Una carriera in un lampo. Un lampo che comunque è valso la pena di godersi fino in fondo, perchè era giusto così, perchè lui,...

Una carriera in un lampo. Un lampo che comunque è valso la pena di godersi fino in fondo, perchè era giusto così, perchè lui, semplicemente, aveva deciso che quella era la decisione giusta da prendere. Lui che, anche in campo, la decisione giusta la prendeva quasi sempre. Lui, quel lampo, è Hidetoshi Nakata, il primo fenomeno del calcio giapponese. Che ci ha lasciato un segno nel cuore e negli occhi, indubbiamente.

Una carriera durata fino ai 29 anni. Fino a quando Hide ha detto basta, ha detto che non si divertiva più con il pallone tra i piedi. Lui, che in campo e fuori si era sempre fatto notare per un’intelligenza e una sensibilità spesso sconosciute al mondo del calcio, aveva capito che non aveva senso continuare a giocare solo per i soldi, o solo perchè quella era la sua strada. Hidetoshi ha saputo capire da solo quando era il momento di appendere gli scarpini al chiodo e iniziare a girare il mondo.

Per tutta la mia vita ho giocato solo a pallone, quindi non sapevo com’era il mondo fuori dal calcio. Volevo sapere cosa succede fuori dal mondo e cosa posso fare io per il mondo. Quando ero calciatore ho viaggiato molto, ma ho visto solo hotel, stadi, aeroporti. Avevo voglia di partire da solo alla scoperta di paesi e popoli che mi affascinano. Ho voglia di vedere da me il mondo, non attraverso i giornali o la tv.

Oggi per Hidetoshi il calcio è solo un ricordo. Il ricordo di quando, sconosciuto al grande pubblico ma non a chi il calcio già lo masticava (nel 1996 il giovane giapponese fece un provino con la Juventus…), Hidetoshi sbarcò a Perugia, vicino al sorriso spalancato di Luciano Gaucci che si fregava le mani al pensiero di quante magliette del Grifone avrebbe venduto alle centinaia di giapponesi che ogni due domeniche si sarebbero presentati al Renato Curi per ammirare, estasiati, il loro connazionale.

E ammirare, forse, è proprio la parola giusta. Perchè Hidetoshi Nakata non era solo un fenomeno da baraccone con gli occhi a mandorla, non era solo un’astuta operazione commerciale. No, era anche un signor giocatore che in campo sapeva il fatto suo. Un centrocampista con un piedino che sapeva disegnare traiettorie magiche, accarezzare la palla per darle un tocco musicale e toccarla con delicatezza o con forza a seconda delle necessità. Intelligente fuori dal campo, intelligente in campo, Hidetoshi si conquista il suo posto nel calcio italiano lasciandoci a bocca aperta. Già dal primo giorno in cui mette piede nel campionato di Serie A, con una doppietta proprio alla squadra che nel 1996 gli aveva fatto fare quel famoso provino: il Perugia esce sconfitto per 4-3 dall’esordio interno contro la Juventus, ma Nakata realizza due reti e si mostra, in tutto il suo splendore, al mondo. Quella prima stagione si chiuderà con 10 reti e con la salvezza del miracoloso Perugia.

La Juventus si ricorderà ancora di Hidetoshi Nakata: sarà per quel gol all’angolino, e per quel tiro velenoso non trattenuto da Van der Sar che propizia il gol di Montella, che costano alla squadra bianconera lo Scudetto della stagione 2000-01, scudetto che proprio il giapponese, con la sua nuova Roma, si cuce sul petto. Il calciatore giapponese diventa il simbolo del calcio d’Oriente alla conquista del Vecchio Continente, una conquista che però non è mai proseguita. I Mondiali del 2002 in Giappone e Corea dovevano essere il preambolo di un’evoluzione che però non è – forse ancora- mai avvenuta.

In Italia trova una seconda casa, continua a calcare i prati verdi della Serie A con le maglie di Parma, Bologna e Fiorentina. E poi, dopo i Mondiali del 2006, a soli 29 anni, prende una decisione che nessuno si sarebbe aspettato. Niente più calcio, niente più pallone. Rimette le scarpe con i tacchetti nell’armadio, tira fuori uno zaino e se lo mette in spalla. Hidetoshi Nakata vuole girare il mondo, vuole vederlo con i suoi occhi, vuole conoscere e sapere, vuole capire quello che succede intorno a lui. Vuole camminare a piedi per tutto il sudest asiatico, per tutto il Sudamerica. Vuole rallentare e vedere tutto quello che c’è da vedere. Lui che, in campo, vedeva le cose in un modo tutto suo, in un modo speciale. Un modo che era proprio di un Imperatore orientale alla conquista dell’Europa.

Se si viaggiasse di più ci sarebbero meno pregiudizi idioti e magari si capirebbe meglio se stessi.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro