Gianni Comandini: Re per una notte Gianni Comandini: Re per una notte
Ci sono momenti, nella vita come nel calcio, in cui tutto può cambiare. Coglierli o meno può mutare radicalmente il modo in cui il... Gianni Comandini: Re per una notte

Ci sono momenti, nella vita come nel calcio, in cui tutto può cambiare. Coglierli o meno può mutare radicalmente il modo in cui il mondo, la gente, si ricorderà di te. In questo caso, in questa nostra storia, il mondo è quello del pallone ed il protagonista è un attaccante romagnolo di nome Gianni Comandini. Il momento è quel famoso Derby di Milano, era l’11 maggio del 2001.

Ma facciamo un piccolo passo indietro, di qualche anno, per ripercorrere le prime tappe di quello che sembra essere un talento in rampa di lancio.

Gianni nasce a Cesena il 18 maggio 1977 e nella sua città natale muove anche i primi passi da calciatore. Scuola calcio, giovanili e tutta la gavetta che siamo abituati a conoscere. Fino alla prima squadra, allora protagonista della serie cadetta, in cui però riesce a totalizzare una sola presenza. Girato in prestito al Montevarchi per una stagione fa ritorno alla casa madre, che nel frattempo è retrocessa in serie C1. Qui Gianni comincia a scaldare i motori, trascinando i bianconeri alla promozione con i suoi goal.

Dimostra di avere un buon feeling con il pallone tra i piedi e quando vede il portiere il suo sangue sembra congelarsi per un istante, giusto quello necessario per trafiggerlo. Non puoi perderlo di vista un istante in area, perché il suo tempismo perfetto fa sì che su quel pallone ci arrivi sempre lui, un attimo prima del difensore. Di piede come di testa. E’ il 1999 quando disputa la sua ultima stagione a Cesena prima di accasarsi al Vicenza.

Siamo agli albori del nuovo secolo e c’è un Europeo, seppur under 21, da disputare. I suoi goal non sono passati inosservati, non per lo meno al ct Marco Tardelli, intenzionato a puntare su di lui per far coppia con Nicola Ventola o Gionatha Spinesi. A seconda di come tira il vento. Comandini gioca e segna nella prima partita del girone contro l’Inghilterra. A fissare il risultato sul definitivo 2-0 ci penserà su rigore un certo Andrea Pirlo da Brescia.

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La cavalcata nell’europeo è di quelle trionfali e si concluderà con la vittoria in finale contro la Repubblica Ceca, grazie nuovamente alle due reti dell’allora fantasista bresciano. Comandini è pronto a spiccare il volo, le venti reti messe a segno nella stagione vicentina dimostrano che la categoria va decisamente stretta al bomber cesenate che vuole mettersi alla prova con i migliori.

E’ il Milan a dargli questa chance nella stagione 2000-2001 e ad offrirgli l’occasione giusta per entrare nella storia. E’ l’11 maggio del 2001 e fino ad allora Comandini ha collezionato poche apparizioni con la maglia rossonera. Scalzare attaccanti del calibro di Shevchenko e Bierhoff, per un ventitreenne di belle speranze ma senza esperienza nella massima serie, non è roba da poco. Ma quell’11 maggio del 2001 c’è proprio lui al centro dell’attacco quando si gioca il Derby della Madonnina.

Probabilmente non sa che l’impresa che sta per compiere lo porterà a spinta nella storia rossonera, né che l’ultimo in grado di realizzarla passò ben 15 anni prima, nel lontano dicembre dell’85. Un certo Paolo Rossi, penso ne abbiate sentito parlare.

Diciotto minuti. Possono bastare? Diciotto minuti sono sufficienti per entrare nella testa e nella memoria di un tifoso di calcio, in questo caso rossonero? Se la partita in questione è la stracittadina la risposta è si. Probabilmente ne basterebbero anche molti meno.

Minuto 2.40 del primo tempo, Serginho recupera un pallone poco dopo la linea di centrocampo, grazie ad un disimpegno errato di Ferrari, e lo appoggia rasoterra al centro. In agguato, pronto a spedire in rete quel pallone, c’è proprio lui: Gianni Comandini.

Passano 16 minuti ed il copione si ripete. Serginho sgroppa sulla sinistra e la mette in mezzo, questa volta alta e tesa. Non puoi perderlo di vista un istante. Se ne accorge Ferrari che viene anticipato dallo stacco perentorio del numero 9 rossonero. Come Paolo Rossi, è doppietta nel Derby.

A rendere ancora più epica quella serata, per il bomber romagnolo e per i tifosi è il risultato di 0-6 con cui si concluderà la partita.

Quella partita ha rappresentato per me l’emozione calcistica più grande. Ancora oggi mi fermano per quella doppietta, è la cosa che la gente più ricorda di me.

Sembra essere la svolta di una stagione, di una carriera, di una vita. E per certi versi lo è. Non però dal punto di vista professionale perché questi rimarranno gli unici due goal realizzati con la maglia rossonera. Trova poco spazio e mostra sempre più insofferenza non riuscendo a dimostrare appieno il suo potenziale.

Si trasferisce a Bergamo cercando di dare nuova linfa alla sua carriera. Il presidente della squadra bergamasca versa la cifra esorbitante di 30 miliardi di lire nelle casse rossonere, per quello che rimane l’acquisto più caro nella storia della Dea. Ma qualcosa non va, dal punto di vista fisico e mentale. Qualcosa non funziona.

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La schiena inizia a non dargli tregua, costringendolo successivamente a due interventi chirurgici e nella sua testa incominciano ad affiorare i primi dubbi. Gioca a singhiozzo e quando scende in campo non incide , portandosi appresso l’etichetta di “Mister 30 miliardi”, pesante come un macigno. Prova a cambiare aria, prima a Genova e poi a Terni, ma si accorge che il mondo del calcio non fa più per lui. E’ solo ventottenne, tutti gli danno del pazzo ma Gianni è sicuro che quella a Terni sarà la sua ultima esperienza da professionista, dopo di che appenderà gli scarpini al chiodo.

Mi ero stufato. Per una serie di motivi. Ero logoro di un ambiente che dà molto ma allo stesso tempo chiede molto. E dopo alcuni gravi infortuni le mie prestazioni ne risentivano. Francamente dopo aver giocato in A non me la sentivo di vivacchiare in B o in categorie inferiori, nonostante le offerte non mancassero. Così ho staccato definitivamente la spina.

Stanco del mondo del calcio, stanco delle trasferte in lussuosi alberghi a cinque stelle ma tutti uguali, decide che vuole vedere il mondo da un altro punto di vista. Si mette lo zaino in spalla, non soltanto metaforicamente parlando, e parte. Come farebbe un uomo qualunque, alla scoperta del mondo. Non più hotel ma campeggi, ostelli, sacco a pelo in spiaggia , con l’immancabile tavola da surf come compagna di viaggio.

Il surf è diventato il mio hobby, a differenza del calcio non ci sono regole, è uno sport che vuol dire libertà.

Difficile, a volte, pensare a cosa sarebbe potuto diventare un calciatore in altri contesti o con circostanze più favorevoli. A noi piace ricordare il calciatore Gianni Comandini per quei diciotto minuti che hanno inciso il suo nome nella storia del gioco. Perché è vero, ai più la gloria può sembrare effimera. Non a tutti però. Sicuramente non a noi e ai nostri cuori che pulsano al ritmo di una partita di pallone.

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo