Non sappiamo con certezza il nome di quel marinaio di colore che hanno appena dipinto d’azzurro. È stato riverniciato alla bell’è meglio, mentre lui,...

Non sappiamo con certezza il nome di quel marinaio di colore che hanno appena dipinto d’azzurro. È stato riverniciato alla bell’è meglio, mentre lui, consenziente, sorrideva. “Ho un amico che fa luminarie, se andate nel suo capannone troverete scudetti a tremila watt alti 6 metri, pronti per l’imballaggio”, risponde Vincenzo Scudellaro ai giornalisti che lo tallonano.

Scudellaro è il presidente dell’’Associazione per i Festeggiamenti del 17 maggio’ e pare sia l’uomo più cercato in città. “Ci hanno sempre accusato di essere un popolo di improvvisatori – continua – Stavolta abbiamo voluto dimostrare che sappiamo organizzarci per bene. Chiedete e vi sarà dato”, pronuncia col rigore di un generale ai capi ultras arrivati da ogni zona riuniti al suo cospetto.

Qua si sta preparando la più grande festa del mondo.

Ci sono date che segnano la storia. E maggio 1987 per Napoli e i napoletani sconfina nella metafisica. Nel sacro. Nell’apoteosi. Quella di Napoli è la più colossale celebrazione calcistica di ogni tempo. I preparativi vanno avanti da mesi, cinema, bar e sale gioco sono prese d’assalto: ogni cosa in città, come riportano fedelmente le cronache dell’epoca “è presente non solo nella dose maggiore rispetto ad ogni altra festa, ma anche nella dose massima concepibile dalla mente umana”.

Azzurri sono i lampioni, azzurre sono le luci che illumineranno i quartieri. Azzurri sono i cani, i cavalli, gli asinelli e i gatti. Azzurre sono le finestre, azzurri sono i palchi per le esibizioni di orchestre. Azzurre saranno le sfilate di majorettes di bande di cantanti e di poeti, processioni con San Gennaro e con i penitenti che pagano scommesse. Azzurra è l’acqua che sgorga dalle fontane, azzurre sono le fastidiosissime trombette a gas che fanno rimpiangere pure levuvuzela, azzurri sono i Vesuvi da comodino realizzati per l’occasione. Domenica prossima con una giornata d’anticipo sulla fine del torneo, alle ore 17:45 il Napoli potrà laurearsi Campione d’Italia per la prima volta dalla sua fondazione. A meno che la Viola non decida di fare uno sgambetto, di quelli che fanno male, alla banda di Maradona.

I tifosi sono riusciti a sfondare le porte dell’allenamento per vedere Diego di persona. “Questa benedetta giornata sembra non voler arrivare mai”, ha detto lui al termine delle fatiche preparatorie. Ci sono giornalisti dal Brasile e dall’Argentina, dall’Olanda e dall’Austria. Domenica saranno oltre 200 gli invitati da tutto il mondo a Fuorigrotta. Inclusa una troupe dal Senegal.

La gente sta pensando di andare allo stadio di sabato: nessuno vuole mancare all’evento. E 85.000 biglietti sono stati polverizzati in un battibaleno. Come tutta la stagione, d’altronde: in casa e fuori. “Il business in città (mettendo un accento sulla e, mi raccomando) sarà di oltre 60 miliardi” esclama Vittorio Esposito, soprannominato Belmondo, che da 30 anni organizza spettacoli di ogni risma. I napoletani – care signore, cari signori – hanno investito i risparmi di una vita (o buona parte di essi) per festeggiare degnamente l’evento. La fede sta per essere ricompensata. Il riscatto scritto. La speranza risollevata. “Del bel calcio ce ne freghiamo” continua Bianchi. “Pensate che in un periodo come questo – con l’Inter che ha deciso di recuperare terreno – ci mettiamo a dare spettacolo?”.

