L’attesa è finita. I tre giorni più caldi del calcio italiano vedranno affrontarsi per ben due volte Napoli e Juventus, nella stessa atmosfera e...

L’attesa è finita. I tre giorni più caldi del calcio italiano vedranno affrontarsi per ben due volte Napoli e Juventus, nella stessa atmosfera e in competizioni diverse. Per capire come potrebbe andare a finire, ci siamo addentrati in quattro universi paralleli.

1 – La partita calda

2 aprile 2017, ore 20.35. La tensione è solida, palpabile, tanto che per tagliarla – più che un coltello – servirebbe un machete. Neanche a dirlo, lo stadio San Paolo è completamente sold out: dalle curve alla Tribuna Nisida, fino ad arrivare al settore ospiti, l’intero impianto ribolle di amore azzurro. Nessuna coreografia però, almeno in apparenza, campeggia sugli spalti.

In molti attendevano il consueto spettacolo ideato dai tifosi partenopei, magari in uno splendido replay del “Vesuvio” ricreato nel 2013 proprio nella sfida ai bianconeri.

Niente di tutto ciò: in Curva B tutto tace. Ma è solo questione di minuti, perché pochi secondi prima dell’ingresso in campo delle formazioni, il San Paolo si infiamma. Nel vero senso della parola. Migliaia e migliaia di torce brillano in contemporanea, in un delirio pirotecnico che manderebbe a dormire pure i tifosi (non proprio pacati) del Legia Varsavia.

E il pubblico non accenna neppure per un secondo a placare l’entusiasmo.

Le torce si moltiplicano, invadono la Tribuna e il settore Distinti, in un vero e proprio cerchio di fuoco che fa aumentare a dismisura la temperatura in campo. Persino gli spettatori da casa, al sicuro sui divani davanti alla pay-tv, sono costretti a diminuire la saturazione sullo schermo dei propri televisori, per impedire che il calore sovrumano delle immagini consumi i loro poveri occhi. I telecronisti più furbi, dopo pochi minuti dal fischio d’inizio, cominciano ad indossare maschere da saldatori, come se dovessero osservare la fiamma ossidrica più grande del mondo.

La partita, in ogni caso, appare fin da subito complicata da commentare. Con l’aria che sfiora i 45°C, tutti (dalla squadra arbitrale ai giocatori) cominciano a sudare come minatori dominicani. Soprattutto il povero Callejon, prudente come sempre con le sue maniche lunghe, che dopo mezz’ora è costretto ad abbandonare il campo per disidratazione. L’unico a non sembrare in difficoltà in questo girone dantesco è Maurizio Sarri, comodissimo nella sua immancabile tuta blu super elastica: il tecnico azzurro approfitta anzi del caos per chiedere in prestito una torcia a un tifoso e accendersi una paglia di nascosto.

Dopo gli zero tiri in porta complessivi del primo tempo, il match è deciso da un autogol di Buffon a dieci minuti dal termine: Diawara (alla primissima occasione della partita) scaglia un missile disperato dai trenta metri che si infrange sulla traversa e va a sbattere sulla schiena del portierone, depositandosi poi in rete. Gigi, in un’intervista di trent’anni dopo, definirà quella sua 1001 presenza “la più difficile di tutta la carriera”. Aggiungendo: “Dopo quella sera, ricordo quasi con sollievo il caldo di Recife contro la Costa Rica”.

Le condizioni critiche del San Paolo costringeranno a disputare la sfida di Coppa Italia del 5 aprile allo stadio Arechi di Salerno, a porte chiuse. Con le squadre decimate dalla febbre, in campo scendono le riserve, che sfruttano l’occasione per dimenticare una volta per tutte la scia infinita di panchine: finisce 3-3 con triplette di Sturaro e Pavoletti, che dopo quella prestazione da urlo diventeranno pedine inamovibili della Nazionale di Ventura. Ah, il caso, questo spietato…

2 -E alla fine il Pipita si incazzò davvero

Era l’uomo indubbiamente più atteso, fin da quel trasferimento estivo che ha scatenato l’ira funesta del popolo napoletano: bastano solo 5 minuti per rendere noto a tutti che, dopo i due gol dell’ex già rifilati agli azzurri, anche quel Napoli-Juve sarà la partita di Gonzalo Higuain. Il Pipita, servito da Dybala, scatta subito alle spalle del vecchio amico Raúl Albiol e punisce Reina con il piattone destro: è 1-0 per la Juve e il San Paolo si trasforma immediatamente in una tempesta biblica di fischi e insulti. Ma Higuain, ancora una volta, non esulta: c’è solo l’ombra di un sorrisetto a sfiorare il volto dell’argentino, mentre abbraccia i compagni e si dirige verso il centro del campo. Lo show però non è ancora finito.

Il Napoli riesce a ricompattarsi e mantiene lo svantaggio minimo per tutto il primo tempo. Poi, dopo trenta secondi dall’inizio della ripresa, il numero 9 bianconero si trova ancora da solo davanti a Reina e firma senza problemi la sua doppietta personale. Stavolta la reazione è più impulsiva, il Pipita stringe il pugno e si lascia scappare un urlo di gioia, un “Vamos” che fa letteralmente imbestialire il pubblico di casa. Dopo quella piccola esultanza, ogni pallone toccato dall’attaccante juventino scatena una pioggia di mugugni che finisce per sotterrare qualsiasi altro suono.

Pure il fischietto dell’arbitro scompare di fronte ai decibel rabbiosi dei supporters azzurri. Purtroppo Higuain non si ferma. Al 3-0, segnato di testa, si precipita a mimare un tango con la bandierina. Con il poker personale arriva pure il bacio della maglia. Infine, dopo aver preteso di calciare il rigore del 5-0, Gonzalo si precipita misteriosamente verso la panchina. Inizialmente qualcuno pensa a un infortunio: tutto però diventa più chiaro quando il giocatore estrae dal retro di una delle sedie un cartone rettangolare, aprendolo e cominciando a masticare con evidente gusto un trancio di pizza hawaiana con triplo ananas.

Quell’ennesimo sgarbo all’orgoglio napoletano è la goccia che fa traboccare il San Paolo: Allegri lo sostituisce in tutta fretta per evitare conseguenze peggiori, ma il sasso è stato ormai lanciato. La Juve si aggiudica in maniera roboante il primo round, in attesa della rivincita di tre giorni dopo. La notte successiva, emissari del Napoli travestiti da fattorini prelevano il Pipita dall’hotel in cui alloggiava con tutta la squadra bianconera, lo chiudono in una cassa e lo spediscono con un biglietto aereo di sola andata a Ilha das Flores, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico.

Di lui si perderanno le tracce per due settimane, prima che venga ritrovato da un reporter portoghese nel bel mezzo delle Azzorre. Felice della sua nuova vita isolana, quell’Higuain dalla barba incolta in stile Pablo Escobar si rifiuta con decisione di tornare in Europa. “Sono stanco dei gol, preferisco il birdwatching”, dirà all’incredulo giornalista.

Il Pipita diventa così negli anni una vera e propria celebrità per gli abitanti locali: di lui si parlerà a lungo per il presunto record di 36 queijadas mangiate in un solo giorno. A proposito: il ritorno della semifinale di Coppa Italia al San Paolo vede la Juventus trionfare di nuovo. Senza Higuain, Allegri schiera al centro dell’attacco Mario Mandzukic: il croato – animato dalla classica onnipotenzafa a brandelli la difesa azzurra, firma sei gol e blocca la crescita al povero Rog.

Così, tanto per ribadire che è meglio non farlo incazzare.

3 – L’Apocalisse Social

Proprio quando la scia di polemiche successiva alla pausa per le Nazionali sembrava essersi placata, sei ore prima del fischio d’inizio al San Paolo una notizia sconvolge il web. Lo scoop ha del clamoroso: Andrea Barzagli, in ritiro con l’Italia, non ci è proprio andato. Quello ammirato contro l’Albania a Palermo non era altro che un cartonato a dimensioni naturali del difensore bianconero (tanto, con Cikalleshi prima punta, cosa vuoi temere).

Il giocatore nel frattempo era intento a godersi la vita sulla spiagga di Ipanema, recuperando forze fisiche e mentali in vista della sfida al Napoli. A inchiodarlo sarebbe una foto, diventata in breve tempo virale, che lo immortala sotto l’ombrellone con un boccale di Caipirinha in mano. Alle prime scosse del sisma digitale se ne aggiungono subito altre: stavolta il protagonista è Kalidou Koulibaly. Il fratello di un amico del suo procuratore rivela a un tabloid senegalese la verità sul rientro anticipato a Castel Volturno. Sembra che Koulibaly avesse infatti bisogno di tre giorni aggiuntivi per allenarsi con un sacco da boxe molto particolare: sopra il cuoio il difensore aveva fatto stampare la faccia di Dybala.

Twitter si trasforma in un brodo primordiale, le redazioni delle principali testate giornalistiche vivono momenti da trincea, persino i blogger più pacifici percuotono le tastiere come fossero timpani. Dalle profondità di Instagram spunta una vecchia immagine di Insigne davanti a un barbecue, petto nudo e bistecche sul fuoco: come combustibile una maglia della Juve imbevuta di benzina.

Quando mancano ormai solo quattro ore al big match, l’Apocalisse raggiunge il suo zenit. Il profilo Facebook ufficiale di Mark Zuckerberg pubblica uno stato sibillino: “Napoli-Juventus 0-2“. Il post raggiunge in breve tempo la cifra record di 8 milioni di commenti, non tutti propriamente oxfordiani, mentre la Silicon Valley attraversa gli attimi più drammatici della propria storia.

In mezzo alle città fantasma, le strade prive di vita risuonano dei click provenienti dai palazzi: tutti, nessuno escluso, hanno messo mano a notebook, smartphone e tablet per lanciare un proprio parere in rete. Lo stadio San Paolo è vuoto, le telecamere spente. Nessuno assisterà alla partita, nessuno saprà il risultato finale, tanta è l’attenzione all’interno della palude virtuale. Ha vinto il Napoli? Ha vinto la Juve? Chi se ne frega, in fondo: dateci altra spazzatura da condividere.

4 – Sport di contatto

Contro ogni iniziale indicazione della Commissione Arbitri Nazionale, per Napoli-Juve la designazione vede premiato il signor Carmine Russo di Nola. Il quale fin dai primi minuti del match dimostra di non essersi semplicemente dimenticato i cartellini a casa, ma di averli riposti nel cassetto dei brutti ricordi, insieme ai pantaloni a zampa d’elefante e ai Take That.

Il primo fallo della partita, zero primi e trenta secondi dopo il fischio d’inizio, è una scivolata da film splatter del buon Chiellini su Mertens: per l’arbitro si può – meglio, si deve tassativamente – giocare. E’ l’incipit di quella che, con tutta evidenza, sarà una serata difficile. Hysaj, in una sorta di vendetta servita caldissima dopo Italia-Albania, trucida Bonucci in area di rigore sugli sviluppi di un calcio d’angolo.

Pochi minuti più tardi Khedira trattiene vistosamente la maglia di Hamsik. Con i denti. Alla fine del primo tempo, con nessun ammonito e molti lividi in più, gli juventini e i napoletani circondano l’arbitro per chiedere spiegazioni. Il commento di Russo, ripreso dalle telecamere, sarà un serafico: “Sport di contatto”.

Nel silenzio nervoso degli spogliatoi, le due squadre recepiscono il messaggio: se i 45 minuti iniziali erano la battaglia, quelli successivi sarebbero stati la guerra. E’ una carneficina, con tacchetti che brillano contro i polpacci e gomiti alzati sugli zigomi avversari. A un certo punto Dybala ha la malaugurata idea di battere un corner corto servendo l’accorrente Pjanic: il poveretto viene letteralmente sepolto dagli avversari, come un running back troppo magro in una spietata partita di football del liceo.

In conclusione, lo 0-0 finale è accolto come una liberazione. Sono in pochi a lasciare il rettangolo di gioco sulle proprie gambe: tra questi, un ridacchiante Rincon, felice per una volta di essere entrato negli ultimi tre minuti. “Ci eravamo sbagliati”, comunicherà l’Osservatorio sulle manifestazioni sportive: “Il problema sicurezza non era sugli spalti, ma in campo”.

Con le rose falcidiate dagli infortuni, in Coppa Italia a scendere in campo saranno le squadre Primavera. In uno spettacolo di rara bellezza e sportività, la partita di ritorno finisce 2-1 per il Napoli, con il risultato che sancisce comunque il passaggio del turno da parte della Juve. Eppure gli avversari si stringono la mano, i ragazzi si complimentano l’uno con l’altro, l’abbraccio fra Liguori e Kean sancisce la fine di ogni veleno. Beppe Marotta abbraccia Cristiano Giuntoli, che a sua volta abbraccia Claudio Zuliani che a sua volta abbraccia Enrico Varriale.

Alle telecamere nessuno parlerà di episodi arbitrali, di errori a favore o di recriminazioni: soltanto sano, divertentissimo, calcio. Ed è quasi troppo bello per essere vero.

Mattia Carapelli
twitter: @mcarapex