Alleno per libidine, per sentirmi dire dai miei calciatori che con i miei schemi si divertono. Le idee, nel calcio, non sono tutto. Soprattutto...

Alleno per libidine, per sentirmi dire dai miei calciatori che con i miei schemi si divertono.

Le idee, nel calcio, non sono tutto. Soprattutto in un mondo che tende a dimenticare, che vive freneticamente, che cancella tutto con un colpo di spugna in un attimo. Si, forse nel calcio le idee è meglio non averle, oppure cambiarle ogni due mesi, sacrificandole sull’altare del risultato. Perchè, nel mondo del calcio, chi ha le sue idee e tende a tenersele, a non cambiarle, spesso viene ostracizzato, messo da parte, guardato come un alieno che non ha capito niente di come funzionino le cose.

Questo discorso, però, non provate mai a farlo con Giampiero Ventura. Il secondo allenatore più vecchio (e non usiamo il più gentile eufemismo “meno giovane” perchè non è un demerito avere una certa età) della Serie A, le sue idee, le ha sempre portate avanti con lo spirito di un rivoluzionario e con l’animo di un vecchio saggio che in quelle idee ci crede per davvero. Perchè il calcio di Giampiero Ventura, più che di tattica, di moduli, di movimenti -che pure ci sono, e sono innovativi e moderni- parla di uomini e di idee. E della forza e del coraggio che servono per non abbandonarli alla prima difficoltà.

E di coraggio, mister Ventura, ne ha sempre avuto parecchio. In Italia, il 4-2-4, lo ha portato lui, con il Pisa, il primo ad avere la sfacciataggine di proporre un calcio così spregiudicatamente offensivo nella patria del catenaccio e delle formazioni abbottonate, dove il “prima non prenderle” è una ragione di vita prima ancora che un modo di preparare una partita di calcio. Con un pizzico di paraculaggine da bravo italiano nel mascherarlo, di tanto in tanto, da 4-4-2, per non offendere i cultori del gioco, per non passare per pazzo. Che qui, in questo calcio, è un attimo farsi appiccicare l’etichetta del fesso in faccia, e allora non si sa mai.

Gli schemi, Giampiero Ventura, li lascia agli altri. Lui propone idee. Con gli schemi sono buoni tutti, con la ripetizione ossessiva delle stesse giocate, con la trasformazione dei giocatori in automi, in frecce che vanno a destra e sinistra in giro per il campo, non si fa molta strada. No, la strada, e le rivoluzioni, si fanno con le idee. E l’idea di Ventura è sempre stata quella di far girare il pallone, di farlo frullare, come dice lui. Ventura è come un demiurgo che sistema le pedine, istruisce i suoi uomini con dei principi, mette in moto un meccanismo e lo lascia andare, lì dove lo portano le sue idee di calcio. E lo portano lontano, a disegnare uno dei modelli di calcio più belli e divertenti d’Italia. Perchè, quando le squadre di Ventura girano, lo spettacolo è assicurato. E anche i successi, nei limiti delle possibilità offerte dalle panchine sulle quali ha avuto l’onore di portarle, quelle idee.

Già, perchè il coraggio di Ventura non ha mai trovato corrispettivi in quello di presidenti e società cosiddette grandi. Nessuna opportunità, qualche approccio, niente di più. Tutta la carriera tra provincia e squadre di metà classifica, quelle con cui o si fa l’impresa o si muore. Quelle avventure, quelle sfide, quelle scommesse che a Ventura piacciono da morire. A un usato sicuro, mister Libidine ha sempre preferito una scommessa da vincere, un giovane da lanciare, uno sconosciuto da buttare nella mischia. Altrimenti che gusto c’è?

Eppure i successi, anzi, le soddisfazioni, non sono mai mancate. Dalla doppia promozione con il Lecce alla miglior stagione della storia del Bari in Serie A, quella chiusa con 50 punti, roba che al San Nicola non avevano mai visto. Entrare nel cuore di due piazze così lontane tra loro non è roba per tutti. Oggi, a 67 anni, Giampiero Ventura non ne vuole sapere nemmeno per sbaglio di mettere da parte le sue idee, il suo calcio. Il Torino che viaggia ai piani alti della classifica gioca bene, vince, mette in campo le giovani promesse del calcio italiano. Cosa si può chiedere di più a un allenatore del genere?

Forse, pensandoci bene, è una fortuna che nessuna grande squadra abbia mai pensato di affidargli una panchina pesante. Da quelle parti, la cultura del risultato fagocita tutto, su certe panchine non c’è posto per la Libidine. E a uno come Giampiero Ventura, a cui il risultato importa ma mai fino al punto da diventarci schiavo, va bene anche così. Soprattutto così.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro