Iker Casillas, il crepuscolo degli dei Iker Casillas, il crepuscolo degli dei
La parabola di Iker Casillas fa capire quanto duro possa essere il gioco del calcio. Da eroe del Bernabeu a personaggio scomodo, indesiderato. Dal... Iker Casillas, il crepuscolo degli dei

La parabola di Iker Casillas fa capire quanto duro possa essere il gioco del calcio. Da eroe del Bernabeu a personaggio scomodo, indesiderato. Dal sollevare la Coppa del Mondo al cielo ai fischi dei tuoi tifosi. La parabola di Iker Casillas ci fa capire che nel calcio nessuno è immortale. Neanche gli dei.

Il calcio sa essere magnanimo, ma sa anche essere duro e spietato. E così come ti porta in alto, all’apice del successo, così ti butta giù, alla stessa velocità, in una discesa ripida e che sembra non aver mai fine. Con la stessa velocità con cui ti issa sul trono dei migliori, senza motivi apparenti ti prende e ti butta giù, facendoti sbattere per terra. E ti ritrovi solo, senza più gloria, senza più nulla tra le mani. Già, le mani.

Perchè le mani sono protagoniste di questa storia, dal momento che oggetto del contendere è un estremo difensore. Nel caso specifico, Iker Casillas Fernàndez da Madrid, il portiere più solo del momento. Il portiere che ha vinto tutto, che ha stretto trofei, coppe, scudetti tra le mani e tra i guantoni. Il portiere che oggi si avvia a vivere un triste declino, diviso tra l’addio alla camiseta blanca e la strada della fedeltà eterna. Bisogna essere speciali per difendere una e una sola porta, nella vita. Lo hanno fatto in pochi, sono diventati tutti degli eroi. E Iker Casillas speciale lo è per davvero. O forse sarebbe meglio dire lo è stato.

L’uomo che difende i pali del Real Madrid, negli ultimi anni sembra la fotocopia sbiadita del felino che fino a qualche anno prima andava, con riflessi fulminei, a togliere palloni dal sette o a salvare conclusioni a botta sicura a pochi passi dalla porta. L’uomo che ha trovato casa al Santiago Bernabeu viene sempre più spesso fischiato dai propri tifosi. E se i fischi fanno male, e quelli dei tuoi tifosi feriscono, quelli ad un portiere possono essere letali. Perchè il portiere è condannato ad ascoltarli fermo, immobile, nella solitudine della sua area. I fischi lo condizionano, ne mettono a repentaglio la psiche, minano ogni sicurezza. Ti fanno capire quanto possa essere ingiusta la vita.

C’è un’immagine della semifinale di ritorno tra Real Madrid e Juventus che forse sintetizza più di ogni altra cosa il lento e inesorabile declino della parabola di Iker Casillas. Il Real è alla disperata ricerca del gol che manderebbe la gara ai supplementari. Iker Casillas ha forse sulla coscienza il gol di Morata, non certo irresistibile. Avrebbe potuto fare di più, probabilmente, anche se la conclusione era sporca e difficile da prendere. Ma Iker è sempre stato abituato alle imprese impossibili, c’è stato un tempo in cui non esistevano tiri imparabili. Ma ora il Real deve recuperare, e mancano pochi secondi alla fine. La Juventus spazza via l’ennesimo pallone della gara, Iker vuole affrettare i tempi e andare a battere la rimessa laterale. Per fare in fretta, si fa scivolare il pallone dalle mani, ne viene fuori una rimessa goffa, con l’inevitabile fischio dell’arbitro che inverte la rimessa. Tutta la rabbia, la frustrazione, l’odio represso dei 90.000 del Bernabeu si riversa su un solo uomo. Come se la colpa fosse solo e soltanto di Iker Casillas. Che ha le spalle larghe, e sopporta da anni tutto ciò. I fischi a ogni incertezza, i mugugni, gli scoop di Marca sull’arrivo di De Gea a suon di milioni.

Forse, quella rimessa ha segnato un punto di svolta. Forse Iker Casillas ha ripensato alla parabola della sua carriera. Come sono lontani i successi uno dietro l’altro con la camiseta roja della Spagna. L’Europeo, i Mondiali, l’Europeo di nuovo. Come è lontano quel bacio a Sara Carbonero, quel “madre mia” sussurrato dalla giornalista, la favola romantica del campione e della sua bella in mondovisione. Iker Casillas, in quella notte di Johannesburg, era l’uomo più invidiato del pianeta. Da lì in poi è come se qualcuno avesse deciso che era il momento di buttare giù quel ragazzo sempre sistemato, sempre a posto, sempre gentile, dal piedistallo.

Da lì in poi il Casillas che avevamo conosciuto non c’è più. Al suo posto un portiere insicuro, sempre sull’orlo della papera, che con Mourinho perde il posto da titolare. Iker Casillas smette di essere Iker Casillas. La Spagna che smette di essere la Spagna, cede lo scettro al nuovo che avanza. Iker imbocca il viale del tramonto per non voltarsi mai più indietro. Fino a quella rimessa laterale. Fino ai fischi che fanno male fino al fondo dell’anima.

Il calcio sa essere rude, ingrato, ha la memoria corta. Il tramonto di Iker Casillas probabilmente lo dimostra più di ogni teoria.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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