Il cinque a zero di Pocket Hercules e la sua banda Il cinque a zero di Pocket Hercules e la sua banda
Il calcio è lo sport cinematografico per eccellenza, su questo non si può discutere. Teatrale, drammatico, imprevedibile, adrenalinico, costantemente in equilibrio tra la stasi... Il cinque a zero di Pocket Hercules e la sua banda

Il calcio è lo sport cinematografico per eccellenza, su questo non si può discutere. Teatrale, drammatico, imprevedibile, adrenalinico, costantemente in equilibrio tra la stasi e quella spettacolare climax che è il gol. E di film sul mondo del calcio ne sono stati girati un bel mucchio. Numericamente inferiori sono invece i film incentrati su una singola partita (‘Fuga per la vittoria’ è ancora il caposaldo del genere). Ancora meno sono le pellicole ispirate a una partita per il solo motivo del risultato. Ricorderete la più famosa: ‘Italia-Germania 4-3’ di Andrea Barzini, sulla semifinale di Messico 70. Tuttavia pochi avranno in mente l’antesignano del 1932, una commedia italiana diretta da Mario Bonnard intitolata ‘Cinque a zero‘.

Per focalizzare il punto di partenza dobbiamo tornare al secondo campionato di Serie A a girone unico, e in particolar modo al pomeriggio del 15 marzo 1931. E’ la ventiduesima giornata, e dalle tribune di legno del Campo Testaccio di Roma va in scena Roma-Juventus.

I bianconeri, allenati da Carlo Carcano, sono primi in classifica, a 5 lunghezze dai giallorossi (vige la regola dei due punti a vittoria). Questi ultimi sono reduci dalla sonora sconfitta per 3-0 rimediata in casa del Napoli. In panchina siede Herbert Burgess, che da giocatore è stato un terzino parecchio arcigno, passato a Manchester dalla sponda City ai rivali dello United. In carriera si è guadagnato il soprannome di Pocket Hercules, l’Ercole tascabile, per la bassa statura coniugata a una grinta da pugile di periferia. In Italia ha già allenato Padova e Milan, con risultati non eccelsi. Adesso ha l’occasione di guidare la neonata Roma del presidente Renato Sacerdoti, forse la squadra più forte della storia della Lupa, almeno fino allo scudetto degli anni ’80.

In porta c’è Guido Masetti, al secondo anno tra i pali giallorossi (ne trascorrerà altri undici con quella maglia). Semplicemente er saracinesca, sarà il terzo portiere ai mondiali del ’34 e del ’38: si porterà a casa due coppe Jules Rimet senza giocare una sola partita, chiuso da Combi e Olivieri.
In difesa, insieme a De Micheli, ci sono “er torello de Bodini cor gran Furvio Bernardini”. Praticamente un muro di calcestruzzo. Bodini II aveva davvero poco da invidiare a un bue di razza: sgraziato, sì, ma infinitamente concreto. Meglio farsi il segno della croce prima di puntarlo nell’uno contro uno. E poi Bernardini, il centromediano metodista, il Professore, con un passato nelle file della Lazio e dell’Inter di Meazza: lucidità allo stato puro. Accanto a lui agiva Attilio Ferraris, il capitano. Che carisma, Ferraris. Ancora si ricordano le urla bestiali contro i compagni più pigri (“dateve da fa, fi’i de ‘na mignotta”), oltre alla sua passione per il gioco d’azzardo. Per tenerlo calmo il presidente Sacerdoti gli regalò persino un bar in via Cola di Rienzo, ma il gesto di fratellanza servì a poco. E’ difficile tenere a freno un temperamento bollente come quello, figurarsi neutralizzarlo in campo (sarà uno dei leoni di Highbury del 1934).

Completavano il centrocampo Fasanelli, D’Aquino e Lombardo. Davanti, un tridente da paura. L’ala destra era Raffaele Costantino, passato alla storia per aver segnato una doppietta al fenomeno Zamora in un’Italia-Spagna 2-3. A sinistra vediamo Arturo Chini Ludueña, il primo straniero della storia della Roma, cresciuto nel Newell’s Old Boys. Una zanzara, dribbla tutto e tutti. Arriviamo così al centravanti: Rodolfo Volk. Per un uomo del ventunesimo secolo è forse impossibile comprendere appieno l’importanza di Volk per i tifosi romanisti degli anni ’30. Primo a segnare un gol ufficiale a Campo Testaccio, primo a siglare una rete decisiva in un derby della Capitale, Sigghefrido (questo era il suo soprannome, mutuato dalla tradizione nordica degli eroi) era probabilmente il miglior tiratore della sua epoca. Un destro mostruoso, da ogni zona del campo. Tuttavia, di fronte a questa corazzata non si presenta una squadra normale. E’ la prima Juventus del quinquennio d’oro, poco prima di entrare nella leggenda.

Il terzetto (quasi) insuperabile là dietro farebbe tremare le gambe a chiunque: Combi in porta, Rosetta e Caligaris coppia centrale. In mezzo una roccia come Mario Varglien, insieme a Vollono e a Barale (un distruttore). Quindi lui, la mezz’ala ideale, Renato Cesarini (ispirazione per il fortunato neologismo Zona Cesarini). Molti centrocampisti di oggi dovrebbero prenderlo come modello: corsa e inserimenti a valanga. A braccetto con lui, un altro fenomeno, Giovanni Ferrari. Il giornalista Lucien Gamblin lo definì “il miglior calciatore italiano da dieci anni a questa parte”, un recupera-palloni di livello seriale, cosce di ferro e disciplina tattica. Infine, l’attacco. Vecchina al centro, ricciolo Munerati e Raimundo Orsi ai lati. Quest’ultimo è, con ogni probabilità, uno degli oriundi più forti che l’Italia abbia mai visto. Non un marcantonio, ma con una velocità di pensiero e movimento fuori dal comune. Con il busto ti indirizza sempre a destra, mentre le gambe sterzano a sinistra. Ha un piede mancino da sudamericano, preciso come pochi.

Ok, questa è la carta. E sulla carta, nonostante la solidità della Roma e i 23mila spettatori in delirio (viene riportato un guadagno di 257mila lire), la Juventus è favorita. Il resto è calcio: teatrale, drammatico, imprevedibile. Come un film, insomma. Dopo sei minuti i giallorossi sono già in vantaggio con l’uomo che non ti aspetti, Nicolàs Lombardo. La Juventus ha una reazione feroce nel corso del primo tempo, ma non basta: Bodini e Bernardini neutralizzano gli attacchi del tridente delle meraviglie bianconero. Inoltre la banda Burgess si presenta con costanza nell’area di rigore avversaria, e Combi è costretto più volte all’uscita. Nella ripresa sale in cattedra il cavaliere del Nord, il Sigghefrido delle canzoni epiche. Volk segna prima il due a zero, poi continua a seminare il panico nella retroguardia juventina, che crolla all’improvviso. Cesarini e Ferraris perdono la testa, espulsi entrambi per un reciproco scambio di complimenti. Poi calcio di rigore per la Roma. Sul dischetto va Bernardini e batte Combi per il tre a zero giallorosso. La squadra di Carcano è nervosa, i reparti si sciolgono e domina il nervosismo. Fasanelli, uno che con il gol ha una certa confidenza (a fine stagione ne avrà segnati addirittura sedici) punisce nuovamente la difesa delle zebre. Un fallaccio di Caligaris provoca il secondo cartellino rosso tra le file degli ospiti, poco prima che Bernardini sigli la sua doppietta personale: è il pokerissimo che conclude la battaglia. E’ cinque a zero.

Lo stesso ‘Cinque a zero’ che Bonnard scelse come titolo per il suo film. Due cifre entrate nei libri, nei rullini fotografici e nelle pellicole. Segnate a fuoco sulla pelle del campionato italiano.
A fine stagione la Juventus vinse, come noto, il suo terzo scudetto, a quattro punti da quella Roma che l’aveva umiliata a Testaccio. Come lasciare una macchiolina di fango sul vestito nuovo del Re. Solo i grandi ci riescono. Chiedere a Herbert Burgess.

 

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex