Il destino di Josè Mourinho Il destino di Josè Mourinho
Ci sono personaggi che sono destinati a far discutere, sempre e comunque, ad ogni costo. Personaggi condannati a dividere l’opinione pubblica, in due semplici... Il destino di Josè Mourinho

Ci sono personaggi che sono destinati a far discutere, sempre e comunque, ad ogni costo. Personaggi condannati a dividere l’opinione pubblica, in due semplici fazioni: chi lo ama e chi lo odia. Difficile trovare zone grigie, difficile trovare opinioni sfumate o ragionate. Difficile trovare un punto di incontro. Certi personaggi o li ami alla follia o li detesti con tutto il cuore.

Già alla prima riga dovreste aver capito che l’oggetto del contendere è lui: Josè Mourinho, uno che, per usare le sue parole, è ben consapevole del fatto che “neanche Gesù piaceva a tutti“. E di questo ne va anche orgoglioso, naturalmente. Perché è fatto così. Perché è così che funziona il suo mondo.

Anche ieri sera, naturalmente, di Josè Mourinho si è parlato parecchio. Il mondo aspettava, con giubilo, il big match, il North West Derby di Anfield: Liverpool contro Manchester United, Reds contro Red Devils, Klopp contro Mourinho. Una partita che non ha regalato nessuno spettacolo. Un match dominato dalle briglie che il tecnico portoghese ha provato a mettere ai suoi avversari. A fine gara, José è uscito da Anfield con quello che probabilmente voleva: il punto che gli consente di lavorare tranquillamente nel futuro, senza patemi d’animo, e che lo lascia ancora in corsa in quella gran tonnara che sono i primi 5-6 posti della classifica della Premier League. E pazienza se, per molti, José ha rovinato la festa a tutti quelli che aspettavano un grande spettacolo e bel gioco: lui non è qui per divertire nessuno. Lui è qui per fare il suo mestiere.

A fine gara, i volti degli allenatori dicevano tutto. Jurgen Klopp aveva la faccia di quello che avrebbe voluto giocarsi la partita a viso aperto, ma non ne ha avuto nemmeno la possibilità. Ha schierato una formazione offensiva, mettendo addirittura Coutinho nei 3 di centrocampo, ma le ambizioni dei Reds si sono schiantate contro il muro messo in piedi dallo United. Per usare un’espressione ormai entrata nel lessico calcistico d’uso comune, contro il bus parcheggiato da Mourinho nella sua metà campo. Eppure, allo United, sono serviti due miracoli di de Gea per portare a casa il sospirato punto, a dimostrazione che nel calcio, tutto sommato, un paio di episodi possono sempre cambiare tutto.




Anche la faccia di José Mourinho, a fine match, diceva tutto. Era la faccia di chi aspettava al varco i suoi detrattori. Era consapevole, lo Special One, che sarebbe partito il tiro al bersaglio nel post-partita. Era consapevole che si sarebbe parlato, in termini non troppo lusinghieri, dell’atteggiamento rinunciatario della sua squadra, dello spettacolo che è latitato anche per “colpa” sua, di Rooney entrato nel finale di gara per fare il terzino. Era consapevole di tutto questo, José Mourinho, e lo aspettava con la faccia di chi aspetta una folata di vento in faccia, consapevole anche che quella folata non lo avrebbe spostato di un millimetro.

Era quello che voleva, era quello che ha ottenuto. Machiavellicamente. Il risultato, e anche le critiche. Perché é di quelle critiche e di quel rumore dei nemici che la retorica di José Mourinho si alimenta. E’ grazie a questa continua battaglia contro tutto e tutti che José Mourinho è potuto diventare José Mourinho. E’ come un gioco dei ruoli a cui coscientemente decidiamo di partecipare, tutti.

A fine partita, ai microfoni dei giornalisti, Mou ha raccolto tutto quello che aveva dentro e ha poi affermato: “Abbiamo avuto il controllo della gara a lungo e questo mi è piaciuto”. Poi, ha girato le spalle e se ne è andato, sicuramente sorridendo. Perché a una bugia del genere può credere solo chi non conosce José Mourinho e il suo destino. Quello di spaccare il mondo esattamente a metà.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro