Italia-Cile, 2 giugno 1962: la Battaglia di Santiago Italia-Cile, 2 giugno 1962: la Battaglia di Santiago
Buon pomeriggio. L’incontro a cui state per assistere è l’esibizione di calcio più stupida, spaventosa, sgradevole e vergognosa, possibilmente, nella storia di questo sport.... Italia-Cile, 2 giugno 1962: la Battaglia di Santiago

Buon pomeriggio. L’incontro a cui state per assistere è l’esibizione di calcio più stupida, spaventosa, sgradevole e vergognosa, possibilmente, nella storia di questo sport.

Così David Coleman, telecronista della BBC, introduceva agli spettatori britannici Cile-Italia, gara del primo turno dei Mondiali 1962: novanta minuti di pugni, colpi di kung-fu, falli al limite (e anche oltre) del codice penale, nasi rotti, e interventi dei celerini cileni -soprannominati non a caso “Gestapo”- per ristabilire la calma in campo; tutto questo fu la cosiddetta “Battaglia di Santiago“. Ma andiamo con ordine.

Le premesse di questa storica partita (il giornalista Alberto Facchinetti ci ha scritto addirittura un libro) nascono grazie agli infelici articoli di due giornalisti, Antonio Ghirelli de “Il Corriere della Sera” e Corrado Pizzinelli de “Il Resto del Carlino”, che descrivevano il Cile, ed in particolare Santiago, non solo come posti inadatti ad ospitare un mondiale di calcio, ma come luoghi di per sè invivibili.

Pizzinelli, in un altro articolo pubblicato all’interno de “La Nazione” di Firenze, arrivava a paragonare il popolo cileno a quelli africani ed asiatici, che vivevano (e alcuni purtoppo ci vivono tuttora) nella miseria più totale, per poi chiudere in bellezza: “Gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti, questi sono dei regrediti.

Tutti questi delicati complimenti furono scritti ignorando che il Paese, solo 2 anni prima, era stato sconvolto dal terremoto di Valdivia, il più potente sisma mai registrato: causò 3000 morti e portò il Cile a gravi difficoltà economiche che altrimenti si sarebbe risparmiato.

Se a questo aggiungiamo che l’Italia avrebbe portato tra i 22 convocati anche due oriundi argentini non proprio scarsi (Maschio dell’Atalanta e Sivori della Juventus, Pallone d’oro in carica), la frittata era fatta: già insultare i cileni che ci ospitavano non era un gesto di simpatia, ma provare pure a batterli con l’aiuto degli storici nemici era troppo: il quotidiano locale “El Clarìn” titolò “Guerra Mondiale“, e nei giorni che precedettero il confronto un giornalista scambiato per italiano fu picchiato in un locale. Indovinate di che nazionalità era? Argentino, ovviamente. Chissà se, dopo averlo scoperto, gli autori del pestaggio, se ne pentitirono; concedetemi il beneficio del dubbio.

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Cile-Italia sarebbe stata disputata durante la seconda giornata del girone: nella prima gli azzurri avevano pareggiato senza reti con la Germania Ovest, mentre i padroni di casa avevano sconfitto in rimonta per 3-1 la Svizzera; di conseguenza, con una vittoria alla roja sarebbe bastato un pari nella partita seguente, mentre un nulla di fatto avrebbe reso l’ultima giornata molto più incerta, per quanto lo potesse essere ai tempi (le partite non solo non si giocavano in contemporanea, ma addirittura con un giorno di differenza).

Affrontare undici sudamericani incazzosi, e per giunta con la necessità di vincere, dev’essere difficile per chiunque, anche per altri undici sudamericani: ma quel 2 giugno fu un vero e proprio manifesto alla delinquenza gratuita.

Si inizia dopo appena sette minuti, con un fallaccio da dietro di Landa su Ferrini, che non la prende bene: il reo si prende un sano pugno in faccia, e nel caos che ne segue Leonel Sanchéz, figlio di un ex campione nazione di pugilato, spacca il naso con un cazzotto all’oriundo Maschio; noi, intanto, siamo in dieci per l’espulsione di Ferrini, che esce dal campo solo dopo l’intervento dei Carabinieri cileni.

Ma è fra il 38′ ed il 41′ che si consuma il capolavoro: nei pressi della linea di fondo cilena, Sanchéz sta difendendo il pallone da David, ma finisce col sedere a terra con il pallone tra le gambe e l’azzurro, invece di provare a levargli la palla, lo colpisce con alcuni calci sulle ginocchia.

Il cileno si alza immediatamente e rende per la seconda volta in mezz’ora suo padre orgoglioso di lui, mandando l’avversario K.O. con un colpo solo. Ma come avrete capito, David non è proprio uno Javier Zanetti, e tre minuti dopo si prende la sua vendetta.

Sanchéz sta andando incontro alla palla vicino all’area italiana, e si becca dal rivale di prima un calcio volante di rara bellezza sulla scapola; la chicca, oltre al fallo in sè, sta nel boato dell’Estadio Nacional al fallo di David (subito espulso): per scandalizzare un sudamericano con un fallo ci vuole un talento non indifferente.

Nel secondo tempo, la musica non cambia, con l’arbitro inglese Aston che permette alla squadra di casa qualsiasi provocazione possibile; l‘Italia intanto si difende come può, essendo in 9 e con Maschio che gronda sangue dall’ottavo minuto (le sostituzioni non erano ancora ammesse), ma capitola verso la mezz’ora, quando subisce un gol da Leonel Sanchéz, protagonista assoluto della partita.

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Dopo la rete del vantaggio, l’italiano Mora ed il cileno Toro ci regalano un’altra perla, in un secondo tempo comunque di alto livello dal punto di vista della cattiveria, in cui ci sono da segnalare altri due interventi sul terreno di gioco dei Carabineros de Chile per calmare gli animi: Mora sta provando a dribblare l’avversario, che ha la geniale idea di placcarlo, stile rugby, per non farsi superare; neanche il tempo che i due finiscano a terra, che avevano già iniziato una scazzottata sul cerchio di centrocampo, che va avanti nonostante l’arrivo di Aston.

Nei minuti finali, proprio Toro segnerà il gol del raddoppio, che porterà il Cile vicinissimo ad una storica qualificazione ai quarti di finale, raggiunta grazie al pari con la Germania nella partita seguente.

Ma la fine della partita non significò la fine della partita più cattiva della Coppa del Mondo: il consolato cileno di Milano fu presidiato per giorni dalle forze dell’ordine dopo l’eliminazione degli azzurri, e, anni dopo, lo stesso Aston riconobbe il teppismo dei giocatori scesi in campo, e anche dei tifosi sugli spalti:

Fu un’autentica caccia all’uomo, non una partita di calcio. Volevo sospendere l’incontro, ma durante l’intervallo venni convinto a finire la partita a qualunque costo. Quei 70 mila tifosi potevano trasformarsi in una catastrofe. Il guardalinee messicano mi riferì dei pugni a Sanchez e Maschio, ma dovetti far finta di nulla.

Giuseppe Zotti

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