Il Miracolo di Berna Il Miracolo di Berna
Doveva essere la partita che avrebbe consacrato, per sempre, la Grande Ungheria, l’Aranycsapat, la Squadra d’Oro. La partita che avrebbe scritto per sempre, in caratteri... Il Miracolo di Berna

Doveva essere la partita che avrebbe consacrato, per sempre, la Grande Ungheria, l’Aranycsapat, la Squadra d’Oro.

La partita che avrebbe scritto per sempre, in caratteri incancellabili ed immutabili, i nomi degli eroi magiari nel firmamento delle stelle calcistiche.

Doveva essere la partita in cui l’Ungheria di Puskas, Grosics, Hidegkuti, Kocsis, Czibor avrebbe consegnato al suo popolo, alla sua gente, il trofeo più ambito, la Coppa del Mondo.

Invece, passò alla storia semplicemente come il Miracolo di Berna, l’unica partita persa in 4 anni da quella squadra mitica e mitologica, la prima sconfitta dopo 4 anni di vittorie e spettacolo in giro per l’Europa, il giorno in cui il sogno dell’Ungheria di diventare la squadra più forte del mondo, ma più forte per davvero, svanì in un pantano diventato un Inferno.

Ma prima di arrivare al 4 luglio del 1954, al giorno della finale di quei Mondiali, forse dobbiamo prima raccontare un altro pezzettino di storia.

In quegli anni, l’Europa sta ancora scontando il prezzo – durissimo – della Seconda Guerra Mondiale, e un po’ ovunque si cerca piano piano di ricostruire quello che è ormai solo un cumulo di macerie. Il mondo è stato diviso in due sfere di influenza, e piano piano comincia a fare i conti con una dicotomia tra Est e Ovest che caratterizzerà i decenni successivi.

L’Ungheria, naturalmente, è nella sfera di influenza comunista, e il Paese risente in tutto e per tutto del nuovo modo di vivere. Lo sport e il calcio diventano appannaggio dei poteri politici, ed è in questo contesto che nasce la generazione d’oro del calcio ungherese. A cavallo tra la fine degli anni ’40 e l’inizio del ’50, Gusztáv Sebes diventa l’allenatore che farà entrare nel mito i campioni del calcio ungherese.

L’ Honved, squadra di Budapest, viene messa sotto il controllo diretto dell’esercito, e al suo interno cresce il nucleo che diventerà poi quello della Nazionale ungherese. Gyula Grosics tra i pali, Zoltán Czibor e László Budai a centrocampo, Sándor Kocsis a segnare caterve di gol, Nándor Hidegkuti, il primo falso nueve della storia del calcio, e naturalmente, il più forte di tutti: Ferenc Puskás, l’uomo che diventa il simbolo di quella squadra e l’eroe popolare più amato dagli ungheresi.

Nel 1952 la nazionale ungherese partecipa e vince – anzi, domina – le Olimpiadi. Nel 1953, i Maestri del Calcio, gli inglesi, invitano l’Ungheria a Wembley, affascinati dalle notizie che arrivano da oltre cortina e vogliosi di misurarsi con questo nuovo calcio. L’idea degli inglesi, naturalmente, è quella di ristabilire le gerarchie e far capire a tutti dove si gioca il vero calcio, e soprattutto come: risultato, 6-3 per l’Ungheria.

I magiari concedono, qualche mese dopo, la rivincita agli inglesi: 7-1 per l’Ungheria.

Con queste premesse, appariva chiaro che i Mondiali del 1954 sarebbero stati una semplice formalità, e che l’Ungheria era la favorita d’obbligo. La FIFA organizza i Mondiali in Svizzera, i primi nell’Europa in fase di ricostruzione dopo la Seconda Guerra Mondiale.

L’Ungheria è inserita nel girone con Germania Ovest, Turchia e Corea del Sud. Il regolamento dell’epoca prevedeva che le teste di serie del girone non si sarebbero incontrate, per cui l’Ungheria avrebbe dovuto disputare solo due partite, contro Corea del Sud e Germania Ovest. Proprio contro i rappresentanti del blocco occidentale, un’altra occasione per il calcio ungherese di confrontarsi a livello politico con la propria nemesi.

L’esordio con la Corea del Sud è poco più di un allenamento: 9-0, due gol di Puskás, tre di Kocsis. La seconda e ultima gara del girone basta all’Ungheria per avanzare ai quarti di finale. La Germania Ovest viene annientata al St.Jakob Park di Basilea, un 8-3 senza pietà.

Ma le strade degli ungheresi e dei tedeschi sono destinate a incrociarsi di nuovo.

La Germania Ovest vince lo spareggio con la Turchia e si qualifica per i quarti di finale. L’Ungheria, invece, se la dovrà vedere con il Brasile, in una partita che entrerà comunque nella storia del calcio.

I verdeoro schierano Djalma Santos, Nílton Santos, Didi: tutti calciatori che qualche anno dopo contribuiranno a scrivere la storia del calcio. La partita passa alla storia con il nome di Battaglia di Berna, e un motivo c’è: l’Ungheria mette in crisi il Brasile, che, vedendo le sue certezze crollare, fa quello che i brasiliani di solito non fanno. Perdono la testa, cominciano a picchiare.

La partita finisce con un sonoro 4-2 in favore dell’Ungheria, una vera e propria lezione di calcio ai brasiliani. Finisce, in realtà, anche con una rissa da far west nel tunnel che porta agli spogliatoi, perché l’atmosfera si è fatta fin troppo tesa, e ci sono tanti conti da regolare.

Alla rissa – con una bottiglia spaccata in testa a qualcuno, si dice – partecipa anche Ferenc Puskás, che in realtà quella partita non l’ha giocata.

Già, perché i tedeschi, nel match dei gironi, non hanno schierato tutti i titolari, sapendo che, molto probabilmente, non sarebbero comunque riusciti a vincere. Hanno preferito confondere le acque, schierare diverse riserve e, nel dubbio, riempire di calcioni Puskás. Che accusa il colpo e non giocherà il match dei quarti di finale, e nemmeno la semifinale.

Semifinale che vede contrapposte Ungheria e Uruguay, in una partita bellissima. I magiari si portano sul 2-0, mettendo in mostra il solito meraviglioso calcio. Poi, come spesso gli accade, calano alla distanza, perché non è possibile giocare a quel ritmo per tutti e 90 i minuti. Negli ultimi 15 minuti l’Uruguay trova il 2-2 che manda la gara ai supplementari, ma poi, nell’extra time, sale in cattedra Sándor Kocsis.

Il centravanti trova due volte la porta, a pochi minuti dal termine della sfida: un altro 4-2 per l’Ungheria, che ora è in finale. A 90 minuti dal coronamento di un ciclo straordinario, a 90 minuti dal lieto fine più scontato di tutti.

Dall’altra parte del tabellone, intanto, arriva la Germania Ovest. Il vecchio Sepp Herberger aveva saputo costruire una squadra solida, quadrata, compatta. Jugoslavia e Austria cadono sotto i colpi della squadra tedesca, che così si ritrova davanti l’Ungheria.

Il 4 luglio del 1954, al Wankdorfstadion di Berna, sembra esserci una sola favorita. Sono tanti gli elementi che fanno pensare a un facile successo dell’Aranycsapat. L’otto a tre della partita dei gironi, l’evidente differenza di talento a disposizione dei due allenatori, i risultati degli ultimi 4 anni, tanto per dirne qualcuno.

Ma c’è qualcosa che in pochi hanno tenuto in considerazione: lo spirito dei tedeschi, e soprattutto le condizioni in cui si giocherà quella sfida.

Su Berna da diversi giorni cade una pioggia torrenziale, e il terreno di gioco è in condizioni al limite della praticabilità. Tutti fattori che fanno il gioco dei tedeschi, per diversi motivi.

Innanzitutto, Herberger ha fatto allenare i suoi giocatori nel pantano per diversi giorni, avendo capito che saranno quelle le condizioni in cui si giocherà la finale del 4 luglio. E poi, c’è il Capitano. Fritz Walter, capitano dei tedeschi, ha combattuto al fronte, in guerra, dove ha preso anche la malaria. Proprio per questo motivo, la luce del sole lo disturba, gli fa male. Lui, riesce a dare il meglio quando il cielo è cupo e quando piove. In Germania, ancora oggi, quando c’è un tempo da lupi, si dice che c’è “un tempo alla Fritz Walter“.

Nell’Ungheria, invece, torna in campo Ferenc Puskás, anche se praticamente zoppica ancora e non sarebbe in grado di giocarla, una finale mondiale. Ma non poteva mancare, lui, nel giorno della consacrazione, nel giorno più importante della storia del calcio ungherese. E forse anche di più.

I magiari partono come sempre a mille. E dopo sei minuti è proprio Puskás a segnare il primo gol della partita, portando avanti l’Ungheria con un tocco da pochi passi. Due minuti più tardi Zoltan Czibor approfitta di un errore della difesa tedesca, scippa la palla al portiere e fa 2-0.

Sembra proprio che la finale sia destinata a finire come la partita del girone, con una vittoria larga e annunciata dell’Ungheria.

Ma passano altri due minuti – siamo al decimo – e Max Morlock accorcia le distanze, rimettendo in partita la Germania. Nel frattempo, la pioggia continua a cadere incessante sul terreno di gioco, rendendolo più simile a una trincea che a un campo di calcio.

Helmut Rahn, al diciottesimo minuto, raccoglie un pallone messo in mezzo dalla bandierina e fa 2-2.

Tutto da rifare.

Ora, se questa fosse una partita come le altre, e se la storia avesse deciso di fare il suo corso in maniera naturale, la Grande Ungheria riprenderebbe il comando della gara, riprenderebbe a macinare gioco e andrebbe a sollevare la Coppa del Mondo senza soffrire troppo.

Ma questa non è una partita come tutte le altre, e ormai dovrebbe essere chiaro a tutti.

Piano piano, il match si trasforma in una lotta senza quartiere. Il fango ha ormai ricoperto gli scarponi – perché tali sono- dei calciatori delle due squadre, Puskás stesso è stremato, la caviglia gonfia come una zampogna e il dolore che pervade ogni singola fibra del suo corpo.

Come in ogni tragedia che si rispetti, è nel finale che l’azione si fa più concitata. Minuto 84: la difesa tedesca butta avanti l’ennesimo pallone lungo, un difensore ungherese allontana di testa al limite dell’area. Il pallone, facendosi spazio tra le pozzanghere e il fango, arriva sul sinistro di Helmut Rahn, ancora lui.

Der Boss ha il tempo di controllare la sfera e fa partire un siluro senza pietà. Un tiro rasoterra che raccoglie per strada tutta la forza che può, e finisce, imparabile alle spalle di Grosics.

Germania Ovest 3.

Ungheria 2.

Gli ungheresi sono pietrificati, ma una volta riportato il pallone a centrocampo trovano la forza di reagire. A due minuti dalla fine, gli sforzi ungheresi sembrano trovare il loro coronamento. Puskás, con le ultime gocce di energia che ha in corpo, si avventa su un lancio che ha tagliato in verticale la difesa tedesca. Arriva sul pallone, lo mette alle spalle di Toni Turek, alza le braccia al cielo per festeggiare.

Dall’altra parte del campo, il guardalinee gallese Benjamin Griffiths ha alzato, impietoso, la sua bandierina: è fuorigioco.

Ancora, oggi, nessuno è riuscito a dirimere in pieno la questione. Ci sono tantissimi filmati che girano su Youtube, ma nessuna ripresa dell’epoca è riuscita ancora a chiarire se quel gol fosse buono o meno. In Ungheria giurano che fosse buono di un paio di metri, in Germania si dicono sicuri che ci fossero un paio di metri di fuorigioco.

Fatto sta che il gol viene annullato, la partita finisce, la Germania Ovest viene incredibilmente incoronata Campione del Mondo, la Grande Ungheria, l’Aranycsapat trova la sconfitta dopo 32 risultati utili consecutivi: e la finale dei Mondiali del 1954 potrà passare alla storia come il Miracolo di Berna.

È come se il triplice fischio finale di quella partita, a distanza di migliaia di chilometri, abbia fatto abbattere la realtà su un Paese intero. Di colpo, privata della sua squadra dei sogni, l’Ungheria si risveglia in un incubo. L’oppressione sovietica diventa l’oppressione di un nemico.

La connessione sentimentale tra il popolo ungherese e la sua squadra di calcio si sfalda insieme al Paese: nel 1956, le genti di Ungheria danno il via alla rivoluzione che l’Unione Sovietica dovrà sedare con l’intervento dei carri armati.

Dall’altra parte, il sentimento nazionale tedesco, quello di una nazione distrutta dopo la Guerra, comincia a rinascere proprio dopo quella insperata e incredibile vittoria di Berna.

La partita, però, continuerà a far discutere negli anni seguenti: tantissimi dei giocatori tedeschi, protagonisti di quel match, si ammalano, negli anni a venire, della stessa malattia. Alimentando i sospetti, già numerosi, del primo caso di doping di stato in una finale Mondiale.

Il sogno della Grande Ungheria finisce nel fango del Wankdorfstadion. Quella Squadra d’Oro entrerà comunque nella storia, ma non negli almanacchi, non alla voce dei vincitori. I giocatori dell’Aranycsapat,  dopo la Rivoluzione sedata nel 1956, accusati di tradimento, si disperderanno in giro per l’Europa, disseminando il loro talento in tutto il Vecchio Continente.

Ma, forse, è anche questa la leggenda della Grande Ungheria: una squadra mitica beffata dal destino in un pomeriggio di pioggia.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

 

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