La prefettura di Napoli ha espressamente richiesto alla Lega che la gara con la Fiorentina sia trasmessa in diretta tv. Il compromesso c’è stato: gli ultimi 30 minuti finiranno sui Rai 3, è la prima volta nella storia della televisione in Italia. Servirà ad allentare la tensione rispetto ad un fatto calcistico che non è mai stato tanto atteso da una Regione intera. Anche la segreteria della Cgil ha inviato un telegramma al presidente del Coni affinché “fosse consentita in tv la fase più esaltante del campionato”. E all’assemblea del Psi di ieri si è tornati nuovamente sul punto: “Siamo qui con un certo anticipo per partecipare alla festa dei futuri Campioni d’Italia”, ha esclamato Craxi rivolgendosi alla platea. Consenziente.

Tutto è iniziato un pomeriggio di fine estate a Fiumicino, con l’arrivo di Diego, barbuto e contento, dopo il trionfo sugli altipiani del Messico. Con i tifosi giunti in ritiro con quintali di sale, per combattere il malocchio di Berlusconi e Agnelli che “ci dà già per favoriti e che invece sta producendo solo infortuni gravi”. Con Ferlaino che, al netto della seconda stagione con Diego, e con oramai 17 anni di presidenza alle spalle, ha sborsato oltre 30 miliardi di lire per rifare la squadra. Mica poco. È un campionato più spaccato del solito, questo: le prime cinque in classifica mai hanno totalizzato tanti punti come in 18 giornate. E raramente, dicono i numeri, la differenza con le ultime cinque è stata così grande. Ce la si gioca, insomma, negli scontri diretti. La lunga marcia del Napoli è ammirata in tutta Italia: a Torino ci sono pugliesi, calabresi e siciliani testimoni di un Sud che non è più succube e bistrattato. Adesso, signori, si può tifare la squadra della propria terra senza tanta recriminazione. Anzi, rivendicandolo.

In mezzo ci sono i soliti capricci di Maradona, gli arrivi in aereotaxi, gli allenamenti saltati, la nascita della prima figlia, gli scontri con i giornalisti e il giro del mondo in onore degli sponsor. Nove mesi di amore e rabbia, tensione evolutiva, concentrazione, bile e disperazione. Nove mesi di speranza, chimera e illusione, cominciati dalla sinfonia numero 9: la vittoria al Comunale di Torino, contro la Juve. Un uragano targato Ferrario, Giordano e Volpecina che nel secondo tempo ha spazzato via la Vecchia Signora: 3-1 e vittoria a casa Agnelli. Non accadeva da 29 anni. “È stata la risposta all’acquisto dell’Alfa Sud” ha esclamato un operaio napoletano il lunedì successivo, sintetizzando l’evento. Con il passare delle giornate le corde del tricolore hanno cominciato a tingersi d’azzurro. È vero, dopo la vittoria nello scontro diretto e la disfatta di Verona, l’Inter si è rifatta sotto: ha recuperato 5 dei 7 punti di svantaggio e il fiato sul collo comincia a dare fastidio. Domenica, però, non si può fallire.

L’attesa prima della festa più allegra divertente ostinata cocciuta e frastornante della storia del calcio italiano è un lungo istante da raccontare: “Chiedete e vi sarà dato”, continua a ripetere Scudellaro. La notte è trascorsa con frenesia, mentre si dipingeva d’azzurro tutto quello che restava. Alle 8:30 del mattino alcuni tifosi decidono a gruppetti di incamminarsi verso Fuorigrotta: il piazzale è già pervaso dall’odore di birra e porchetta, motorini e ambulanti. C’è anche Pierone, che ha tirato fuori dal sottoscala i sombrero fatti apposta per l’Italia ai Mondiali del Messico: gli azzurri l’hanno deluso, ma ci ha pensato Diego a far spiccare le vendite. Si aggira per la piazza, Pierone. Sorride.

Scudellaro è più impegnato di un capo di Stato: “Chiedete e vi sarà dato”. Alle 9 aprono i cancelli: alle 11 la fila è già sostanziosa. A porta San Gennaro si recita l’ultima benedizione dei tifosi prima della gara: si mettono in fila, tutti, davanti l’arco, sotto lo striscione che recita “San Gennaro ci ha aperto le porte dello scudetto“. Sembrano i pellegrinaggi di Montevergine. E non sono poi così diversi. Chiedete e vi sarà dato. Ragazzi bardati d’azzurro alzano il pollice per chiedere un passaggio. Si va tutti allo stadio: oggi le differenze non contano. Chiedete e vi sarà dato.

Al centro di Santa Lucia si celebrano – con tanto di bara – le esequie delle avversarie. Numerosi i partecipanti. Chiedete e vi sarà dato. Alcuni fedeli hanno deciso di portare l’immagine di Maradona in un santuario. Si erge tra candele, incenso e altari: è un’istantanea che ritrae il Pibe felice dopo una rete. Un altare con tanto di quadretto inchiodato al muro sulla collina dei Ponti Rossi: e le preghiere non si contano. Chiedete e vi sarà dato. Centinaia di tifosi commossi ed emozionati girano per la città e per i vicoli portando con sé vecchie foto, piccole e sgualcite. Sembrano i pagellini, i classici ricordi dei morti. E lo sono. Sono ritratti di nonni e bisnonni, padri e defunti, che dopo anni di fede senza mai esultare stavolta scendono in strada. E pure loro fanno festa. Chiedete e vi sarà dato. Nei pressi dello stadio si erge una scultura moderna, che moderna non è: ha i caratteri, la forma e le dimensioni di una banana gialla in cartapesta alta 3 metri, con tanto di dedica “Per i nordisti”. Chiedete e vi sarà dato. Sulla riviera di Chiaia qualcuno ha steso quello striscione che rimarrà emblematico: “Scusate il ritardo”, recita. E sintetizza in 3 parole 60 anni di storia sportiva. Chiedete e vi sarà dato. I ristoranti cittadini hanno fatto sapere che stasera verrà saltato il solito turno di chiusura domenicale: c’è da festeggiare. E un giorno così chissà quando tornerà. Chiedete e vi sarà dato. “È follia, è follia festeggiare prima di aver vinto – si ostina a ripetere Maradona – chiediamo ai tifosi di rimanere calmi”. “Scudetto? Lo sa solo Pitagora quando sarà”, ribadisce l’arruffato Bianchi, mettendo i panni del pompiere.

La città segue la partita con un occhio alla tv e uno alla radio. Chi non è riuscito ad andare allo stadio si è organizzato per tempo. Davanti c’è la Fiorentina di Bersellini e Antognoni, ultima trappola prima del sogno. Nel primo tempo è già festa: è il minuto 29 quando Maradona imbastisce l’azione che porta Carnevale di fronte alla porta avversaria. Tocco d’esterno destro e palla che rotola lentamente verso la linea: apoteosi. Qualcuno si esibisce già in un’invasione di campo. Bandiere, sciarpe e trombette ballano sugli spalti, impazzite. Ci pensa un giovanissimo e strabiliante Roby Baggio dieci minuti dopo a rimandare i sogni napoletani. Ma solo per poco. Era l’85’ quando i fortunati presenti hanno cominciato a saltare, urlare, abbracciarsi sulle gradinate dello stadio San Paolo. L’Inter perde a Bergamo: signori, è fatta. Gli ultimi minuti non hanno avuto alcun senso. Sono entrati Ferrara e Caffarelli, ma solo per testare pure loro il prato di Fuorigrotta in un giorno di festa. Mai pareggio è stato così dolce. E quando Pairetto ha deciso di fischiare per 3 volte nessuno se n’è accorto: si è capito tutto dagli abbracci, dalle corse sfrenate di giornalisti e fotografi. Da Galeazzi che bracca Bianchi. Dalle lacrime di molti. Dall’incredulità di tanti. Mai così tante anime felici aveva raccolto uno stadio interno.

Quando alle 17,45 in punto la radio conferma, un boato si leva da quella marea azzurra che è diventata piazza del Plebiscito. La notizia si è diffusa con una rapidità impressionate. Come un lampo, un ordine da rispettare, si è dato vita alla festa finale. A Toledo si ballano tarantelle tra i vicoli. A Forcella fiumi di vino e dolci per tutti. Alla Sanità si procede con spaghetti ai frutti di mare e champagne. Sfilate e parate, carri e majorette, giganteschi scudetti luminosi, cori, orchestre, concerti e fuochi d’artificio. Un’enorme mongolfiera azzurra è partita da piazza del Plebiscito, direzione Vomero. Oltre 30.000 cappellini azzurri e tricolori sono stati distribuiti gratuitamente a tifosi, passanti e residenti. Una nave tinta d’azzurro ha fatto da spola tra un punto e l’altro del golfo. Nel quartiere Santa Lucia hanno esposto due pupazzi alti 5 metri, raffiguranti Maradona e Bagni. A San Giovanni a Teduccio hanno preparato 5 tonnellate di impasto per sfornare migliaia di pizze. Gratis. Da Nola sono arrivati 5 carri allegorici. In piazza Trieste e Trento giovani e meno giovani si rinfrescano con un bagno nella fontana. All’angolo del vicolo, zona Forcella, è prevista una spropositata tavolata con inizio alle ore 24: “Mi stavo preparando da una settimana – racconta Nunzia Liguori, ristoratrice nel cuore del quartiere – Chiunque arriverà nel mio negozio avrà vino a volontà“. C’è chi non riesce a trattenersi, e davanti alle telecamere esclama tutta la sua felicità: “Se non avessimo vinto questo scudetto – commenta con arguzia il signor Vincenzo Gardilli, di anni 70 – giuro che avrei cacciato di casa moglie, figli (sei) e nipoti (dodici)“. Uno scudetto di quasi 10 metri è stato sistemato sul colle di San Martino, cosparso da centinaia di lampadine. Altri 3, giganteschi, si ergono nei punti strategici della città. Ogni quartiere ha organizzato una colletta che manco il comunismo più tenace: da 10 a 55 mila lire a testa, ognuno mette quello che può. Stanotte siamo tutti fratelli. In piazza Mercato sfila un drago lungo 20 metri con la testa di Maradona: sono più di 100 ad animarlo. Manco il capodanno cinese. In via Duomo hanno allestito un’impalcatura lunga oltre 100 metri che farà da supporto all’enorme banchetto con tutti i residenti della zona. Tutti, tutti hanno tra le mani un palloncino azzurro: pare ne siano stati stampati almeno mezzo milione in città. La felicità, stanotte, abita qui.

Un teatro della gioia. Tarantelle di clacson e petardi, caroselli e cori. Urla e commedia umana. I napoletani hanno rispettato il Quinto Comandamento del Decalogo Maradoniano, stampato qualche giorno fa sul giornale degli ultras: “Non ammazzare il tifoso avversarioabboffalo ‘e sische e pernacchie”.  Il maestro Alfieri ha composto un nuovo inno, eseguito con una super-orchestra di chitarre e mandolini: sono oltre 300 i musicisti che girano per i quartieri. L’assalto alla cinquina base è partito con tempi e modalità che i napoletani si aspettavano: 1 (primo scudetto), 10 (Maradona), 61 (gli anni attesi), 58 (la città di Napoli), 90 (il fatto clamoroso). “Io così come molti miei colleghi premurosi, avevamo previsto tutto: così ci siamo riforniti di schedine e bollettini supplementari per far fronte alle migliaia di richieste”, racconta Giuseppe Imberbo, titolare della ricevitoria 80 in via Trieste, proprio all’angolo con viale Sardegna. Anche il Totocalcio ha voluto partecipare alla festa, pagando 13 miliardari, una cifra che è la seconda nella storia delle giocate.

A Mugnano del Cardinale ci ha pensato don Andrea Cipolletti, parroco della chiesa di Sant’Alfonso, a sistemare una maxi bandiera sul campanile. A Sorrento hanno dipinto d’azzurro l’aliscafo per una corsa speciale. A Piano di Montoro un gruppo di turisti stranieri di ritorno da un’escursione ha trovato il pullman ad attenderli riverniciato all’istante. D’azzurro, s’intende. Al commissario di pubblica sicurezza Francesco Di Roberto, noto interista, è stata ridipinta la porta d’accesso dell’ufficio personale in Questura, con tanto di N fatta a mano. A piazza Municipio un corteo con calesse e carretto ha guidato la marea umana fatta da almeno 100.000 anime festanti. Al Vomero il teatro Diana è stato completamente colorato d’azzurro, comprese porte, uscite di sicurezza e saracinesche. Una bandiera azzurra si incunea anche nel consolato USA della Riviera di Chiaia.

Napoletani in corteo ovunque, nel mondo. Da Torino a Milano, da Buenos Aires a Wolfsburg. L’esplosione di gioia nei sobborghi newyorkesi è inaspettata: sono oltre 5mila i partenopei scesi in strada. A Morris Park, strada tutta italiana nel Bronx di New York, ci ha pensato Enzo, di professione parrucchiere e di origini chiaramente campane, ai festeggiamenti: ha fatto arrivare qui 11 ciucci, li ha bardati d’azzurro ed è partito per la sfilata lungo il quartiere. I poliziotti, di fronte ad una scena così stramba, sono rimasti spaesati e non sapevano come reagire: allargano le mani, rassegnati. Qualcuno ci ride su.

Sono passate le 20 a Napoli: una torcida di giornalisti attende Diego Armando Maradona nei cunicoli del San Paolo. Tutto il mondo ascolta le sue parole: “Sì, sono un figlio di questa città, e questa è la vittoria più grande della mia carriera”, esclama. Esausto. Il bilancio al termine della sfrenata scudetto è sostanzioso: 80 persone in ospedale, 16 ricoverati, 7 ustionati e 3 colpiti da un’arma da fuoco. È proprio vero: quel 10 maggio 1987 rimarrà stampato col torchio sul cuore della città.

Quel giorno di maggio c’era Garella, col suo stile impareggiabile. C’era nonno Bruscolotti, 15 anni ininterrotti d’azzurro. C’erano il casertano Volpecina e il siciliano Bagni. C’era il carabiniere Ferrario e il francese Renica. La torre Carnevale e il polmone De Napoli. C’erano Giordano e Caffarelli, Ferrara e Romano, Muro e Di Fusco. C’era Diego, e c’era pure Ottavio, l’allenatore bresciano arrivato dal Como per consacrarsi sotto al Vesuvio. Quel giorno di maggio c’era Padre Samuele, parrocchiano di San Tarcisio, chiesa ai Ponti Rossi, zona popolare di oltre 13.000 abitanti: “Mi creda – raccontava – io ho seguito il Napoli a Milano, ho visto che l’Italia è ancora piena di razzismo”. Quel giorno di maggio c’era l’altoparlante dello stadio che ripeteva “Per favore, state attenti“, dopo i numerosi incidenti provocati dalle aste delle bandiere. C’era il parà, atterrato con somma precisione sulla V disegnata sul prato. E poi risceso, ancora, nel mezzo della festa, senza che nessuno se ne accorgesse. Quel 10 maggio c’era un turista senegalese che agitava come un forsennato una bandiera azzurra in piazza del Plebiscito, un gruppo di milanesi sotto la Galleria Umberto felici e festanti, una comitiva di 5 ragazze arrivate dalle Seychelles che, sedute a uno dei tanti bar del centro, con in mano un gelato e sul tavolino un caffè, ammiravano i fuochi d’artificio al grido “Non lo dimenticheremo mai“. Quel 10 maggio c’era l’agente di polizia al Rione Sanità che non riusciva più a starsene fermo, e allora accende la sirena della volante per festeggiare. Pure lui. Quel 10 maggio dicono che anche di notte il cielo fosse rimasto azzurro. A Napoli ci sono e resteranno i furti, c’è e resterà la camorra, la malasanità e la speculazione edilizia, la disoccupazione giovanile e l’abbandono scolastico più alto in Italia. A Napoli ci sono e resteranno le minacce, le gestioni senza obiettivi, gli obiettivi senza gestione e i giorni senza futuro. Uno scudetto da queste parti non potrà poi cambiare tanto. Ma significa molto. Quel 10 maggio c’era il signor Antonio, avvolto da una bandiera, caduto stramazzato al suolo in piazza del Plebiscito: è esausto per il troppo gridare. È felice per il troppo amore. In testa ha un cappello strano, giallo, a forma di sombrero: quel furbo di Pierone li avrà finiti tutti.

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1

(il pezzo è un estratto del libro Maradona – Il Pibe de Oro, di Raffaele Nappi)