Il Catania degli argentini Il Catania degli argentini
Non ricordo in che momento avvenne esattamente, come per tutti i colpi di fulmine che si rispettino, so solo che era il 2010 ed... Il Catania degli argentini

Non ricordo in che momento avvenne esattamente, come per tutti i colpi di fulmine che si rispettino, so solo che era il 2010 ed era estate e, come ogni anno, mi ritrovavo a buttare l’occhio un po’ distrattamente su tutte le rose delle squadre che avrebbero preso parte, di lì a poco, al campionato di serie A. A fianco di ogni nome c’era una piccola bandiera, ad indicarne la nazionalità, una grafica estremamente minimale ma che ho ancora impressa negli occhi, come fosse ieri.

Tre strisce orizzontali, due celesti agli estremi e una bianca centrale, con un sole stilizzato nel mezzo: la bandiera argentina non poteva non rubarti l’occhio. Poi qualche tricolore, l’altra bandiera predominante, una brasiliana, la ricordo bene perché mi strappò un leggero sorriso, pensando alla classica mosca bianca, e una giapponese. Takayuki Morimoto, chi se lo scorda?

Era il Catania, non credo ci sia bisogno di specificarlo, la squadra per la quale decisi, in quel preciso istante, avrei simpatizzato nel campionato che sarebbe cominciato qualche tempo dopo.

Mi è sempre piaciuta la cultura legata al Sudamerica ed in particolare ho sempre avuto una predilezione per tutto ciò che provenisse dal paese di Osvaldo Soriano, senza che il calcio facesse eccezione, tutt’altro. Da qui il legame, istintivo ed inevitabile, con quel Catania, che in rosa poteva contare su ben 12 giocatori provenienti dalla Pampa Argentina.

Facciamo però prima un piccolo passo indietro, per vedere quando e come si forma questa famiglia allargata formata, anno dopo anno, da Lo Monaco e suoi collaboratori.

Il primo ad arrivare, nel lontano 2006, quando il Catania ha appena raggiunto la promozione in serie A è Mariano Izco, che oggi troviamo in serie A nel Chievo, catapultato direttamente dal Tigre nel ritiro dei siciliani a Salisburgo.

Non sapevo una parola di tedesco, non una di italiano. Ero lontano anni luce da casa. I compagni mi hanno aiutato a inserirmi, io ho preparato l’accoglienza per i miei connazionali.

(Mariano Izco)

Nasce centrocampista ma all’occasione si può riciclare da terzino, non certamente un fenomeno ma un giocatore molto utile, proprio in virtù della sua duttilità.

Da lì in poi, principalmente a partire dall’annata 2007-2008, la colonia argentina in inizia ad infoltirsi. Arrivano Silvestre, Bizarri e Llama e Carboni. Arriva Pablo Sebastian Alvarez, che presto si presenterà a tutte le caviglie avversarie, lasciando il segno. Via via tutti gli altri, fino ad arrivare a quel 2010, in cui il Catania diventa la squadra più Sudamericana d’Europa, potendo contare su ben 12 atleti provenienti da Buenos Aires e dintorni.


Tra questi l’ultimo arrivato è il Papu Gomez, il folletto proveniente dal San Lorenzo de Almagro, sbarcato a Catania per sorprendere tutti.

Gioco sulla fascia, destra o sinistra non importa. Il 4-4-2 mi va a genio, spero di far bene subito.

(Alejandro Gomez)

Non molte parole, giusto quelle strettamente necessarie per far capire che il ragazzo di carattere ne ha da vendere e non teme minimamente il passaggio ad un calcio più imbrigliato tatticamente e con meno spazi. In effetti le sue speranze non sono infondate, farà bene fin da subito.

Mariano Andujar, portiere stabilmente nel giro della nazionale albiceleste, a difendere i pali. In difesa una serie di loschi figuri, tipi poco raccomandabili dai quali è bene tenersi molto alla larga, sempre se si vuole conservare la propria integrità fisica. Stiamo parlando di Alvarez, messo spesso a tallonare i giocatori più pericolosi, Spolli e Silvestre, la contraerea degli etnei sempre pronta al decollo (nella stagione 2010-2011 Silvestre sgancerà 6 missili nella porta avversaria che, oltre a farlo diventare un vero e proprio culto fantacalcistico, lo consacrano come uno dei migliori difensori del nostro campionato).

Poi c’è Peppe Bellusci, direttamente da Trebisacce, che vuoi per il cognome vuoi per la grinta che mette sempre in campo (che spesso lo porta a strafare, ma gli voglio bene anche e soprattutto per questo) per me ha sempre fatto parte della colonia argentina.

A centrocampo, oltre ai già citati Izco e Llama e Carboni, troviamo Ledesma, il cui ruolo è quello di metronomo di centrocampo, il Pitu Barrientos, reduce da un gravissimo infortunio ma sul quale si dicono meraviglie (a gennaio andrà in prestito all’Estudiantes), ed il Papu Gomez, appena acquistato, che tutti non vedono l’ora di ammirare all’opera.

Sulla trequarti Giampaolo, che a gennaio verrà sostituito dal Cholo Simeone, a proposito di argentini, può contare sull’estro di un talento purissimo: Adrian Ricchiuti.

Davanti la stella è Maxi Lopez, a cui nel mercato invernale verrà affiancato Gonzalone Bergessio, proveniente dal Saint Etienne e subito in grado di ritagliarsi un ruolo fondamentale nella squadra di Simeone.

Aggiungeteci due elementi, italianissimi, come Peppe Mascara e Ciccio Lodi, che proprio ieri ha annunciato il suo ritorno a Catania, e diteci voi come si poteva non amare questa squadra. Bè in un caso siete giustificati, se siete tifosi del Palermo.

Inutile dire che mi ritrovo a guardare tutte le loro partite o quasi: perdo la testa per la coppia centrale di difesa, mi innamoro degli spunti improvvisi e devastanti del Papu e mi domando come abbia fatto il Barcellona a privarsi di un fenomeno come Maxi Lopez. E’ esagerato, ma non chiedete ad un innamorato di essere razionale.

Quel Catania e’ una squadra argentina a tutti gli effetti catapultata nel nostro campionato. L’effetto, per chi ama un certo tipo di calcio è travolgente: si picchia, tanto, si lotta, tantissimo, e si lascia spazio alla fantasia. Difficile chiedere di meglio.

A fine anno chiuderà al tredicesimo posto con 46 punti, record di sempre per gli etnei in serie A, ma è solamente l’inizio.

La stagione successiva, con Vincenzo Montella al comando delle operazioni, il Catania si piazza all’undicesimo posto ma il vero capolavoro prende forma l’anno dopo, con Rolando Maran, quando gli isolani raggiungono l’ottava piazza in virtù dei 54 punti conquistati.

Sulle ali del Pata Castro, arrivato nel frattempo a dar manforte ai suoi connazionali, e del Papu Gomez il Catania vola ed esprime un calcio bello ed altamente efficace.
Al Massimino si gioca al ritmo di Tango, ma la cosa più bella da vedere è la compattezza del gruppo, in cui ognuno è disposto a sacrificarsi per l’altro.

Abbiamo ancora un gruppo WhatsApp chiamato “Il Catania dei record”, era come stare in una grande famiglia – Alejandro Dario Gomez

Come tutte le cose più belle, al pari di quelle storie d’amore che nascono improvvisamente e ti travolgono, quando poi finiscono il botto è fragoroso ed il vuoto difficilmente colmabile.

Non fa eccezione il Catania degli argentini che, dopo aver stupito tutti e aver portato alla ribalta alcuni ottimi giocatori, alcuni dei quali ancora sulla cresta dell’onda, finisce per capitolare nella stagione 2013-2014, in cui non riuscirà ad evitare la retrocessione.

Tutto il resto è storia recente, fatta di sofferenze e vicende tormentate. Non restano che i ricordi, impossibili da cancellare, di quella squadra capace di far innamorare anche chi, come me, con quei colori non avrebbe avuto nulla da spartire

Paolo Vigo
Twitter: @Pagolo

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