Mi sveglio. E’ domenica mattina, stanotte mi sono ritirato tardissimo. La solita serata tra amici, finita a mangiare un kebab parlando di Poggi e...

Mi sveglio. E’ domenica mattina, stanotte mi sono ritirato tardissimo. La solita serata tra amici, finita a mangiare un kebab parlando di Poggi e Volpi, di Shunsuke Nakamura, di Amantino Mancini e di Lucas Castroman. Sono tornato a casa con addosso ancora l’odore di cipolla e in bocca ancora il sapore amaro dell’ultima Tennents. Tracannata per provare a non pensare a che giorno è oggi. Tracannata per dimenticare quello che mi aspetta, per ingannare l’attesa, per sperare arrivi in fretta. Forse, sotto sotto, spero che non arrivi mai.

Controllo l’orologio. Le 11.30. E’ tardi, schizzo fuori dal letto, il kebab mi rimbalza ancora nello stomaco. Sento dei rumori provenire dalla camera accanto alla mia. Mi sforzo di ignorarli. Mi butto in piedi, come non faccio nemmeno quando devo andare a lavorare. Ma oggi, altro che lavoro. Oggi mi aspetta un’impresa titanica. Sopravvivere in qualche modo a questa giornata del cazzo. Per quanto possa fingere di amarlo, questo è il giorno che più temo. Ogni anno, due volte questo supplizio. Se va male anche di più. Ma vivo per questo giorno e non posso fare a meno di amarlo. Anche se mi fa una paura maledetta.

Mi lavo, guardo i vestiti, li scelgo. Guardo quella sciarpa appoggiata sul comodino, la accarezzo. Mi sforzo di non pensare a quello che succederà tra qualche ora. Mi vesto e prendo la sciarpa. Esco nel corridoio, sento la porta di fronte alla mia che si chiude. Guardo l’estraneo che sta uscendo da quella camera. La sua sciarpa non è bella come la mia. Quei colori li detesto. Guardo l’estraneo che sta uscendo da quella camera. Mi assomiglia, e parecchio. Sembra me, solo un po’ più giovane. Guardo l’estraneo che sta uscendo da quella camera. Non lo conosco. Oggi sono figlio unico. Un cenno, scendiamo insieme in ascensore, fino alla fermata del bus.

Nel bus, mi sforzo, provo a tenere a bada il cuore che mi scalpita fin dentro lo stomaco. Guardo l’individuo che sta di fronte a me. Sta facendo esattamente la stessa cosa. Ripensa a tutte le sofferenze che giornate come questa gli hanno dato, ripensa a tutte le volte che mi ha guardato vincere. Nei suoi occhi, più che la voglia di vincere, leggo il terrore della sconfitta. Mi assomigliano quegli occhi, e sotto sotto un po’ li comprendo. Anche nei miei occhi è più che mai viva la paura di una settimana infernale. Ripenso alle parole di mio padre. “Voi siete pazzi. Voi non siete normali”. Guardo gli occhi dello sconosciuto che sta di fronte a me. Vedo gli occhi di mio padre. Ma oggi, quegli occhi non mi appartengono. Oggi sono figlio unico.

Saliamo sul 2. Il 2 affollato di gente. Il 2 pieno di miei fratelli, fratelli veri. Fratelli con la mia stessa sciarpa. Fratelli che non abitano nella mia stessa casa ma a cui oggi voglio bene più del Caino con cui condivido il tetto. Capolinea, Piazza Mancini. Mi accerto che lo sconosciuto di fronte a me mi segua. Attraversiamo insieme il Tevere. Finisce, questo maledetto ponte. Arriviamo al momento decisivo. Dobbiamo separarci. Io dalla mia parte, lui dalla sua. Io con i miei fratelli, lui con i suoi. Io a casa mia, lui a casa sua. Guardo lo sconosciuto dritto negli occhi. Decido di abbracciarlo. Lui fa lo stesso. Mi saluta. Gli rivolgo la parola, per la prima volta in questa balorda giornata.

“In bocca al lupo, fratello mio. Ma oggi sono figlio unico.”

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro