Quando il traguardo sembra vicino, le mani già alzate e la testa già ai festeggiamenti. Quando tutto sembra già scritto, quando la storia sembra...

Quando il traguardo sembra vicino, le mani già alzate e la testa già ai festeggiamenti. Quando tutto sembra già scritto, quando la storia sembra già consumata. Quando sembra che non ci sia più niente da dire. Quando sembra che il finale sia scontato. E’ allora, proprio allora, che il Dio del Pallone si diverte a mescolare le carte, a buttare tutto a terra e guardare cosa ha combinato. E mai, forse mai nella storia del massimo campionato italiano di calcio, il Dio del Pallone si è divertito come quel 5 maggio del 2002. Mai, forse, in 90 minuti, su tanti fronti diversi, si sono ribaltate le storie in campo. Lacrime, gioia, disperazione, esaltazione, stupore. Tutto insieme in quegli ultimi 90 minuti, quei 90 minuti che sembravano solo una formalità da espletare per traghettare il campionato verso il mondiale nippocoreano.

Inter, punti 69. Juventus, punti 68. Roma, punti 67. Questa la classifica prima di quella prima domenica di maggio. Classifica che sembrava destinata a rimanere immutata. 90 minuti alla fine. La Roma va in casa del Torino già salvo. La Juventus va a Udine, con i bianconeri padroni di casa già al sicuro. L’Inter, all’Olimpico, in casa della Lazio. Pronta a mettere le mani sul tricolore. Sicura di mettere le mani sul tricolore, finalmente. La Lazio, già. I tifosi biancocelesti, quel pomeriggio, erano nerazzurri a tutti gli effetti. Esisteva una remota possibilità che i cuginastri giallorossi potessero mettere le mani sul tricolore, in caso di allineamento straordinario dei pianeti. Remota, remotissima, certo. Ma nel dubbio, meglio far vincere l’Inter e dissipare ogni incertezza, no?

E’ un caldo pomeriggio di maggio. Nessuna sorpresa sembra poter disturbare la festa nerazzurra. L’Olimpico è pronto ad assistere, finalmente, alla festa scudetto, rimandata da tanto, troppo tempo. E pensare che, solo qualche giornata prima, sembrava che la festa fosse ancora più vicina. L’Inter, che giocava con il Chievo, alla terzultima giornata, era davvero a un passo dal trionfo, mentre la Juventus pareggiava a Piacenza. Poi, però, quel giorno il Chievo pareggiò, e Pavel Nedved, all’ultimo respiro, firmò il gol vittoria al Garilli. La Juventus si era riavvicinata, ma con sei punti nelle ultime due partite l’Inter avrebbe comunque messo le mani sullo scudetto.

Le tre partite d’interesse per il tricolore cominciano tutte insieme. In verità, al Friuli di Udine, la partita dura pochissimi minuti. La Juventus sbriga la sua formalità, l’Udinese è già tranquilla e non ha nessuna intenzione di fare lo sgambetto ai bianconeri, che sono più concentrati e partono subito forte. Alle 15.01, David Trezeguet raccoglie un preciso traversone di Antonio Conte e porta in vantaggio la Juventus. Passano altri 10 minuti e Alex Del Piero si infila indisturbato in area di rigore, trafiggendo il portiere avversario. E’ il 2-0, il segnale che per la partita a Udine può bastare così. Si accendono le radioline nel settore ospiti del Friuli, e soprattutto sulla panchina bianconera.

Tutto il calcio minuto per minuto racconta dell’Olimpico tutto nerazzurro, dei tifosi laziali che incredibilmente spingono i propri beniamini ad arrendersi, dei tifosi interisti che non vedono l’ora di poter finalmente festeggiare lo scudetto, quello scudetto che proprio la Juventus spesso gli ha sottratto. Non vedono l’ora di vendicare il torto del 1998, il blocco di Iuliano, l’invasione di campo di Gigi Simoni.

All’Olimpico l’Inter entra in campo convinta di trovarsi davanti a un compito agevole. Hector Cuper ha caricato i suoi ragazzi come fa sempre. All’ingresso, nel tunnel degli spogliatoi, un pugno nel centro del petto, lì dove c’è il cuore. Un cuore che oggi forse nemmeno servirà. 90 minuti, una formalità, e poi sarà festa. A Udine, i tifosi bianconeri imprecano immediatamente contro le loro radioline. E’ l’Olimpico che chiede la linea, e le urla di gioia in sottofondo sono inconfondibili. Al dodicesimo minuto l’Inter è passata in vantaggio. Calcio d’angolo, Angelone Peruzzi esce al centro dell’area piccola, abbranca il pallone e poi se lo fa sfuggire, come se avesse immerso i guantoni nell’olio d’oliva. In zona, come sempre, c’è Bobo Vieri, che deve solo mettere la punta del suo piedone e spingere in rete il gol dell’uno a zero, il gol che a 78 minuti dalla fine della stagione vale lo Scudetto. Si toglie la maglia e corre a petto nudo verso i suoi tifosi. La gioia è immensa, al Friuli qualche radiolina inizia a spegnersi.

In tribuna, Massimo Moratti è uno dei più tesi. Ne ha viste troppe per credere che sarà una passeggiata finire questa partita. Esulta compostamente, si fa addirittura il segno della croce dopo il gol di Bobo. E’ come se, in qualche modo, sentisse che c’è qualcosa nell’aria che non lo fa stare tranquillo. E infatti passano soltanto 7 minuti, Stefano Fiore mette in mezzo un pallone che sembrerebbe innocuo. Che è innocuo. Ma Cordoba, Materazzi e Gresko si guardano in faccia. Vai tu, vado io, va lui. Alla fine arriva da dietro un treno con la targa della Repubblica Ceca. Karel Poborsky scaraventa in rete il gol del pareggio. E’ una doccia fredda che lascia tutti senza parole, perchè erano oramai tutti convinti che la partita sarebbe scivolata via nell’apatia fino al triplice fischio finale. La Curva Nord non esulta, il ceco invece si, e lo fa in maniera quasi rabbiosa, da chi, astruso alle dinamiche del calcio italiano, non capisce perchè i suoi tifosi, oggi, stiano facendo il tifo per gli altri. Tornerà in patria alla fine di questa partita, Poborsky, è la sua ultima partita con la maglia della Lazio. Non puoi capire, Karel. Non puoi.

Ma non è una partita come le altre. E’ una partita che si gioca a un ritmo bassissimo, la Lazio torna a rinchiudersi nella sua metà campo. Aspetta che l’Inter faccia il suo gioco, si può dire che aspetti che l’Inter faccia il suo dovere. Quando Sergio Conceição al 24′ mette in mezzo un pallone innocuo, il suo connazionale Couto lo mette in corner anche se non lo sta pressando nessuno. Come a dire fate presto, segnate questo gol, levatevi il pensiero e torniamo tutti a casa, felici. E infatti Recoba pennella, Gigi Di Biagio anticipa le belle statuine biancocelesti. Di nuovo vantaggio nerazzurro, di nuovo Scudetto.

Il primo tempo volge al termine. L’aria è tranquilla. Ronaldo è impalpabile, è come se sentisse il terreno franargli sotto i piedi. E d’altronde è comprensibile, è lo stesso prato su cui si è sbranato il ginocchio solo qualche mese prima. Il primo tempo sta per finire, quando, improvvisamente, delle nubi scure si addensano sulla testa dei tifosi interisti in festa. Un innocuo campanile in area di rigore, Cordoba che colpisce malissimo Gresko che prova un ignobile retropassaggio all’indietro, senza guardare. Arriva, ancora una volta, puntualissimo, il treno targato Repubblica Ceca. Ancora una volta, ignaro di quello che sta per fare, trafigge Toldo in uscita, e stavolta non esulta.

Prendere un gol all’intervallo era la cosa peggiore che potesse succedere. I giocatori dell’Inter hanno tutto il tempo di potersi fermare a pensare. A pensare che si stanno facendo sfuggire lo Scudetto dalle mani. A pensare che solo loro potevano combinare questo disastro. A pensare che ora uscire e segnare un gol sarà un’impresa titanica. Perchè l’avversario peggiore non è quello che ha la maglia diversa dalla tua. L’avversario peggiore, in pomeriggi come questi, è dentro la tua testa. E’ un demone che diventa assillante e ti ricorda i tuoi fallimenti, ti spinge verso il baratro un passo alla volta, ti fa bloccare le gambe, ti fa smettere di respirare.

E infatti, dagli spogliatoi l’Inter non uscirà mai più. Gli occhi persi nel vuoto, gli sguardi verso il nulla. Cuper in panchina fuma decine di sigarette, impotente. I tifosi, in tribuna, iniziano a ripensare a tutte le sofferenze della loro esistenza, iniziano a credere di essere stati marchiati a fuoco da un destino che li condanna ad essere derelitti. Al decimo minuto del secondo tempo la tragedia inizia a prendere connotati farseschi. Su un calcio di punizione dalla sinistra, Diego Pablo Simeone, il grande ex, salta in testa a Cristiano Zanetti e trafigge Toldo. Ci sarebbe ancora tempo per ribaltare tutto. Ci sarebbe, se non fosse che questo è il 5 maggio 2002. Ci sarebbe ancora tempo, se non fosse che oramai l’Inferno ha già spalancato le sue porte.

L’Inter non segnerebbe più nemmeno in una porta di 20 metri. La Lazio trova addirittura il quarto gol con Simone Inzaghi, e quando mancano 15 minuti al termine della partita, i connotati della tragedia in atto sono ormai chiari. Hanno vinto i fantasmi, hanno vinto i demoni. La Lazio non è nient’ altro che un mero esecutore materiale, incolpevole. Le radioline a Udine cantano sinfonie di gioia, la Juventus si avvia a vincere il più insperato degli scudetti. In campo, con la partita ancora in corso, ci sono giocatori interisti in lacrime. Una cosa mai vista. Materazzi che si rivolge ai laziali, ricordandogli che lui, qualche anno prima, gli ha fatto vincere uno scudetto affondando la Juve a Perugia. Ronaldo che torna in panchina, e scoppia in lacrime, con la testa fra le mani. Sono singhiozzi disperati, i singhiozzi di chi ha perso tutto. I singhiozzi di chi è sceso all’Inferno a testa in giù, in picchiata. A Udine la Juve festeggia. La Roma, per giunta, ha anche battuto il Torino. Juventus 71. Roma 70. Inter 69. L’Inter è addirittura terza, condannata ai preliminari di Champions League.

Non c’è più niente di razionale, non ci sono spiegazioni logiche. Hanno vinto i demoni, hanno vinto i fantasmi.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro