Il giorno in cui Eusebio spezzò il sogno della Corea del Nord Il giorno in cui Eusebio spezzò il sogno della Corea del Nord
Nell’estate del 1966, nel nord dell’Inghilterra, si simpatizzò per la Corea del Nord. Il Mondiale che vide trionfare – con polemiche che si sono... Il giorno in cui Eusebio spezzò il sogno della Corea del Nord

Nell’estate del 1966, nel nord dell’Inghilterra, si simpatizzò per la Corea del Nord.

Il Mondiale che vide trionfare – con polemiche che si sono trascinate nel tempo, fino ad oggi – i padroni di casa, una squadra salì agli onori delle cronache e si guadagnò l’affetto del pubblico di casa.

Noi italiani, in realtà, di questa storia non ne abbiamo voluto sentire parlare molto, anche perché la nostra Nazionale recita il ruolo di chi viene beffato, umiliato e deriso dai protagonisti.

Nell’estate del 1966 la Corea del Nord arrivò fino ai quarti di finale del Mondiale, e per mezz’ora sognò in grande, fino al momento in cui uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi decise che lo spettacolo era finito.




Fino al momento in cui Eusebio prese per mano un Portogallo frastornato e intontito e lo trascinò in semifinale, spezzando le ali al fragile sogno della Corea del Nord.

Ma prima di superare i tornelli del Goodison Park di Liverpool e arrivare a quella partita del 23 luglio 1966, dobbiamo fare un passo indietro.

La Corea del Nord era arrivata in Inghilterra avvolta – come sempre – da un alone di mistero e fascino perverso. La guerra di Corea era finita da poco più di un decennio, e le ferite politiche erano ancora aperte. Il viaggio della delegazione nordcoreana per il Mondiale in Europa fu tutto fuorché semplice. Tra complicazioni burocratiche, ostilità delle autorità inglesi e tradizionale chiusura dei nordcoreani, la trasferta in terra inglese non fu delle più agili.

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Il pubblico inglese, soprattutto quello del nord – con l’Inghilterra che giocava sempre e soltanto a Wembley – aveva cominciato a guardare con simpatia alla squadra nordcoreana. Anche perché la qualificazione nel suo girone eliminatorio sembrava decisamente improbabile.

Invece, la Corea del Nord superò il girone con Unione Sovietica, Italia e Cile, con una vittoria, un pareggio, e una sconfitta. La vittoria è abbastanza famosa: quella sull’Italia, con il gol di Pak Doo Ik (che no, non era un dentista). Il pareggio con il Cile bastò poi ai nordcoreani per guadagnarsi un posto nei quarti di finale.

Il Portogallo, invece, era una squadra giovane e frizzante, ed era arrivato ai quarti di finale vincendo a punteggio pieno il girone in cui c’erano anche il Brasile strafavorito, l’Ungheria e la Bulgaria.

Insomma, all’alba del 23 luglio 1966, il quarto di finale tra Portogallo e Corea del Nord sembrava avere una chiara favorita: la squadra di un giovane Eusebio, all’epoca ventiquattrenne nel pieno del suo vigore fisico e calcistico, una vera e propria macchina da calcio, una Pantera Nera pronta ad avventarsi sulla sua preda.

Il pubblico di Goodison Park, invece, si trovò di fronte a tutto un altro spettacolo.

La favola della Corea del Nord dura 27 minuti: ma sono 27 minuti che il pubblico di Liverpool ricorderà a lungo.

I nordcoreani scendono in campo come se dovessero azzannare la partita alla giugulare. Basta un minuto per passare in vantaggio, con il tiro di Pak Seung-Zin che sorprende il decisamente colpevole portoghese. Il Portogallo si lancia con tutta la furia di cui è capace all’assalto della porta avversaria, ma al 22′ Lee Dong-Woon trova addirittura il raddoppio, con un contropiede perfetto che sorprende la difesa portoghese, ormai allo sbando.




Il pubblico di Liverpool ha ormai deciso da quale parte stare. Le azioni della Corea del Nord vengono accompagnate da ovazioni, urla e applausi, e sull’onda dell’entusiasmo, al 24′ Yang Seung-Kook si infila, dopo un rimpallo, nel cuore dell’area lusitana e mette a segno, da due passi, la rete dell’incredibile tre a zero.

24 minuti. Portogallo zero, Corea del Nord tre.

Le telecamere indugiano sulla stella del Portogallo. Eusébio da Silva Ferreira, nato in Mozambico da padre angolano, fino a quel momento autore di 3 reti nelle 3 precedenti partite. Il volto della Pantera Nera è carico di delusione, ma gli si può leggere negli occhi la voglia di prendere quel match e ribaltarlo di prepotenza.

È esattamente quello che succederà.

Dopo il tre a zero, Eusebio prende letteralmente per mano la sua squadra e la trascina alla rimonta. Al ventisettesimo minuto anticipa con uno scatto felino, improvviso, un difensore, e fulmina il portiere per il gol dell’1-3. Poi, dopo essersi divorato un gol che in genere avrebbe segnato a occhi chiusi, si procura con un pizzico di malizia il rigore che potrebbe riavvicinare ulteriormente il Portogallo, e lo trasforma al minuto 42.

Si va all’intervallo con la Corea del Nord ancora avanti, per 3-2, ma anche con la netta sensazione che di lì a poco Eusebio prenderà completamente in mano la partita.

Effettivamente, al 56′, la rimonta è completata: chi, se non Eusebio? Il centravanti portoghese si avventa ancora una volta su un pallone che rotola placido nell’area di rigore nordcoreana e trafigge ancora il portiere avversario. A quel punto, con Goodison Park che abbassa lentamente il volume, il destino dell’avventura nordcoreana sembra segnato.

Ed è del tutto normale che ad eseguire la condanna sia ancora una volta Eusebio, che firma il poker, su rigore, al cinquantanovesimo.

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Portogallo quattro, Corea del Nord tre. Il definitivo cinque a tre, segnato da Augusto a 10 minuti dalla fine, serve solamente a rendere ancora più pesante il passivo.

Il sogno della Corea del Nord si infrange contro l’impeto di Eusebio, in una delle prestazioni più incredibili di un singolo giocatore nella storia dei Mondiali. Il Portogallo, comunque, non farà molta strada. La doppietta di Bobby Charlton, in semifinale, eliminerà Eusebio e compagni, con la Pantera Nera che troverà comunque, in semifinale, il gol numero 8 del Mondiale, e chiuderà a quota 9 con quello segnato nella finale terzo e quarto posto.




Il destino riservato ai calciatori nordcoreani, invece, fu meno chiaro. Qualcuno disse che, una volta ritornati in patria, vennero severamente puniti dal regime per aver disonorato – ma in che modo, poi? – il loro popolo, un documentario di qualche anno dopo, invece, mostrò i protagonisti di quell’avventura vivere in maniera decisamente più dignitosa degli standard dei cittadini nordcoreani, quasi a dimostrazione del trattamento particolare ricevuto dopo l’avventura del 1966.

La verità, probabilmente, non la sapremo mai, come spesso succede nella vita. L’unica cosa certa, che rimarrà per sempre, è quel magico pomeriggio di Goodison Park, in cui per 30 minuti la Corea del Nord sognò di diventare la squadra più forte del mondo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro