E’ il minuto 70 del derby d’Italia quando Gary Medel piomba al suolo con la gamba alzata e tesa come una corda di violino...

E’ il minuto 70 del derby d’Italia quando Gary Medel piomba al suolo con la gamba alzata e tesa come una corda di violino nella tipica postura che, come sa bene chi ha giocato a pallone almeno una volta nella propria vita, può indicare solo una cosa: crampi. Di quelli che lacerano le miofibrille, come un coltello piantato in una tela, di quelli che ti costringono a trattenere il respiro.

Non è la prima volta che succede al piccoletto di Santiago del Cile, i più appassionati ricorderanno una scena simile, probabilmente ancor più epica, nell’ottavo di finale del campionato mondiale del 2014 tra Brasile e Cile, in cui i padroni di casa ebbero la meglio solo dopo quella maledetta traversa colpita da Pinilla ed i successivi calci di rigore. Quella volta però non furono solo crampi. Una lesione muscolare di nove centimetri attraversava da parte a parte il quadricipite del mastino cileno, roba che un cristiano normale faticherebbe persino a deambulare.

Non Gary Medel, non in un ottavo di finale di un Mondiale in cui hai la possibilità di mandare all’inferno i padroni di casa e conquistare la gloria eterna del tuo popolo. Le cose poi, come sappiamo, andarono diversamente, senza che ciò impedì al popolo cileno di ergere il piccolo grande guerriero con la 17 sulle spalle, a proprio idolo indiscusso. Troppo toccante quell’attaccamento dimostrato alla Roja, troppo vere le sue lacrime cariche di dolore e sofferenza al momento della sostituzione, arrivata al minuto 108 dei supplementari, in cui tutti si potevano riconoscere. Come dichiarerà Sampaoli, attuale tecnico del Siviglia nonché artefice di quel meraviglioso Cile, “quella partita Medel l’avrebbe giocata anche con una gamba rotta” e badate bene che se per molti questo è un semplice modo di dire per Medel potrebbe tranquillamente essere la verità.

Torniamo per un momento alla partita di domenica scorsa, non sicuramente la migliore giocata dal mediano nerazzurro, ma certamente paradigma del suo modo di essere, di concepire vita e pallone senza freni inibitori, sempre al massimo fino a che gli alveoli riescono a scambiare l’ultima molecola di ossigeno rimasta. Non è mai lui, inteso come mente e raziocinio, a decretare la parola fine. E’ il suo fisico che, arrivato ben oltre il limite di umana sopportazione, glielo impone. Così è avvenuto anche nella partita vinta in rimonta dai nerazzurri contro l’armata bianconera, partita che Medel ha interpretato tecnicamente quasi a livello scolastico, ma che dal punto di vista dall’attitudine, di corsa e sacrificio, andrebbe vivisezionata minuto per minuto.

Ogni ripartenza bianconera si trovava davanti un piccolo muro, ogni volta posizionato in un posto diverso, ma spesso difficile da attraversare e sempre a proprio rischio e pericolo.

L’altra sera, dopo la partita, parlando con un amico si diceva “vedi Valerio, com’è come non è questo alla fine gioca sempre” e se guardate i numeri delle sue presenze, da quando veste la casacca nerazzurra, è proprio così. Arrivato all’Inter dopo l’appariscente Mondiale disputato in Brasile, non si può certo dire che Medel arrivasse con le credenziali di chi potesse aspettarsi il posto fisso nell’undici titolare, al contrario sapeva che il passaggio dal Cardiff City alla squadra di Milano non sarebbe stato privo d’insidie.

Paradossalmente, però, per i giocatori di questo tipo quello che può sembrare un grande salto è in realtà più indolore che per molti altri, magari più tecnici ma indubbiamente più inclini ad oscillazioni di rendimento. Per Gary Medel, sostanzialmente, giocare in un barrio di Santiago del Cile, davanti a due amici e qualche narcotrafficante, piuttosto che a S. Siro in un derby d’Italia fa poca differenza.

Perché Gary Medel conosce un solo modo di giocare a pallone, che non contempla compromessi e non conosce il significato della parola risparmiarsi. Non può essere un caso quando gli allenatori vanno e vengono, nelle varie campagne acquisti arrivano giocatori nel tuo ruolo, ma alla fine, per un motivo o per l’altro quella maglia in mezzo al campo viene affidata a te. Sempre e comunque. De Boer, in questo senso, sembra non fare eccezione. Quattro partite su quattro da titolare, con buona pace di chi, a sessione di mercato conclusa, lo vedeva partente dalla panchina.

Il problema è che chi già lo conosce da tempo sa quello che il pitbull può dare, e che nessun altro della rosa è in grado di pareggiare, mentre chi, appena arrivato, vede tutti sulla stessa linea di partenza, non può fare a meno di notare quella trottola che corre il doppio degli altri e aggredisce fisicamente ogni pallone come fosse l’ultimo. E’ questo il vero motivo per cui non si può rinunciare a Medel, tecnicamente rivedibile, in molti aspetti migliorabile, ma assolutamente imprescindibile in qualsiasi scacchiere tattico e qualunque sia l’allenatore della squadra.

Ce ne fosse più d’uno, probabilmente, sarebbe un problema, ma senza un Gary Medel in squadra, signori miei, non si può andare da nessuna parte. Mettetevelo bene in testa.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo