Ci sono luoghi dell’anima che continuano a vivere dentro di te. Anche quando te ne vai, o anche quando, e può succedere, sono i...

Ci sono luoghi dell’anima che continuano a vivere dentro di te. Anche quando te ne vai, o anche quando, e può succedere, sono i luoghi ad abbandonarti. Ad andarsene, materialmente, per sempre. Buttati giù senza un briciolo di rispetto per la storia, per le emozioni, per le lacrime, per tutte le volte che, in quel luogo, hai esultato per un gol, pianto per una sconfitta, sudato freddo per una partita che non voleva proprio finire. Uno di questi luoghi dell’anima è senza dubbio Highbury.

Certi luoghi diventano un tutt’uno con la gente che li abita. Perchè dove lasci il cuore, torni sempre più volentieri. Se riesci a chiamare casa un posto in cui vai a vedere 22 uomini correre e sudare dietro un pallone, allora quel posto deve avere davvero qualcosa di speciale. Legato a doppio filo con la vita che scorre nel Nord di Londra, città dalle mille anime ma che sa dare un tocco speciale ad ognuna di esse. Come Gillespie Road, che ospitava una fermata della metro come tutte le altre sulla Piccadilly Line. Prima di diventare Arsenal. Prima di diventare l’unica stazione della metropolitana di Londra a portare il nome di una squadra di calcio. Molto può il calcio, tutto potevano i Gunners nel Nord di Londra.

38.419 posti e 93 anni di storia. Non sufficienti a traghettare l’Arsenal nel nuovo millennio del calcio. Con la poesia si smuovono solo i cuori di noi appassionati di football, non le economie del calcio globale degli anni 2000. E allora, largo all’Emirates Stadium, qualche passo più in là. Qualcuno ci vede una sorta di magra consolazione. Qualcun’altro una vera e propria beffa. Un dover costantemente ritornare lì dove hai lasciato il tuo cuore, per sempre. Tormentarti l’anima e pensare che, per quanto bello, moderno, funzionale possa essere l’Emirates, non metterai mai più piede ad Highbury. Mai più.

Un prato che ha visto tanti Arsenal diversi. Quelli tristi, sparagnini da zero a zero o uno a zero che tanto piacevano a Nick Hornby. Quelli belli, divertenti, spumeggianti di Arsene Wenger. Quello degli Invincibili, che si portarono a casa la Premier nel 2003-04 senza perdere una singola partita. Mai.

L’ultima recita sul prato di Higbury è un copione che neanche a volerlo scrivere nero su bianco sarebbe venuto così bene. 7 maggio 2006. Thierry Henry segna una tripletta al Wigan, si porta a casa il pallone e, idealmente, anche le chiavi dello stadio che lo ha visto scrivere le pagine più belle della storia.

La sua e quella dei Gunners, che sono diventate, oramai, due nodi impossibili da sciogliere. Dopo il terzo gol, Henry si inginocchia, si ferma per un attimo e bacia con amorevole rispetto il terreno di gioco di Higbury. Per l’ultima volta, per sempre. Ci saranno altri Arsenal, ci saranno altri Thierry Henry. Non ci sarà mai più un altro Highbury.

Potete toglierci i sogni, potete mandare le ruspe a buttare giù i luoghi della nostra anima. Fate come volete, ma le ruspe non potranno mai venire a prendersi i nostri ricordi più belli.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro