Ho visto giocare Sodinha Ho visto giocare Sodinha
Sabato sera non ho bevuto e non ho ballato. Sabato sera ho visto giocare Sodinha. Stadio Garilli, Piacenza-Modena. È un derby, non un evento... Ho visto giocare Sodinha

Sabato sera non ho bevuto e non ho ballato. Sabato sera ho visto giocare Sodinha.

Stadio Garilli, Piacenza-Modena. È un derby, non un evento in un campionato fatto per otto ventesimi da squadre dell’Emilia Romagna, ma le due piazze sono storiche. E allora il pubblico è bello caldo. La curva del Modena è piena, quella del Piacenza quasi. Insomma non un’atmosfera da C.

Il primo tempo è obiettivamente brutto. Finisce 0-0, con un solo tiro in porta in quarantacinque minuti. Nel secondo il Piacenza la sblocca, segna il capitano. Passa un quarto d’ora. Il Modena crea qualcosa, ma niente di che. Si resta 1-0.

A bordo campo si scaldano in tanti. Chi con parecchia intensità, chi meno. Specialmente uno, decisamente più compassato degli altri. Corricchia, guarda il campo, stretcha. Si ferma un attimo e ricomincia. Io sto commentando la partita, ma a volte butto un occhio. Ne ho sentito parlare benissimo, ma dal vivo non l’ho mai visto. Voglio che entri.

Al settantacinquesimo torna in panca, è arrivato il suo momento. Sotto la pettorina intravedo il numero. So che è lui, ma controllo ugualmente in distinta per averne la certezza. Lo faccio sempre. In realtà in distinta c’è scritto solo “Diogo Felipe”. Ottimo. Ma è il numero dieci. Quindi è per forza lui.

Toglie la pettorina. La maglietta gli tira un po’ più degli altri, diciamo così. “In foto era peggio” penso.

Entra col passo cadenzato dei brasiliani che portano il dieci. Della serie: “State sereni, adesso ci sono io”. Non è strafottente, semplicemente brasiliano. Ha personalità, si vede subito. Chiede la palla pure con l’uomo addosso. E i suoi gliela danno, quasi sapessero che poi lui ci sa fare. È mancino, naturalmente, come non gli bastasse essere il dieci e venire dal Brasile. Con quel mancino sta facendo quello che vuole. Non ne tocca tantissime, ma quando ce l’ha sa sempre cosa fare. E quando non lo sa se lo inventa, i piedi glielo consentono. L’impressione è che grazie a quel mancino il Modena possa creare i presupposti del pari. Dal settantacinquesimo in avanti, in effetti, quasi tutto nasce da quel piede. Prima sforna l’assist del potenziale uno a uno, annullato per fuorigioco. Poi mette sulla testa del suo centravanti una palla solo da spizzare in porta, ma si resta uno a zero. Alla fine, in qualche modo, i suoi pareggiano: classica palla che sbuca al limite da mischia, botta senza guardare e rete che si muove. Uno a uno.

E allora negli ultimi dieci la partita cambia. Il Modena prova a vincerla e lui è l’epicentro di quasi tutti gli attacchi. Fino a quando, al novantesimo, la partita cambia ancora. Lui prende palla sul centro destra, alza la testa e manda l’esterno sul lato opposto. Il colpo è sempre quello: interno mancino che gira e taglia il campo. Uomo a terra, rigore. Lo calcia lui, inevitabilmente.

Perché è il dieci, perché ha rivoluzionato la partita, e perché se non c’è da correre è più forte di tutti gli altri.

Rincorsa pulita, senza giochetti o stop futili. Collo interno sinistro. Il portiere è spiazzato, ma il pallone centra la traversa. Sotto la sua curva, che ha cantato per novanta minuti e che per un attimo è ghiacciata. Lui guarda il dischetto, si è alzata una zolla, poi alza la testa e cammina. I suoi scappano correndo. Due minuti dopo il Piacenza fa 2-1 allo scadere e vince la partita.

Tornando a casa ci ho ripensato. Mi sono detto che uno così non lo avevo mai visto. Ha trentuno anni, la pancia, gioca in C e l’anno scorso in D. Oltre al fatto che si sarebbe formalmente ritirato dal calcio già un paio di volte. Ma uno così non l’avevo mai visto. Mi ha fatto divertire più di chiunque altro. E ha cambiato la partita ai suoi compagni. Eppure sta ancora lì, lontano dai riflettori e dai campionati che contano.

Ci ho pensato ancora. In effetti la sua carriera è andata esattamente così. Come quei quindici minuti di Piacenza-Modena. Un quarto d’ora bellissimo, che nessuno ricorderà. Perché quando c’era da fare gol, lui ha preso la traversa.

Lorenzo Del Papa

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