Il meraviglioso Napoli di questo inizio campionato è una macchina quasi perfetta. Un insieme di ingranaggi che lavorano alla perfezione, ognuno per il bene...

Il meraviglioso Napoli di questo inizio campionato è una macchina quasi perfetta. Un insieme di ingranaggi che lavorano alla perfezione, ognuno per il bene superiore della squadra. Da una difesa che sembra diventata un muro, a un centrocampo che gira al doppio, al triplo della velocità degli altri, per andare a recuperare ogni singolo pallone, dal primo all’ultimo minuto.

Fino agli esterni, dove Insigne e Callejon hanno il compito di creare e di inventare, di rendersi pericolosi e di innescare la bomba atomica con il 9 sulle spalle che hanno davanti. Si, perchè il Napoli di Maurizio Sarri è un orologio che funziona alla perfezione, ma poi a premere il grilletto, o il bottone rosso, se preferite, è l’uomo deputato a fare gol. Se non ci pensa prima Insigne con una magia, chiaro. Ma se Lorenzo non è in serata, o se le sue gambe non girano a mille come d’abitudine, ci pensa l’uomo lì davanti, il centravanti in missione: il Pipita, Gonzalo Higuain.

Un centravanti che, quest’anno, sembra essere animato da un fuoco tutto particolare. E’ il fuoco della rivincita di chi l’anno scorso ha dovuto sentirne di tutti i colori. Di chi ha dovuto sopportare, in silenzio, il peso della sconfitta e del fallimento. Di chi si è visto additare come colpevole della mancata qualificazione alla Champions League. Era il 31 maggio: al San Paolo Napoli e Lazio si giocavano un vero e proprio spareggio per andare ai preliminari di Champions. Il Pipita si presentò sul dischetto con in mano il pallone che avrebbe probabilmente chiuso il discorso e spedito i partenopei nel paradiso europeo. E invece, spedì il pallone alto sulla traversa, insieme ai sogni di gloria europea degli azzurri.

Ha accumulato rabbia e delusione. Ha capito cosa vuol dire sentirsi colpevoli, il Pipita. Ha dovuto fare i conti con tante voci, e, in estate, ha dovuto anche rivivere tutto daccapo, mangiandosi un altro rigore con la maglia dell’Argentina, un rigore che forse è costato la Copa America alla sua albiceleste. Da quel momento, Gonzalo Higuain deve aver deciso che questa sarebbe stata la stagione della sua rivincita.

Basta guardarlo in faccia: duro, concentrato, impenetrabile. Negli occhi del Pipita, si legge che quest’anno lui voglia di scherzare ne ha ben poca. Sembra mettere in campo il doppio, il triplo dell’energia. Si affanna su ogni pallone, e ogni volta che calcia verso la porta avversaria lo fa con tutta la forza che ha in corpo. Chiedete all’ultima vittima, chiedete ad Albano Bizzarri se lo ha visto partire e se lo ha visto infilarsi alle sue spalle, quel missile sparato dall’argentino per decidere il posticipo tra Chievo e Napoli.

La vendetta è uno dei carburanti più straordinari per il corpo (e per la mente) di un atleta. La vendetta, o la rivincita. Perchè vendette, forse, Gonzalo Higuain non deve prendersene. Ma rivincite, con se stesso e con chi dopo quel rigore calciato verso la luna di una notte primaverile, forse si. E allora, Gonzalo abbassa la testa, punta il pallone, scarica tutta la sua rabbia in quei missili che scaglia verso le porte avversarie. Il Pipita si è messo in testa che sarà lui l’uomo che guiderà il Napoli verso un sogno che qualsiasi napoletano scaramantico preferirebbe tenere nascosto più a lungo possibile.

Il Pipita si è messo in testa di risarcire una mancata qualificazione in Champions League con uno scudetto. Mai sottovalutare la testa e la scorza dura di un argentino come lui.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro