare ai quarti di finale. C’è qualche defezione, pure pesante. Nesta e Cannavaro non saranno della partita. Uno infortunato, l’altro squalificato. Per cui in difesa ci toccherà arrangiarci. Ma davanti siamo nettamente più forti, e non ci sarà storia. Ed è per questo che accogliamo con il sorriso ironico di chi si sente sicuro della vittoria lo striscione che i tifosi coreani tirano fuori prima della partita. “Again 1966”. Un altro 1966. Quando un’altra Corea ci cacciò fuori da un Mondiale maledetto. Non potevamo immaginare che sarebbe stato peggio. Molto peggio. Non potevamo immaginare che ci avrebbero preso la dignità e ce l’avrebbero calpestata a forza. Semplicemente era tutto imprevedibile.

Eppure qualcosa avremmo dovuto capirla. Quando ci siamo schierati ad ascoltare l’inno di Mameli. Noi, in salotto. Loro, davanti a 41.000 persone vestiti di rosso e con la faccia abbastanza incazzata. Non i tipici coreani, quelli che ti aspetteresti. Loro il folklore lo avevano già messo da parte. Loro avevano vinto il loro raggruppamento, loro erano allenati da quella vecchia volpe di Guus Hiddink, che era riuscito a tirare fuori il meglio da un gruppo non certo tecnico, non certo fatto di campioni. Ma veloci, disciplinati, organizzati. Ma noi, da buoni italiani, ci sentivamo sicuri.

Bastano 180 secondi per capire che probabilmente non sarà una partita come tutte le altre. Bastano 180 secondi per iniziare a stamparci negli occhi l’immagine del signore vestito in nero. Un signore vestito in nero che arriva con la sua corsa affannata. Sembra essere già stanco. Un signore vestito in nero con la faccia pacioccona, da impiegato del catasto che timbra il cartellino e se ne esce a fare la spesa. Un signore vestito in nero che mette la mano nel taschino e protende il braccio con tutta la forza che ha in corpo, con in mano il cartellino giallo destinato a Francesco Coco. 180 secondi, prima ammonizione, prime imprecazioni dal nostro salotto contro questo Cicciobello venuto dall’Ecuador. Byron Moreno, questo il suo nome. Diciamo che impareremo a conoscerlo.

Perchè è proprio dalla punizione decretata per il fallo di Francesco Coco che nasce la prima Madonna vera e propria del 18 giugno 2002. Panucci e Coco trattengono il loro uomo. Una trattenuta come milioni se ne sono viste nel gioco del calcio da fine Ottocento ad oggi. Ancora non sappiamo quale delle due trattenute Byron Moreno abbia deciso di fischiare. Sul dischetto va Ahn Jung Hwan, quello del Perugia. Gigi Buffon lo guarda negli occhi, battezza un lato e lo ipnotizza. La palla va dove vuole lui, il pericolo è scaraventato in corner. Ma dopo 5 minuti di gioco abbiamo capito che questa non sarà una partita come tutte le altre.

Al diciottesimo minuto, però, ci illudiamo. Crediamo di esserci evitati un pomeriggio di sofferenza. Crediamo quasi di averla sfangata. Francesco Totti si guadagna un calcio d’angolo e va a batterlo. Mette la palla morbida morbida sul primo palo. Christian Vieri non deve faticare molto per liberarsi della marcatura di un avversario che gli rende almeno 15 centimetri. Stacco imperioso, capocciata epica e siluro nell’angolino alto. Uno a zero per noi, partita che sembra in discesa. E sarà una discesa, si. Ma verso l’abisso.

Al 22′ Byron Moreno decide di tornare protagonista. Scontro tra Totti e un coreano a centrocampo, mano dell’azzurro un po’ alta, sceneggiata cosmica della vittima e dei compagni. Accorre il solerte Moreno a tirar fuori, di prepotenza, il cartellino giallo per il nostro numero 10. Sarà un pomeriggio lungo, lo sappiamo. Ma si va all’intervallo sopra di un gol. Con la consapevolezza che, se non combiniamo pasticci clamorosi, la partita la si può portare a casa. Ma ci sono due problemi. Il primo è che, ai Campionati del Mondo, noi italiani siamo bravissimi soprattutto a fare una cosa: combinare pasticci clamorosi. Il secondo è che nel secondo tempo i coreani hanno deciso di menare più forte, e Byron Moreno ha deciso di salire sul palcoscenico.

La ripresa si apre con due cartellini gialli per i nostri due centrali di centrocampo: Damiano Tommasi e Cristiano Zanetti. Il terzo centrocampista, con libertà di allargarsi, era Zambrotta. Il Trap poteva comunque prepararla meglio quella partita, probabilmente. Al 61′, preso da un attacco di trapattonite acuta, Giuanin richiama in panchina Alex Del Piero. Troppe 3 punte per mantenere il vantaggio, dentro un altro a far legna: Rino Gattuso. Manca mezzora e ce la possiamo ancora fare. Ma ci stiamo innervosendo, è lampante. Kim Tae Young viene palesemente graziato dall’ecuadoriano. Era già ammonito, commette un fallo che gli sarebbe benissimo potuto costare un rosso. Niente da fare.

Loro sembrano aver trovato energie supplementari. Continuano a correre, fanno girare la palla, al ritmo dei tamburi e delle urla di incitamento dei quarantunomila vestiti di rosso. Giocano a velocità doppia. Come se andassero dietro allo sbattere delle bacchette sui tamburi. Noi, nella miglior tradizione italiana, ci chiudiamo e proviamo a ripartire. Brutti da vedere come la fasciatura sporca di sangue in testa a Francesco Coco, che si è aperto. Trapattoni, davanti alla sua panchina, con l’acqua santa in mano, passeggia nervoso. Come chi sa che sta per succedere qualcosa di brutto.

E’ una di quelle partite che devi chiudere. Una di quelle partite in cui devi fare il 2-0 in contropiede e mandare tutti a casa. Una di quelle partite in cui devi essere tu a cacciarti dai guai prima che possa arrivare un arbitro venuto dall’Ecuador a lasciarti in mutande. E infatti ci mangiamo le opportunità per andare sul due a zero e mandare a casa quei quarantunomila diavoli con la maglia rossa con le pive nel sacco. E, come nella migliore tradizione italiana, al minuto 87 arriva la punizione divina.

Panucci, con un intervento indegno della sua carriera, combina una frittata bella grossa, e trasforma un pallone innocuo in un assist al bacio per Seol Ky Hyeon. Buffon trafitto da uno spietato diagonale. Uno a uno. Tutto da rifare. Ed è semplicemente l’inizio della fine. Neanche il tempo di finire il replay, neanche i tempo di terminare l’imprecazione. Bobo Vieri manda all’aria la possibilità di dimenticarci per sempre della Corea, di Ahn, di Byron Moreno. Da due passi, anzi da uno. A porta sguarnita, anzi deserta. Gli arriva un pallone dalla sinistra, uno di quei palloni che vanno solo accarezzati e spinti in rete. Uno di quei palloni che Bobo non fa altro che mettere dentro. Stiamo già esultando, quando gli arriva la palla. Ma è un attimo, che le mani da alzate in alto, finiscono tra i capelli. L’ha sparata fuori. E non ci crediamo. Moreno fischia tre volte ed è la nostra condanna.

Perchè finiscono i 90 minuti regolamentari sull’uno a uno. Ed inizia un inferno dal quale ancora oggi dobbiamo uscire, probabilmente. Iniziano i tempi supplementari, con lo spettro del golden goal. I tempi supplementari in cui il calcio smette di essere calcio e diventa tragedia. Caos allo stato puro. Non c’è più tattica che tenga. Negli occhi c’è solo la paura di perdere. Di andare a casa travolti dall’infamia. A due minuti dalla fine dei tempi supplementari, Byron Moreno diventa in un attimo l’uomo più odiato del Belpaese. Totti entra in area, va a terra. Noi, dal nostro salotto, stiamo già pregando Iddio che il Pupone non decida di tirarlo di nuovo a cucchiaio, come due anni prima, per il bene delle nostre coronarie. E invece Moreno si dirige verso Totti, che intanto si è alzato. Estrae sicuro il cartellino giallo nei confronti del nostro 10. Il secondo. Rosso, espulsione, partita finita.

C’è una foto che è passata alla storia. Ritrae l’arbitro ecuadoriano mentre rimette a posto i cartellini nel suo taschino. Con lo sguardo perso nel vuoto. Come un alieno, come un freddo robot che non ha mai avuto neanche l’ombra di un’emozione sul suo volto. Angelo Di Livio gli sta puntando il dito contro, con la vena del collo che sembra esplodergli. Ma Moreno resta lì, imperturbabile. Noi, nel salotto di casa, ci siamo fatti esplodere la vena del collo, come Di Livio. Ma non servirà a nulla. Non servirà a nulla neanche andare a sbattere il pugno sul vetro, dietro il quale c’è il delegato FIFA. E’ quello che fa un Trapattoni livido di rabbia. Un Trapattoni mai così arrabbiato, mai così cattivo.

Più tardi sarà anche peggio. Al quinto minuto del secondo tempo supplementare, 10 alla fine del supplizio, 10 prima dei rigori. Vieri con un tocco manda in porta Damiano Tommasi, che deve solo scartare il portiere e depositare in rete. Lo farebbe pure, ma un solerte omino con la bandierina in mano gli dice che non è il caso di proseguire oltre. Fuorigioco quantomeno dubbio, anche il sempre pacato Bruno Pizzul in telecronaca perde il suo aplomb. E noi, dal nostro salotto, pensiamo che se si può scomporre Bruno Pizzul, allora vale veramente tutto.

Al settimo minuto del secondo tempo supplementare, 8 alla fine del supplizio, 8 prima dei rigori. Gennaro Gattuso si presenta a tu per tu con il portiere coreano. Potrebbe batterlo, spara alto sulla traversa. Se non ci pensa Moreno, ci pensiamo noi. Questa partita è maledetta, ma noi probabilmente siamo stronzi. All’undicesimo minuto, 4 alla fine del supplizio, 4 prima dei rigori. Il Trap ha deciso di mandare in campo Vincenzo Montella. L’aeroplanino si sistema le scarpe, allaccia il pantaloncino. Mark Iuliano scaraventa un pallone a diverse decine di metri dalla nostra area di rigore. I coreani la riconquistano e si lanciano in avanti. Lee fa partire un cross dalla trequarti. Vincenzo Montella, da bordocampo, trattiene per un attimo il fiato. Realizza che può anche rimettere la giacca della tuta, non entrerà mai più. Italia-Corea del Sud finisce sul colpo di testa spizzato all’indietro di Ahn Jung Hwan. Italia-Corea del Sud finisce con i quarantamila diavoli del Daejeon World Cup Stadium in festa.

Alla fine hanno avuto ragione loro. “1966 again“. Noi, nel nostro divano, attoniti, a terra come Buffon. Increduli. Un po’ per essere stati derubati da un arbitro ciccione, un po’ per aver sprecato da fessi così tante occasioni. E’ una di quelle partite che proprio non ti spieghi. E’ una di quelle partite che fanno proprio male e ti fanno odiare il calcio. Mai più, mai più farsi il sangue amaro per questi qui.

E sarà molto peggio. Sarà una partita che si porterà dietro gli strascichi per giorni, settimane, mesi, anni. Ci sarà Luciano Gaucci che negherà il rinnovo al suo giocatore, reo di aver giustiziato l’Italia con un golden goal mai digerito. Ci sarà la Spagna, derubata da un arbitraggio se possibile ancora peggiore di quello di Moreno. Ci saranno fantasmi che torneranno a tormentarci di tanto in tanto nei nostri incubi peggiori. Quattro anni dopo, Italia-Corea sarebbe stata solamente un lontano ricordo. Ma fino al 9 luglio del 2006, lo sguardo assente di Byron Moreno mentre sventola il cartellino rosso sotto il naso di Francesco Totti ce lo siamo ricordati tutti. E, ogni tanto, ce lo ricordiamo ancora.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro