Il fascino irresistibile di Steven Adams Il fascino irresistibile di Steven Adams
Per chi è abituato a guardare alla Nuova Zelanda solamente con gli occhi da turista, riesce difficile immaginare che in quella terra, famosa per... Il fascino irresistibile di Steven Adams

Per chi è abituato a guardare alla Nuova Zelanda solamente con gli occhi da turista, riesce difficile immaginare che in quella terra, famosa per i suoi paesaggi paradisiaci e luoghi incantati, esista una città come Rotorua in cui “c’è una puzza che sembra che qualcuno ti stia perennemente scoreggiando in faccia, anche se dopo un po’ ti ci abitui”.

Badate bene, questa non è una nostra descrizione, ma di chi, proprio in quella terra geologicamente e metereologicamente iperattiva, costellata di geyser che spruzzano acqua sulfurea, ci è nato e cresciuto: stiamo parlando di Steven Adams.

Chi ha imparato a conoscerlo e, di conseguenza, ad amarlo, perché se vivete lo sport come lo viviamo noi ci risulta difficile pensare possa andare diversamente, ha sicuramente ben presente che non si tratta di un giocatore come tutti gli altri, ma nemmeno lontanamente. E non ci riferiamo solamente al look di cui fa sfoggio abitualmente, quei baffoni da brutto ceffo uniti alla lunga capigliatura, spesso trascurata, che già basterebbero a renderlo riconoscibile nella miriade di giocatori che costellano la lega.

Steven Adams è proprio diverso, sembra che sia stato catapultato in quel mondo così codificato quasi per caso, senza che gli venisse detto cosa fare e come comportarsi. Ed in effetti, a ben guardare e andando a scavare un po’ più a fondo nella sua storia personale, è andata più o meno così.

Ultimo di 18 figli, sì, avete letto bene, non c’è nessun refuso, ha dovuto imparare ben presto cosa volesse dire vivere in un contesto difficile e doversela cavare senza l’aiuto dei genitori.

Il padre Sid, marinaio stanziatosi in Nuova Zelanda nonché donnaiolo consumato, i 18 figli sono arrivati da cinque relazioni differenti, abbandona Steven nel 2006, quando un tumore allo stomaco se lo porta via lasciando il ragazzo, poco più che tredicenne, sotto la custodia dei fratelli maggiori.

Rotorua, come dicevamo, non è solamente una città particolare da un punto di vista geologico: su poco più di 50.000 abitanti oltre il 30% è di etnia maori e fino a qualche anno fa ha dovuto fare i conti con il problema delle gang malavitose, che affliggevano la città. Composte principalmente da giovani maori, queste gang si sfidavano giorno e notte per il la supremazia cittadina, cercando di attirare tra le proprie fila giovani senza una guida né una meta.

A questo identikit rispondeva perfettamente il giovane Steven Adams che, in men che non si dica, si ritrova a dover fare i conti con la vita da strada, ed i pericoli ad essa connessi.

Ho iniziato a dire bugie ai miei fratelli ed amici, ho smesso di andare a scuola e ho iniziato ad uscire con i Mongrel Mob, una gang locale, anche se ufficialmente non mi sono mai unito a loro.
L’iniziazione era brutale, ti aggredivano fisicamente e verbalmente. Ho capito che non faceva per me.

Oltre ad essere un inguaribile donnaiolo, il padre Sid doveva avere anche un discreto corredo genetico al seguito, se è vero che molti, tra i 18 figli, si sono imposti ad un livello molto alto in vari sport. Il cocktail derivante dai geni paterni uniti a quelli della madre, nativa di Tonga, isolotto a nel sud dell’Oceano Pacifico, ha dato origine a quel mix così inusuale che ammiriamo nel fisico di Steven, in cui sono presenti forza , robustezza, spigolosità e atletismo. Caratteristiche comuni da trovare singolarmente, quasi impossibili da ammirare nello stesso corpo.




Uno dei fratelli Adams, Warren, ex giocatore di basket, si accorge di quell’incredibile corpo che sta prendendo forma e, in un luogo dove se hai quel fisico automaticamente entri a far parte di una squadra di rugby, lo spinge invece verso la pallacanestro.

Mette in moto alcuni suoi contatti nel mondo del basket, in particolare chiama Kenny McFadden, suo ex compagno, al quale Steven dovrà letteralmente tutto.

Kenny gli trova una borsa di studio allo Scots College, una scuola presbiteriana a Wellington, e gli paga le tasse per iscriversi alla high school, dove inizia a giocare seriamente a basket

Non avevo mai indossato una cravatta prima di allora, ero un aborigeno. Ogni volta che i miei compagni mi vedevano avevano un’espressione del tipo “chi è questo assassino?” Ero veramente infastidito i primi periodi.

Inizia ad allenarsi duramente con McFadden: va in palestra alle 6 di mattina, prima di cominciare le lezioni, poi si ferma altre due ore al termine della scuola. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Kenny gli da un obiettivo e Steven si impegna fino alla morte per raggiungerlo.
Come quella volta in cui gli disse “Se arrivi a schiacciare al volo, dopo aver catturato un rimbalzo offensivo, ti prendo un paio di scarpe nuove”, non una cosa così difficile per uno con quel corpo, ma abbastanza complicata, in quanto implica coordinazione e tempismo, se hai cominciato da poco a giocare.

Passano partite su partite, in cui fallisce miseramente nell’intento ma è solo questione di tempo: se Steven si impegna ce la fa, potete starne certi. Ed infatti quel momento arriva, e con esso un paio di scarpe nuove di zecca.

Adams cresce rapidamente, sia fisicamente che a livello cestistico ed inevitabilmente attira su di se le attenzione degli scout americani. Viene invitato all’Adidas Nations, un camp che si svolge a Los Angeles con tutti i prospetti internazionali più interessanti. Steven viene aggregato con il gruppo dei sudamericani, non c’è nessuno che arriva dalla Nuova Zelanda come lui.

Prima di approdare nella NBA, ad Oklahoma come scelta inserita nella trade che ha portato James Harden a Houston, gioca una parte di stagione alla Notre Dame Prep high school e una stagione a Pittsburgh, nel 2012-2013.

Finalmente è tempo di misurarsi con i grandi che, a dire il vero, Steven Adams non sa nemmeno chi siano e che faccia abbiano.

Quando è arrivato nella lega non penso sapesse nemmeno che faccia avessero molti dei suoi avversari. Non era una persona in cerca di fama, di celebrità. Semplicemente non gliene fregava un cazzo di niente. (Kendrick Perkins)

Nella sua prima stagione in NBA riesce a ritagliarsi 15 minuti di utilizzo medio, grazie alla propria durezza e a quell’innata capacità di rendersi utile. Non ha mani raffinate, tutt’altro, ma quando gli vanno a sbattere scontro si accorgono che è duro come la roccia, non si scalfisce.

Nate Robinson lo colpisce all’addome, Vince Carter gli da una gomitata alla tempia, Zach Randolph gli sferra una manata sul mento. Lui si allontana, come nulla fosse, senza battere ciglio. Imperturbabile.

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E’ proprio questo che, il più delle volte, manda fuori di testa l’avversario: la sua capacità di accettare lo scontro fisico e verbale senza perdere mai la testa. Quando l’adrenalina scorre a fiumi e il livello della tensione così alto, è una delle cose più difficili da fare.

Più gioca e più assorbe: nella sua seconda stagione inizia a costruirsi qualche movimento rispettabile dal post e affina l’intesa del pick and roll con Russell Westbrook, che ha raggiunto l’apice dopo la dipartita di Kevin Durant.

Una cosa non cambia mai, ovvero la capacità di esercitare un controllo maniacale su ciò che succede attorno a lui sul parquet. Durezza mentale e fisica, che spesso viene scambiata per gioco sporco dagli avversari e li porta all’impazzimento. Citofonare a Nick Young per delucidazioni in merito.

“Ti senti un giocatore completo sui due lati del campo o solo difensivo? “ Mah, non mi importa giudicate voi tiro con il 60% dal campo e faccio 10 punti di media “Si ma sono quasi tutti layup” Certo, ma fanno sempre parte del repertorio offensivo. Poi con Russ e Kevin io devo solamente muovermi come un serpente sotto l’erba.  (Steven Adams in risposta ad un giornalista)

In questa prima parte di stagione, impiegato quasi 30 minuti di media, sono cresciute tutte le sue voci statistiche, in generale è cresciuta la sua importanza all’interno della squadra, contestualmente alla partenza di Durant. La difesa, in ogni caso, resta il suo punto di forza: buon rimbalzista, verticale, con ottimo senso della posizione e innata predisposizione al contatto fisico.




L’impressione è che con quelle cicatrici lacerate tatuate sul cuore, con quei baffi da narcotrafficante e quegli spigoli d’acciaio bisognerà fare i conti negli anni a venire.
Per quel che ci riguarda, uno come lui lo vorremmo sempre dalla nostra parte, per qualsiasi cosa si giochi, anche sacrificando qualche giocata spettacolare in nome della concretezza.

Se poi vi venisse voglia di informarvi sulla sua vita fuori dal campo vi si aprirebbe un mondo, fatto di cibo, in quantità industriale e di qualità discutibile, scherzi, ma anche tanta attenzione all’aspetto sociale, come testimonia il suo impegno nello sviluppo del basket in Nuova Zelanda attraverso l’istituzione di numerosissime borse di studio.

Mi piace provare tutto, anche se devo ammettere che i testicoli di maiale che ho mangiato a Taiwan erano un po’ …troppo. Non così male, comunque.

Raccontare Steven Adams in poche pagine, credeteci, è veramente un’impresa ardua, tanti sono gli spunti che un personaggio del genere riesce ad offrire a chi prova ad avventurarsi, seppur tangenzialmente, nel suo mondo.

Sarà per quel suo look banditesco, o per il suo modo così particolare e unico di vivere la partita, inscalfibile da qualsiasi evento. Fatto sta che per noi, che amiamo sguazzare nel losco e nel torbido, resistere al fascino di Steven Adams è assolutamente impossibile.

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo

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