La guida definitiva ai difensori del calcio di provincia La guida definitiva ai difensori del calcio di provincia
Dopo avervi parlato di attaccanti, centrocampisti, allenatori e arbitri che potete incontrare sui campi polverosi e insidiosi della provincia italiana, abbiamo deciso di preparvi... La guida definitiva ai difensori del calcio di provincia

Dopo avervi parlato di attaccanti, centrocampisti, allenatori e arbitri che potete incontrare sui campi polverosi e insidiosi della provincia italiana, abbiamo deciso di preparvi un’altra guida, quella più difficile. Abbiamo deciso di darvi una panoramica sui diversi tipi di difensori che potreste incontrare su un campo di calcio dalla Promozione in giù, lì dove il pallone diventa un optional e la legnata diventa un dovere.

Incontare un difensore del genere su un campo della periferia italiana può diventare un’esperienza extrasensoriale, può farvi toccare il cielo con un dito, o, più che altro, con un’entrata a piedi uniti. Anche il calcio delle categorie minori non è però rimasto insensibile alle lusinghe del calcio con i lustrini, per cui non è raro trovare anche qualche difensore che prova ad immedesimarsi nelle giocate dei campioni che ha visto giocare alla tv, con risultati spesso alterni. In ogni caso, non fatevi trovare impreparati.

Studiate nei minimi dettagli questa guida, individuate i vostri nemici, preparatevi al peggio. Perchè uscire vivi dal confronto con un difensore di categoria può essere impresa ardua e difficile. Ma potete farcela anche voi, ne siamo certi.

Lo stopper

Più che uno stopper, è uno stalker. Entra in confidenza con l’avversario già diverse ore prima della partita, per le partite più importanti anche qualche giorno. Conosce ogni dettaglio della sua vita privata, deve informarsi per fare per bene il suo lavoro. Senza questo certosino lavoro di preparazione, non potrebbe infatti sussurrare all’orecchio dell’attaccante, durante ogni corner, frasi come “Quella Panda blu te la faccio trovare su quattro mattoni” oppure “Tua moglie Barbara ti mette le corna con il panettiere Vincenzo“.

In campo ha un solo compito: tenere d’occhio il bomber avversario. Più spesso questo compito si riduce al tirare il maggior numero di legnate nel minor tempo possibile. Una sfida ai cardini della fisica moderna, visto che, se la partita è tesa, l’avversario forte e (soprattutto) l’arbitro coraggioso, lo stopper può finire la sua partita anche in meno di venti minuti. I migliori interpreti del ruolo hanno a casa cimeli di ogni tipo sottratti agli attaccanti avversari. Si spazia dalle mutande alle foto dei loro cari.

Il terzino di spinta

Di spinta nel senso che ha fatto della spinta, in mischia, a gioco fermo, durante la corsa, la sua arma vincente. In realtà, di tanto in tanto, qualche mister fortunato trova qualche coraggioso (in genere al di sotto dei 25 anni, con il fisico non ancora consumato dai vizi e dalle donne) disposto a sobbarcarsi decine e decine di chilometri a partita su e giù per la fascia, spesso senza pallone, rincorrendo per 90 minuti azioni senza costrutto organizzate da quel manipolo di incapaci dei suoi compagni di squadra.

Ma il terzino di spinta non si fa di questi problemi. Lui, come un novello Forrest Gump, vuole solo correre, liberare i suoi polmoni, far viaggiare il suo corpo sulla spinta dei suoi polpacci. Respira polvere per anni interi, quindi la sua carriera, a 26 anni, è già finita. Inoltre, il fatto di essere il più vicino alla linea laterale lo espone a due grandissimi pericoli: le urla del suo allenatore (e l’alito di grappa, in alcuni casi) e le ingiurie degli spettatori nelle partite in trasferta. E’ un mestiere per pochissimi ardimentosi.

Il capitano storico

Una figura del calcio minore tra le più romantiche. E’ il capitano storico della squadra, l’anima, il vero collante tra il passato, anche quello più remoto, e il futuro. Spesso è dotato di una panza da competizione, i suoi allenamenti durante la stagione si contano sulle dita di una mano, indossa ancora le scarpe che aveva il giorno del suo esordio, quando giocava Maldini. Cesare, non Paolo. Eppure, nonostante tutto ciò, quella fascia al braccio legittima tutto. Il capitano deve giocare, non ci sono santi.

Piazzato al centro della difesa, ma magari non è nemmeno quello il suo ruolo naturale. Come Mario Frick, magari in gioventù è stato un gran bucaniere d’area, ma ora il fisico e l’età gli consentono solo una presenza statica tra le linee arretrate. Molto spesso la sua presenza risulta deleteria contro avversari più veloci e freschi, ma quando la partita si fa calda, quando volano i primi ceffoni, quando c’è da convincere l’arbitro a tirare fuori il cartellino, il capitano storico tira fuori il meglio di sé e fa qualche giocata decisiva per la squadra. Eterno.

Il libero

E’ il padrone indiscusso della linea difensiva, l’uomo che orchestra tutti i movimenti, quello che dirige la sinfonia della sua squadra. Ecco, il problema è che nel calcio minore dopo 5 minuti in genere l’unico spartito previsto dalla partita è quello di andare in 22 tutti appresso al pallone, il che vanifica di molto gli sforzi del povero libero, che si affanna a comandare i suoi a destra e a manca.

A quel punto, il povero libero prova a concentrarsi sull’unico compito che gli rimane: tenere insieme la linea e far salire la squadra per mettere in fuorigioco gli avversari. Anche qui, finisce solitamente in disastro, con qualche scapestrato che per qualche oscura ragione si dimentica di salire, piantandosi nel terreno e lasciando l’attaccante a tu per tu con il portiere. Al libero resta solo un’alternativa, quella più praticata nei campi di provincia: passare tutta la partita con il braccio alzato, stile Franco Baresi, per far notare al direttore di gara che sono tutti in fuorigioco. In genere funziona.

Il difensore che imposta

Maledetto calcio moderno, con i mostri che ha creato. Tanti allenatori, credendosi il nuovo Pep Guardiola, hanno smesso di schierare in campo fabbri e falegnami e hanno iniziato a chiedere ai propri difensori di compiere qualcosa di inverecondo e inaccettabile: impostare l’azione. Ecco dunque che sui campi di periferia sono iniziati a comparire loschi soggetti che, partendo dalla difesa, tentano di lanciare lungo in profondità sulle fasce, cercano il compagno a centrocampo provando a mettergliela sui piedi, fanno ripartire la manovra uscendo elegantemente palla al piede dalla difesa, o addirittura provano la cavalcata alla Lucio urlando “O CABALLOOOOOOOOO”.

Purtroppo gli allenatori non sono Guardiola, i giocatori non sono Piquè. Il tutto finisce sempre e soltanto in tragedia, tra palloni persi, contropiedi lanciati e luridi difensori costretti a prendersi gialli e rossi per coprire le magagne di questi irresponsabili.

L’elegante

Quasi ogni squadra, seppur di categoria infima, annovera tra le proprie fila questo prototipo di difensore. L’elegante lo riconosci subito: solitamente è in ordine, capelli tirati indietro da un femmineo cerchietto, scarpe poco consumate e divisa quasi mai sporca di terra. Gli idoli a cui si ispira sono Alessandro Nesta o Laurent Blanc, non si sfugge. L’elegante, piuttosto che lanciare il pallone in avanti alla “prega il parroco”, che spesso sarebbe la scelta più saggia, preferirebbe farsi asportare entrambi gli arti.

Anche quando l’avversario di turno attua un pressing forsennato cerca sempre di mantenere i nervi saldi e la testa alta, in cerca del compagno libero. Questo difensore, ai livelli più infimi del calcio, risulta il più spesso delle volte una tassa altissima da pagare, in termine di goal concessi.  Succede inevitabilmente che, vuoi per la lentezza che spesso lo caratterizza, vuoi perché ha i piedi quadrati tanto quanto i compagni pur non essendone cosciente, uno dei suoi tentativi di uscita palla al piede testa alta si trasformino in  tragedie.

Quello che non conosce mezze misure

Lui è uno di quelli che hanno capito che in certe occasioni, sui campi polverosi di provincia, non ‘è tempo per riflettere, non c’è tempo per ragionare, non c’è motivo di temporeggiare. Lui, se vede un avversario lanciato a rete, lo stende. Lui, se l’attaccante lo salta in velocità, lo trattiene per la maglia, i pantaloncini, i calzettoni, l’anima. L’allenatore gli ha dato un compito, lui non si fa scrupoli. Pur di non far segnare gli avversari è disposto a ogni tipo di nefandezza.

L’intervento deciso è la sua religione. Lui entra, poi, quello che prende prende. Qualche volta può anche capitare che sia la palla, in verità, e il ragazzo ci fa una gran bella figura. Molto più spesso prende l’uomo, ancor più spesso prende il cartellino. Ma lui ha l’anima candida e la coscienza pulita.

Lo specialista dei calci piazzati

Cresciuto negli anni ’90 a suon di VHS di Siniša Mihajlović, Ronald Koeman e Roberto Carlos, questo esemplare di difensore si distingue per una caratteristica peculiare: è disposto a fare a pugni con i compagni di squadra per ogni calcio piazzato che c’è da tirare. Venderebbe madre, moglie, figli e tutti i suoi averi per una punizione dal limite. Quando l’arbitro conta i passi e fischia, lo specialista dei calci piazzati arriva sul pallone, misura il vento, decide se provare la botta d’esterno, la maledetta, la punizione a giro o se ci sono gli estremi per farla passare sotto la barriera.

Alcuni problemi possono interferire con la sua idea di calcio: innanzitutto, i chilometri che deve percorrere ogni volta per arrivare dalla difesa a tirare i calci piazzati. Poi, i sassi e le buche nel terreno, che possono disturbare la sua tecnica sopraffina. Infine, i palloni in piombo che si rifiutano di prendere effetti a giro e soprattutto gli impediscono di applicare correttamente l’effetto Magnus che ha studiato per mesi e mesi.