Alcune vittorie non conteranno quanto uno scudetto, ma, nella memoria e nel cuore di chi le ha vissute, restano indelebili, più di quegli scudetti,...

Alcune vittorie non conteranno quanto uno scudetto, ma, nella memoria e nel cuore di chi le ha vissute, restano indelebili, più di quegli scudetti, più di quelle coppe. E a volte sono quelle più dolci, più intricate, più drammatiche. E più belle da raccontare.

Avellino, stagione 1980-81. Dopo 5 anni in serie B, un gol all’ultima giornata di Mario Piga a Marassi contro la Samp porta i Lupi nella massima serie. Comincia un’era, signori.

I ragazzi guidati da quel borghese (non proprio piccolo) di Luis Vinicio restano aggrappati alla serie A conquistata a fatica. La Legge del Partenio non lascia scampo a nessuno: che si presenti la Juve, l’Inter o il Milan. Da qui non si passa.

Vinicio, sempre lui, quel borghese venuto dal Brasile, mette in scena quella che viene definita come la difesa più animale del campionato.

Per capirne l’essenza facciamo così: tracciate una linea bianca in terra, mettetevi dietro di essa e pronunciate in coro il motto biancoverde: “Da qui, non si passa”.

La stagione più difficile è quella dell’80. I fattacci del calcioscommesse si portano dietro i loro strascichi: Milan e Lazio stanno in B, Avellino, Bologna e Perugia partono da -5, e il progressivo impoverimento della qualità del gioco costringe – di fatto – alla riapertura delle frontiere. Dall’Irlanda arriva Brady, dall’Olanda Krol, dall’Austria Prohaska e dal Brasile, proprio ai biancoverdi, arriva Juary Jorge dos Santos Filho, detto Juarì.

Ruolo? Attaccante. Segni particolari? Esultanze. Dicono che dopo ogni gol, per festeggiare, facesse il giro intorno alla bandierina del calcio d’angolo. E ad Avellino, fin dalle prime partite stagionali, i tifosi non facevano altro che aspettare la sua esultanza. Proprio quella.

A difendere i pali ci pensa invece un giovane Stefano Tacconi. “Tacconi? Non mi piace. Non mi piace. Sbagliava, sbagliava, sbagliava”, ricorda Vinicio. Prima di ricredersi poche settimane dopo, alla prima partita stagionale, in Coppa Italia contro il Catania.  Ha parato anche i pensieri dei giocatori avversari”, ha esclamato, con un grosso sorriso.

E la stagione comincia bene. Vittoria a Brescia, in trasferta, per 2 a 1. Altro successo col Cagliari e pareggio d’oro a Perugia. L’Avellino è ultimo, vero. Ma da -5 ora è a zero punti. Impresa impossibile, questa salvezza?

Domenica 23 novembre 1980 al Partenio arriva l’Ascoli. I ragazzi di Vinicio possono raggiungere un primo, grande, obiettivo: abbandonare l’ultimo posto in classifica. Finisce 4-2, e Juarì è incontenibile. I tifosi impazziscono. Aspettano 90esimo minuto per vedere e rivivere le emozioni della domenica. In tanti stanno davanti alla tv. Attendono la musichetta, la sigla, i gol, e invece spunta l’edizione straordinaria del Tg1: “Arrivano notizie di un fortissimo terremoto che ha colpito la penisola, in particolare la Campania”. Magnitudo 6,9, grado X scala Mercalli, 280.000 sfollati, 8.848 feriti, 2.914 morti. Una delle tragedie più drammatiche in Italia.

La domenica successiva si recita un minuto di silenzio su tutti i campi italiani. La squadra, è ovvio dirlo, ne risente. Il Partenio è un enorme campo per gli sfollati. Si gioca al San Paolo di Napoli, e al diavolo le rivalità. Arrivano sconfitte pesanti con la Pistoiese prima e l’Udinese poi. Senza stadio, senza campo, con un piede in B e un occhio alle drammatiche immagini degli sfollati, della morte, dell’appello di Pertini, del celebre ‘FATE PRESTO’ a caratteri cubitali del Mattino: i Lupi si ritrovano faccia a faccia col destino. E il destino si presenta, preciso, il 28 dicembre 1980: 12esima di campionato. 

Al San Paolo arriva la Juventus. Alla fine della battaglia il risultato è 1-1. Il gol di Mario Piga (sempre lui) è simbolico. Dà fiducia al gruppo. 

I ragazzi di Vinicio infilano risultati importanti. Cominciano a crederci. Insieme alla città e alla provincia intera. Fino al 24 maggio del’81. Il giorno della verità. Del dentro o fuori. Dello scudetto o della retrocessione. Sì, perché in campo c’è la Roma, seconda in classifica e ancora in lotta per lo scudetto. All’ultima giornata. La Juve ha un punto di vantaggio: bisogna assolutamente vincere, e sperare che i bianconeri facciano un passo falso.

Dopo 5 minuti è Falcao a indirizzare la partita. Dopo 24 minuti è Massimo Venturini, terzino, da Novara, a riscrivere la storia. Una bordata su punizione come non si vedeva da tempo. Proprio da uno che “aveva i piedi di gesso” a detta dei compagni. È il gol della stagione, del pareggio e della salvezza. Per la città è finalmente un giorno felice.

Aveva proprio ragione quella signora, la notte del terremoto, quando in piazza Libertà, ad Avellino, fermò il capitano della squadra, Salvatore Di Somma: “Salvatore, hai visto cosa è successo – diceva piangendo – Però che bella vittoria, oggi. Che bella vittoria che abbiamo fatto”.

A volte il calcio supera anche il dolore più grande di una vita.

Raffaele Nappi
twitter: @RaffaeleNappi1