C’è un bambino che calcia il pallone lungo un campetto, indossando la maglia della propria squadra del cuore. I capelli sono biondi, la maglia...

C’è un bambino che calcia il pallone lungo un campetto, indossando la maglia della propria squadra del cuore. I capelli sono biondi, la maglia è rossa e bianca. Rot-weiß.

E’ il 1995, il piccolo Mats è appena entrato a far parte delle giovanili del Bayern Monaco. Non per caso. Suo padre Hermann, dopo una mediocre carriera da calciatore e una brevissima parentesi da allenatore, diventa nello stesso anno coordinatore del settore giovanile dei bavaresi. Il ruolo di tecnico della prima squadra, dopo una disastrosa annata con Giovanni Trapattoni (sesto posto in Bundesliga), era stato assegnato a Otto Rehhagel.

Sì, quel distinto signore che nove anni dopo raggiungerà con la Nazionale greca uno dei trionfi più inaspettati della storia del calcio europeo. Otto Rehhagel, che già poteva esibire nella propria bacheca due Meisterschale, due coppe di Germania e una Coppa delle Coppe, conquistate alla guida del terribile Werder Brema di Marco Bode e Klaus Allofs. Un vincente, ma non in quella stagione. Non nella stagione del Borussia Dortmund di Ottmar Hitzfeld, che conquista il secondo titolo consecutivo, distanziando i rivali di sei punti.

Che forza, quel Borussia Dortmund: Jürgen Kohler, Andreas Möller, Michael Zorc, Karl-Heinz Riedle, Stéphan Chapuisat. Un anno dopo, per dire, travolgerà la Juventus di Lippi in finale di Champions League. E per il piccolo Mats, già in quel momento, il destino era segnato. All’età di 19 anni, dopo aver coronato il sogno di esordire all’Allianz Arena, viene ceduto in prestito proprio ai rivali del Dortmund. I capelli si sono ormai scuriti, la maglia diventa giallo-nera. Forse gli sarà capitato di mordersi le mani. Abbandonare casa, famiglia, lo stadio dei sogni per unirsi a chi non vedeva il becco di un trofeo da almeno sei anni? Non proprio allettante.

Fortuna allora che, insieme a lui, al Westfalenstadion approdi anche un personaggio pittoresco, ex bandiera del Mainz nonché commentatore delle partite della Nazionale per la rete televisiva ZDF. Il suo nome è Jürgen Klopp e cambierà per sempre la storia di Mats e del Borussia Dortmund. L’amministratore delegato del club, Hans-JoachimWatzke, al momento della presentazione del nuovo allenatore esclama: Credo che questo sia l’inizio di un periodo emozionante.

Aveva ragione.

Con il Mago in panchina le vespe strappano al Bayern due campionati e una coppa di Germania. Hummels diventa in breve tempo il perno della fase difensiva di una squadra che corre a mille all’ora. Il Dortmund di Klopp non sconfigge semplicemente gli avversari: li picchia, li prende a badilate. Tu puoi attaccarli, farli rintanare nella propria area di rigore, ma tanto è questione di tempo. Questi la palla te la recuperano, e quando te la recuperano sei fregato. Götze, Perisic, Kagawa, e poi Reus, Mkhitaryan…come puoi sfuggire a simili ripartenze?

L’esempio più rappresentativo del “Klopp-Fußball” si ha proprio in uno scontro diretto: è il Dortmund-Bayern dell’11 aprile 2012. La squadra di casa passa in vantaggio solo nel secondo tempo, grazie ad un tacco di Lewandowski che più tronfio non poteva essere. Ma la rete di Neuer poteva gonfiarsi chissà quante volte. Quei ragazzini si trovano a meraviglia, giocano di prima come se il pallone non fosse fatto di cuoio, ma di lava incandescente. E, soprattutto, non danno respiro a nessuno: sono costantemente in superiorità numerica, in ogni zona del campo.

Avete presente lo squash? Tu scagli la pallina contro il muro e quella ti torna indietro a velocità doppia. Più o meno è questa la sensazione provata da Robben e compagni quella sera. Costretti ad assaltare e ripiegare, assaltare e ripiegare. Nella maggior parte dei casi, il muro ha un nome e un cognome: Mats Hummels. L’ex bambino biondo cresciuto a Monaco di Baviera, l’ex predestinato del FCB. Che alla sua vecchia squadra ha anche segnato: di testa nel 2011 in campionato, su rigore nel 2012 in finale di Coppa di Germania. Esultando entrambe le volte, insieme al proprio pubblico.

Quando giochi come difensore centrale al Signal Iduna Park non sei mai da solo. Tu, in quanto muro, sei solo la rappresentazione in scala dell’enorme passione giallo-nera, la Südtribüne colma di tifosi. Ogni tuo tackle è il tackle di quegli oltre ventiquattromila scalmanati. Ogni volta che recuperi palla, stai cavalcando insieme a loro. Questo sentimento di onnipotenza può bastare a sopprimere una vita di sogni dai colori diversi? Arrivare ad un passo dal conquistare la Champions League davanti agli ex tifosi può bastare a rinnegare il proprio passato? Probabilmente sì.

Se questa fosse una storia di eroismo, probabilmente Mats Hummels sarebbe ancora lì, a difendere la porta del Borussia Dortmund con la fascia di capitano al braccio (fascia che si è guadagnato dopo oltre 200 presenze in maglia BVB). A difendere il club che gli ha permesso di arrivare in Nazionale, di alzare da protagonista quella Coppa agognata da tutto il popolo tedesco.

Invece, a partire dal primo luglio di quest’anno, il campione del mondo sarà di nuovo un giocatore del Bayern Monaco. Una scelta (pagata a caro prezzo dal club di Beckenbauer, ci mancherebbe, ma pur sempre una scelta) personale.

Nelle ultime due settimane, prima di andare a dormire, ho ragionato sul da farsi, ha detto. Dovevo capire cosa fosse meglio per la mia carriera.

Il Bayern, nel 2012, dopo quasi 17 anni di onorata carriera, ha licenziato Hermann Hummels. Il motivo? I risultati sportivi insoddisfacenti, com’è ovvio. Eppure c’è chi sussurra che il suo ruolo di mentore del figlio, “reclutato nelle file nemiche”, facesse storcere il naso ai piani alti bavaresi. Permettici di dissentire, Mats: questo non può essere meglio di ciò che avevi prima. Per tuo padre, per la Südtribüne, per quel matto di Jürgen che ti ha trasformato nel giocatore che sei.

A proposito di Klopp: nella stagione 1994-1995, quando era ancora un arcigno difensore del Mainz, venne allenato proprio da Hermann Hummels. Quanti ceffoni ti darebbe, Mats…

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex