Gianpaolo Bellini, la bandiera della Dea Gianpaolo Bellini, la bandiera della Dea
«Fare ancora un gol a Bergamo, sotto la curva nord. Non chiedo altro». Si può rispondere in tanti modi alla solita domanda di circostanza... Gianpaolo Bellini, la bandiera della Dea

«Fare ancora un gol a Bergamo, sotto la curva nord. Non chiedo altro».

Si può rispondere in tanti modi alla solita domanda di circostanza del giornalista di turno. “Cosa vorresti fare prima di appendere le scarpette al chiodo?Gianpaolo Bellini non ha dubbi. D’altra parte cosa di meglio potrebbe avere? Non può vincere scudetti, né Champions League, la strada che si è scelto non glielo ha mai concesso né presumibilmente lo concederà a chi tenterà di seguirne le orme.

C’è qualcosa però che non si può spiegare e che Gianpaolo, siamo sicuri, non baratterebbe con nessun trofeo o riconoscimento al mondo. Quel qualcosa non ha prezzo, ma racchiude in sé la speranza di ogni ragazzo che inizia a dare calci ad un pallone che rotola. Si chiama orgoglio, e per Gianpaolo è quello di rappresentare la propria gente e la propria città ovunque sventoli un vessillo della Dea.

Non deve essere facile lontano dai riflettori, spesso dimenticato come una vecchia maglietta sgualcita lasciata in un cassetto ma sempre lì, guai a chi la tocca. Per l’immaginario collettivo le bandiere sono sempre i Maldini, Zanetti, Totti, gente che ha legato il proprio nome indissolubilmente ad una squadra blasonata. Poi qualcuno si ricorda di lui, di Giampaolo Bellini e dei suoi trent’anni di vita vissuti accanto a una Dea.

Scordarselo, per certi versi, è anche la cosa più naturale del mondo. In un calcio in cui tutto va verso l’apparire piuttosto che l’essere Gianpaolo si sente un pesce fuor d’acqua. Non ama mostrarsi davanti alle telecamere, se non per metterci la faccia come portavoce dello spogliatoio quando richiesto, men che mai alzare la voce. Non è un calcio che gli appartiene, distante dai suoi canoni di professionista serio, umile e schivo. Se vogliamo è rimasto il ragazzo che andava a giocare all’oratorio e chiedeva ai più grandi se poteva unirsi a loro, in punta di piedi.

Eppure moltissime cose sono cambiate da quando, a soli sei anni, nel 1986, ha esordito nelle giovanili bergamasche. Sono passati allenatori, giocatori, sono cambiate serie (sempre rimanendo tra A e B) ma nulla che abbia fatto ammainare questa romantica bandiera che ci ricorda che poche cose al mondo sono belle quanto giocare e rappresentare la squadra della propria città.

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Oggi Gianpaolo Bellini  è sposato, ha un figlio di nome Federico e le primavere sulle spalle sono ormai 36. A fine anno ha deciso che la sua bandiera verrà riposta al caldo, lontano dalle intemperie e accessibile solamente scavando nei  ricordi. Questa è l’ultima stagione per Bellini, quella che si augura di concludere con il boato della Nord, per l’ultima volta.

Si diventa grandi, anche se quando mi guardo allo specchio mi vedo ancora come un ragazzino. Però è chiaro che sono cambiate molte cose. Questo è un momento bellissimo della mia vita, il matrimonio con la nascita di Federico è un’esperienza di vita stupenda che ti fa vivere il quotidiano in modo diverso da prima. Se poi il mister mi dovesse chiedere di entrare, come sedici anni fa, a marcare qualcuno? Sono a disposizione perché l’Atalanta viene sempre prima di tutto.

Nonostante l’età, le frenetiche campagne acquisti, il suo ruolo tecnico apparentemente più marginale Edy Reja glielo ha chiesto più volte, quest’anno, di marcare qualcuno. Perché nei momenti di difficoltà, quali indubbiamente sono quelli che sta attraversando la squadra nerazzurra, ci si aggrappa alle poche certezze che si hanno. Bellini potrà commettere errori, potrà aver perso il vigore degli anni migliori ma se c’è uno su cui poter mettere la mano sul fuoco che darà tutto per la maglia, bè quello è proprio lui. Potete starne certi.

Nessuno più di lui ha vestito quella maglia in gare ufficiali, nessuno più di lui può sapere quanto soffra un tifoso a vedere quei colori annaspare, fin quasi ad affondare.

Nel corso della sua carriera gli è stato chiesto di ricoprire praticamente tutti i ruoli della retroguardia, Gianpaolo non ha fatto una piega, ha abbassato la testa dicendo: “purché mi possa rendere utile, va bene tutto”.

Certe volte si sarà guardato indietro, avrà ripercorso con la mente gli anni migliori della propria carriera, che lo hanno portato anche a collezionare 15 presenze in Nazionale Under 21, pensando a quel che sarebbe stato con dei colori diversi addosso, non gli sono certo mancate le possibilità.

Un’ombra scura gli ha segnato il volto , in quegli istanti di pensieri impuri. Vaffanculo a tutto, io sono la Storia dell’Atalanta, non voglio altro. Non chiedo altro. Solo un ultimo, grandissimo, boato della Nord.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo