C’è qualcosa di più difficile del trovare continuità in un campionato tra i più duri e complessi al mondo, e affermarsi e soprattutto confermarsi...

C’è qualcosa di più difficile del trovare continuità in un campionato tra i più duri e complessi al mondo, e affermarsi e soprattutto confermarsi ad alto livello? C’è qualcosa di più difficile del buttare una ventina di palloni in fondo a una porta ogni santa stagione? Certo che c’è: ed è togliersi di dosso delle etichette che in molti -noi compresi, ça va sans dire- sembrano divertirsi ad appiccicarti addosso.

Perché ormai ci siamo abituati quasi tutti a quello stereotipo. Il centravanti un po’ pasticcione, un po’ impacciato, che si ritrova a divorare montagne di gol, anche i più semplici, anche quelli con la porta spalancata. Un po’ come se ci fossimo affezionati a quell’idea, a quel personaggio, e non volessimo più lasciarlo andare. Come quando ti innamori di un personaggio di un film o di una serie tv e -cavolo- proprio non ti riesce di vederlo recitare un altro ruolo. E’ semplice, sicuramente è sbagliato, ma è così che gira il mondo, da sempre o quasi.

Eppure sarebbe più giusto andare a fondo, soprattutto con il protagonista di questa storia. Si, sarebbe più bello, forse, realizzare che il vero Edin Dzeko non è quello della passata stagione, quello dei gol divorati a porta vuota, dei palloni ciccati e delle facce curiose, interrogative, che mostrava alle telecamere che implacabili andavano a cercarne il volto crucciato dopo che ne aveva combinata un’altra. Si, forse il vero Edin Dzeko, la persona oltre il personaggio, è quello che abbiamo avuto l’onore di vedere ieri sera nella pazza- a livello di gioco- serata dell’Olimpico. E forse è quello che vedremo d’ora in poi, se i 5 gol segnati in 7 partite dal bosniaco possono essere considerati a tutti gli effetti un campione statistico significativo per prevedere gli sviluppi della prossima stagione. Di sicuro, un altro giocatore rispetto a quello a cui credevamo di esserci abituati. Sacrificio per la squadra, pericolosità costante e, soprattutto, il gol da rapace d’area di rigore che dopo 5 minuti ha sbloccato la partita. Tutta un’altra cosa.

Il vero Edin Dzeko. Già, perché è difficile scendere in profondità, nell’anima di questo gigante con gli occhi di ghiaccio. Arrivare al vero Edin è impresa per pochi. Sarà perché guardare negli occhi un gigante di 193 centimetri non è facile. Sarà perché uno che ha vissuto da vicino, da molto vicino, la sciagura della guerra, forse non può aprire il suo cuore a tutti.

E’ quello che a cercare bene si legge negli occhi di Edin. Il ricordo di una città -la sua città- distrutta dalle bombe in un assedio durato oltre 4 anni. Edin, infatti, è cresciuto proprio mentre Sarajevo stava crollando a pezzi, distrutta dalle bombe e dall’incoscienza umana che in fondo umana non era. Lui non ne vuole parlare molto spesso, e ci mancherebbe. L’episodio che racconta, poco volentieri, è tristemente famoso: parla di un pomeriggio in cui lui vorrebbe andare a giocare a pallone, insieme agli amici, come tanti ragazzi normali, e di una madre che, forse ascoltando una voce interiore, gli chiede di stare a casa, almeno per una volta. Il resto della storia è fatto di granate che cadono su quel campetto, distruggendolo, e portandosi via la vita di quelli che su quel campo ci stavano giocando. Quando capisci che la tua vita dipende anche da particolari come quello cresci in fretta, ma soprattutto impari a farti scivolare addosso critiche, ansie e paure, come sono quelle che possono interessare la carriera di un centravanti di livello internazionale, quale diventerà Edin qualche anno dopo.

La sua carriera, in fondo, è sempre stata fatta di alti e bassi. Dalle prime stagioni difficili in Bundesliga, al titolo di capocannoniere con il Wolfsburg. Dalle buone stagioni con il City fino alla fuga per i contrasti con Mancini e Pellegrni, che faticavano a trovargli un posto in campo, ma soprattutto faticavano a trovargli un ruolo e dei compiti precisi.

Perché Edin è uno che forse sarebbe stato meglio in un calcio diverso, antico. Sempre meno quelli come lui, i centravanti vecchio stile, i “lampioni” nel bel mezzo dell’area di rigore. Eppure, anche questa in fondo è solo un’etichetta. Perché è vero che Edin Dzeko non sarà una fulmine, ma il suo lavoro per la squadra va ben oltre la semplice presenza in area di rigore. Lui è sempre stato abituato a faticare, ad abbassare la testa e lavorare con estrema umiltà per migliorarsi. A volte, come ha ammesso anche ieri sera Luciano Spalletti, sembra pagare l’imperturbabilità del suo carattere. Il suo allenatore lo vorrebbe più sanguigno, più cattivo, pronto anche a fare a botte qualche volta in più.

L’impressione, da fuori -ma in molti confermano anche da dentro- è che Edin Dzeko sia semplicemente uno di quei bravi ragazzi che se fai incazzare diventa una furia. Il buono che, quando un compagno è in difficoltà, è comunque il primo ad accoglierlo. I compagni, in questo periodo di difficoltà, gli sono sempre stati a fianco. Anche e soprattutto per premiare il suo spirito di sacrificio. Ma soprattutto perché forse sanno che il loro numero 9 è uno di quelli che quando si sentono coccolati riescono a dare il meglio.

Ieri, dopo la vittoria contro l’Inter, Daniele De Rossi si è rivolto ad alcuni tifosi in tribuna Tevere, e, indicando la maglia del suo compagno, si è sfogato: “Guardate questa maglia, ha segnato lui! Ora criticate, pezzi di m…” Il bosniaco ripete spesso che la guerra lo ha reso più forte. Chissà che, con le dovute e fortunate proporzioni, l’inferno della scorsa stagione non ci aiuti a ritrovare il vero Edin Dzeko.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro