Dalla Provincia ai trionfi europei: la storia del grande Parma Dalla Provincia ai trionfi europei: la storia del grande Parma
Nel calcio le favole delle cosiddette “Cenerentole”, squadre che si presentano sul palcoscenico più ambito e si prendono lo scettro, anche solo per una... Dalla Provincia ai trionfi europei: la storia del grande Parma

Nel calcio le favole delle cosiddette “Cenerentole”, squadre che si presentano sul palcoscenico più ambito e si prendono lo scettro, anche solo per una sera, intendendo per una sera una Coppa o un campionato si sprecano. Si sprecano, e, almeno a noi, piacciono anche parecchio. Poi però ogni tanto arriva qualcuno che dall’anonimato issa, di prepotenza, la sua bandiera sulla stessa cima dove svettano le bandiere dei grandi, dei più grandi di sempre. E, allora, dalla favola si passa alla storia.
E’ un po’ quello che, tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, ha fatto il Parma. E’ arrivato, dall’anonimato della provincia, sull’Everest dei più grandi. Praticamente l’unica squadra, in quel decennio, arrivata ad insidiare e interrompere l’egemonia di Juventus, Milan e Inter nel calcio italiano. E’ arrivato dalla serie B e ha conquistato l’Europa, facendo sognare chi credeva in un altro calcio, facendo innamorare tanti appassionati, facendone piangere altrettanti. Il Parma che oggi si sta lentamente spegnendo, sommerso da debiti e situazioni grottesche, si guarda allo specchio e vede, in fondo alla sua anima, quella del grande Parma che portò in alto il nome della Provincia italiana, nella penisola a forma di stivale e in Europa.

Il Parma in serie A ci arriva con una doppia promozione dalla Serie C. L’approdo in serie B è firmato da un tecnico che, qualche anno prima, aveva fatto giocare in maniera deliziosa il Rimini, e che dalla Romagna veniva: il paesino era Fusignano, il tecnico Arrigo Sacchi. Con Sacchi in panchina i ducali mettono in mostra un calcio educato e bello da vedere, si fanno notare in tutta Italia. Arrigo Sacchi andrà poi al Milan, dove diventerà uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio italiano. Sulla panchina gialloblu arriverà un’altro tecnico destinato a scrivere la storia di questa squadra: Nevio Scala. Al termine della stagione 1989-90, i ducali toccano finalmente il cielo con un dito: è serie A, è il grande palcoscenico cui finalmente affacciarsi. E’ finalmente il ballo di gala, il salone degli specchi del calcio che conta.

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Ed è subito boom. Si, perchè la prima stagione del Parma in serie A, nel ’90-’91, è trionfale. Dal mercato arrivano due stranieri di peso. In porta Claudione Taffarel, estremo difensore della Seleção brasiliana, a centrocampo uno svedese biondo e paffuto, che giocava nel Norrköping e che risponde al nome di Tomas Brolin. In difesa spiccano Minotti e Apolloni, il peso dell’attacco è affidato ad Alessandro Melli. A fine stagione il Parma, dopo aver lottato a lungo per le primissime posizioni, finisce quinto, con 38 punti, a pari merito con il Torino, qualificandosi per la Coppa UEFA. Ma, soprattutto, Nevio Scala fa giocare al Parma un calcio spettacolare, di gran ritmo, un 3-5-2 che è recentemente tornato prepotentemente in auge.

Ma è la stagione 1991-92 quella della consacrazione. Arriva infatti la prima coppa alzata al cielo. E’ la Coppa Italia, naturalmente la prima nella storia della squadra emiliana. In finale cade la Juventus del mito, la Juventus di Roberto Baggio. Erano tempi in cui la finale si disputava ancora sul doppio confronto. All’andata è proprio un rigore del Divin Codino a regalare il successo, effimero, ai bianconeri. Al ritorno la Vecchia Signora deve inchinarsi alla Provincia che avanza. Melli e Osio firmano le due reti che vogliono dire trionfo. Il Parma conquista la Coppa Italia, e la favola sembra essere completa. Ma non è che l’inizio.

Il presidente Tanzi investe e costruisce, negli anni a venire, una vera e propria corazzata, con acquisti mirati e scoprendo fior di campioni. Peccato che il castello di carte crollerà una prima volta al tempo dello scandalo del crac della Parmalat, quando, un bel giorno, si scopre che tanti risparmiatori italiani ci hanno rimesso le penne in una delle pagine più buie della commistione tra calcio e finanza un po’ troppo allegra. Ma, intanto, a Parma arrivano e si alternano sul manto verde del Tardini campioni del calibro di Tino Asprilla, Gianfranco Zola, Nestor Sensini, Fernando Couto, Dino Baggio. E, subito, il 12 maggio del 1993, il Parma alza un’altra Coppa al Cielo. Stavolta siamo a Wembley, però. E’ la Coppa delle Coppe, è il 3-1 all’Anversa in una partita dominata sin dall’inizio. E’ lo sbarco nell’Europa che conta.

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L’anno successivo, arriva anche la Supercoppa Europea, vinta ai danni del Milan. Un Milan che non aveva vinto la Coppa dei Campioni, ma si trovava lì in sostituzione dell’Olympique Marsiglia, che aveva vinto la Coppa ma si era trovato in mezzo ad uno scandalo di corruzione. Nel doppio confronto, tra gennaio e febbraio del 1994 (già, bei tempi), il Parma si porta a casa il trofeo imponendosi per 2-0 a San Siro nella gara di ritorno. Sono passati nemmeno 4 anni dall’approdo in serie A, e la bacheca è già più piena di quella di tante squadre dell’elite del calcio italiano. E sarebbe ancora più piena, se la truppa gialloblu non cedesse, a un passo, solo uno, dal bis. L’Arsenal si impone nella finale della Coppa delle Coppe 1994, il Parma vede sfumare una vittoria che sarebbe stata storica.

La stagione 1994-95 è quella del meraviglioso duello con la Juventus di Marcello Lippi, su tutti i fronti. E’ una sorta di guerra totale, che si conclude con i bianconeri di Torino vittoriosi sul fronte italiano: scudetto e Coppa Italia prendono la via del Piemonte. Ma il Parma si impone nella doppia finale di Coppa Uefa: l’uomo decisivo è Dino Baggio, il grande ex. Il centrocampista prima segna il gol decisivo all’andata, che fissa il punteggio sull’uno a zero per i ducali, poi firma anche il gol del pareggio nella finale di ritorno, disputata a San Siro. E ancora una volta, c’è una coppa da sollevare, ancora una volta il prestigio italiano all’estero porta il nome del Parma.

Oramai Parma era arrivata sulla mappa del calcio europeo, ed era un puntino bello grosso. E in Emilia continuano ad arrivare grandi nomi. Nel 1995 sbarca addirittura un Pallone d’Oro, il bulgaro Hristo Stoichkov, che era stato capocannoniere al Mondiale di USA ’94 ma che in Italia non riuscirà mai a incidere. Quell’anno arriva, da Napoli, anche un difensore piuttosto promettente, che appare destinato a grandi cose. Non deluderà le attese, visto che il ragazzo risponde al nome di Fabio Cannavaro. L’anno successivo, dopo una stagione di transizione e senza grossi successi, Tanzi decide di andare all in: dal calciomercato arrivano un difensore francese possente e carismatico, Lilian Thuram, e due punte destinate a fare la storia del Parma. Sono Enrico Chiesa e Hernan Crespo.

In panchina, arriva uno che la maglia del Parma la aveva già indossata, oltre a quelle di Roma e Milan, tra le altre. L’anno precedente aveva portato la Reggiana in Serie A, e, nel decennio successivo, avrebbe vinto qualcosina anche su panchine più prestigiose. Si, è Carlo Ancelotti. In porta, un ragazzo che, l’anno precedente, aveva fatto l’esordio tra i pali in Serie A a soli 17 anni, al posto dell’infortunato Luca Bucci. Un ragazzo che ancora oggi è lì, tra i pali di una porta, abbastanza prestigiosa: Gigi Buffon. La stagione 1996/97 è la migliore della storia del Parma in serie A, e tra i ducali e lo Scudetto si mette di traverso solamente la solita Vecchia Signora. Il Parma arriva secondo a due punti dalla Juventus, e si qualifica per la Champions League.

Non sarà però indimenticabile l’avventura nella massima competizione europea, nonostante una campagna acquisti di primo livello: Zè Maria, Stanic, Blomqvist, Fiore. Ma in Champions si va fuori ai rigori, e in Italia non si va oltre il sesto posto. Ancelotti va via, accusato di non aver sfruttato il potenziale messo a sua disposizione dal presidente Tanzi, e reo di non aver voluto Roberto Baggio, il cui acquisto sembrava cosa fatta. Arriva quindi un altro giovane allenatore, che si era distinto per il suo carattere fumantino, le sue esultanze sfrenate e la sua lingua al vetriolo durante le interviste postpartita: Alberto Malesani. Insieme a lui, arrivano un paio di rinforzi importanti a centrocampo: Veron, Boghossian, Fuser.

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E proprio con Malesani arriva l’ultimo trionfo europeo del Parma. E’ il 12 maggio del 1999, il teatro è lo stadio Lužniki della gelida Mosca, i testimoni 62.000, gli avversari i francesi dell’Olympique Marsiglia. Comprimari, più che avversari, perchè la partita è un trionfo. Buffon, Thuram, Sensini, Cannavaro, Fuser, Veron, Boghossian, Baggio, Vanoli, Crespo, Chiesa. Questo il Parma che scende in campo e demolisce i francesi. Segnano Crespo, Vanoli e Chiesa, per uno storico 3-0. La Coppa Uefa è nuovamente affar nostro. Malesani completa il double vincendo anche la Coppa Italia, con la vittoria nella doppia finale contro la Fiorentina. Purtroppo, sarà l’inizio della fine.

Iniziano le cessioni eccellenti, nel 2001 Buffon e Thuram, per una vagonata di milioni arrivati dalla cessione di Zidane al Real Madrid, vanno a Torino, mentre Hernan Crespo era andato alla Lazio l’anno precedente. Arrivano Frey e Nakata, tra gli altri, ma la stagione è fallimentare. A fine anno viene ceduto anche Fabio Cannavaro, destinazione Inter. A maggio del 2002, dopo una stagione tribolata e quattro allenatori in panchina, arriva l’ultima, inattesa gioia. E’ la Coppa Italia, portata a casa, a sorpresa, dal traghettatore Gedeone Carmignani. Da quel momento, la parabola del Parma prende la via del basso. Nel 2004, vengono fuori tutte le magagne della gestione di Tanzi, viene alla luce il crac della Parmalat che trascina nel baratro il Parma, ma anche migliaia di piccoli risparmiatori. E’ la fine del Grande Parma, che riuscirà comunque a sopravvivere dignitosamente in serie A, fino alle vicende dei giorni nostri.

Nella notte buia del Parma, nel momento più difficile della storia della società emiliana, c’è solo il passato cui appigliarsi. Un passato glorioso che forse non ritornerà mai più, ma che resterà, indelebile, nella memoria del calcio italiano ed europeo. Che poi, in fondo, la Storia è tutto quello che ci resta, è tutto quello che abbiamo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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