Gheorghe Hagi: il Maradona dei Carpazi Gheorghe Hagi: il Maradona dei Carpazi
Nell’immaginario collettivo del pallone, al numero 10 è affidato il compito di accendere la luce, di illuminare, con le sue giocate, i compagni del... Gheorghe Hagi: il Maradona dei Carpazi

Nell’immaginario collettivo del pallone, al numero 10 è affidato il compito di accendere la luce, di illuminare, con le sue giocate, i compagni del reparto d’attacco. Nell’immaginario collettivo, al numero 10 è affidato il compito di far sognare i tifosi, di farli volare sulle ali della sua fantasia. Per i numeri 10 normali, almeno. Poi ci sono, invece, dei numeri 10 che sono semplicemente molto più di questo. Dei numeri 10 con alle spalle una storia che si intreccia con la Storia dei popoli, dei numeri 10 che entrano nella fantasia dei tifosi per le loro giocate, per la loro capacità di essere combattenti e trascinatori, prima ancora che fantasisti.

Dei numeri 10 che, per sfortuna, circostanze, o a volte per scelta, fanno la storia del calcio pur senza aver mai alzato al cielo uno dei trofei principali del panorama calcistico, senza aver mai scritto pagine intere dei libri dei record.

E proprio per questo il loro legame con la gente, il loro legame con la pancia e il cuore dei tifosi è ancora più forte. Indistruttibile. E’ il caso del più forte giocatore rumeno di tutti i tempi. E’ il caso della risposta europea a Diego Armando Maradona. E’ il caso di Gheorghe Hagi, il Maradona dei Carpazi.

Una palla tra i piedi, sempre

La storia di Gica prende il via da Săcele, piccolo villaggio alla periferia di Constanta, uno dei porti rumeni che si affacciano sul Mar Nero guardando alla Turchia. Come tutti i posti di mare, le etnie si mescolano senza sosta, e il piccolo Gheorghe Hagi, che da quando impara a camminare non si separa mai da un pallone, che sia fatto di stracci, di giornali o di tela poco importa, cresce in fretta.




Cresce, ma non fisicamente. Ma questo sarà uno dei suoi punti di forza. Gica nasce nel febbraio del 1965, praticamente insieme al regime dittatoriale di Nicolae Ceaușescu. Un rapporto che, in una coincidenza della Storia, segnerà anche la carriera calcistica del giovane Hagi. Lo sport, infatti, è uno dei veicoli principali della propaganda del regime, che, proprio grazie alle sue squadre, farà crescere il suo consenso attraverso i successi sportivi. Il pallone del piccolo Gica diventa di cuoio, i piedi scalzi lasciano il posto agli scarpini. A 17 anni fa il suo esordio in prima squadra al Farul Constanta, dove, pur essendo il più piccolo, anagraficamente e fisicamente, lascia intravedere gli sprazzi del talento che sarà. E fa capire da subito a tutti, con la sua faccia torva e gli occhi di chi cerca sempre rogne, che lui sarà uno abituato a comandare. Uno abituato a prendersi i compagni in groppa e portarli alla vittoria.

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Fa tutta la trafila delle nazionali giovanili rumene, poi Mircea Lucescu, innamorato del sinistro fatato e del talento cristallino di Hagi, lo porta in nazionale maggiore da subito. A 20 anni, tanto per mettere in chiaro le cose, Gica è capitano della nazionale rumena. E quella fascia non la lascerà mai più. Intanto Gheorghe è passato allo Sportul Studențesc, dove, in quattro anni, porta la squadra dove mai era stata: al vertice del calcio rumeno. D’altronde con un condottiero del genere, è difficile fare diversamente. Il grande calcio si è accorto di lui. L’ascesa è inevitabile. Nel frattempo nel 1986 la Steaua Bucarest, la squadra dell’esercito, la squadra gestita dal figlio adottivo di Ceaușescu, si è aggiudicata la Coppa dei Campioni. Nel febbraio del 1987 è attesa da una storica sfida di Supercoppa Europea, la prima (e unica) tra squadre del blocco sovietico, contro la Dinamo Kiev del colonnello Lobanovski. Per l’occasione la squadra dell’esercito decide di tesserare, in prestito, per una sola partita, quel numero 10 che stava incantando la Romania. Quella sola partita diventerà una storia d’amore che durerà fino alla caduta del regime. Si, perchè quella Supercoppa Europea verrà decisa da una magia del sinistro di Gheorghe Hagi, che della Steaua, da quel momento, diventerà una bandiera. Altro che prestito, altro che una sola partita.

Il palcoscenico europeo e l’avventura a Italia ’90

Tre campionati e tre coppe nazionali, il dominio in patria e le battaglie in Europa. Nel 1989 la Steaua Bucarest conquista ancora la finale di Coppa dei Campioni, ma di fronte trova il Milan di Sacchi e degli olandesi che la demolisce con un secco 4-0. Ma a dicembre del 1989 il regime di Ceaușescu crolla, insieme al muro di Berlino. E’ la fine degli equilibri politici e della contrapposizione tra blocchi in Europa e nel Mondo, ed è anche la fine della carriera in patria di Gheorghe Hagi, che, da questo momento, può guardare ai grandi club europei, il sogno di tutti i bambini che tirano calci ad un pallone. Prima però ci sono i Mondiali di Italia ’90. I primi Mondiali di Hagi da trascinatore della Romania. Ci sono tutti i gioiellini del calcio rumeno, da Lăcătuş, a Popescu, a Răducioiu. E la Romania, inserita nel girone con URSS, Camerun e Argentina, non tradisce.

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La partita contro l’Albiceleste diventa un inevitabile confronto tra Diego Armando Maradona e il suo alter ego europeo, il Maradona dei Carpazi. I due numeri 10 si confrontano a tutto campo. Si inseguono, si sfidano, combattono a colpi di magie con il sinistro, accelerazioni allucinanti, scatti in velocità, fughe palla al piede, ma non disdegnano colpi proibiti e gioco duro. Quella partita finisce in parità, ma la Romania passa il girone come seconda e uscirà agli ottavi di finale, sconfitta ai rigori dall’Irlanda. Ma per Hagi adesso è giunto il tempo di calcare i palcoscenici più prestigiosi del mondo.




Il 10 rumeno è giunto a piena maturazione. In campo mette in mostra un piede sinistro come pochi se ne sono visti nella storia. L’idea, in linea di massima, è che Gica, sul campo da calcio, possa fare più o meno quello che vuole. Accelera, salta l’uomo in velocità, senza far capire mai dove andrà, senza far mai intuire quale sarà il prossimo passo. Alza la testa e lancia, come avesse un telecomando nascosto tra qualche parte, verso i suoi compagini. Alza la testa e da qualunque posizione prova a beffare il portiere con una traiettoria malvagia, con dei tiri che si alzavano e abbassavano a loro piacimento. In un’epoca in cui i palloni non erano i proiettili impazziti di adesso, ma erano, ancora, ruvide e pesanti sfere di cuoio difficili da comandare. E poi, quel pizzico di testa calda che ci fa impazzire. Quella scintilla sempre pronta a scattare, per un colpo subito o semplicemente perchè, quando in campo fai quello che vuoi, di tanto in tanto può anche smettere di affluire il sangue al cervello.

Dal Real Madrid al Brescia

Nell’estate del ’90, dopo il Mondiale, il Real Madrid acquista Gheorghe Hagi. Ma al Santiago Bernabeu ci sono già troppi padroni, troppi protagonisti. A Madrid non accettano che un rumeno arrivato da lontano venga a prendersi le chiavi della squadra. E Hagi, per essere Hagi, ha bisogno di sentire la fiducia dei compagni e dei tifosi, e soprattutto di sentirsi pienamente in controllo di tutto quello che succede sul campo. Due anni, non proprio indimenticabili, coronati da una beffa atroce, la Liga persa incredibilmente all’ultimissima giornata nel 1992. L’avventura di Hagi al Real, segnata da incomprensioni e tensioni nello spogliatoio, si chiude qui.

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Nell’estate del 1992 il presidente del Brescia Corioni, innamorato del talento e del carisma del Maradona dei Carpazi, si mette in testa di portarlo in Italia. Erano altri tempi, altro calcio. La serie A era il campionato più bello e difficile del mondo. La serie A era il palcoscenico più ambito da calcare. Hagi sente la fiducia, capisce che a Brescia potrà avere la squadra in mano, potrà caricarsi sulla schiena i compagni e trascinare il Brescia come solo lui sa fare. E poi, in panchina c’è il suo maestro, Mircea Lucescu, e in campo ci sono i suoi connazionali Sabau e Răducioiu. Ma ve l’abbiamo detto, la serie A, negli anni ’90, era il campionato più bello e difficile del mondo. E avere in squadra Gheorghe Hagi non ti salva dalla retrocessione, che per le Rondinelle arriva dopo uno sfortunato spareggio con l’Udinese. Ancora una volta, all’ultimo atto del campionato, Gica raccoglie il frutto amaro della sconfitta.

Hagi è una persona orgogliosa. Una testa dura come poche ce ne sono in giro per l’Europa. Potrebbe andare ovunque, ha richieste da tutta Europa, ma decide di rimanere a Brescia, per espiare la sua colpa, per farsi perdonare e riportare il Brescia in serie A dopo una sola, illuminante, stagione di B. E, alla fine di quella stagione, c’è ancora un Mondiale all’orizzonte. E’ quello statunitense, quello della definitiva maturazione della generazione d’oro rumena, quello in cui la Romania parte come outsider in una competizione in cui potrebbe andare anche avanti, molto avanti.




USA ’94, magie e maledizioni

Il sorteggio ha messo la Romania nel girone con gli Stati Uniti, la Svizzera e soprattutto la Colombia di un altro grande numero 10, Carlos Valderrama, una Colombia che arriva al Mondiale avendo strapazzato per 5-0 l’Argentina e presentandosi nel novero delle favorite. Ma i Cafeteros devono fare i conti con la scatenata Romania, che nella prima giornata del girone si impone per 3-1, con un gol di Hagi che rimarrà nella storia. Gica riceve palla largo sulla sinistra, a quaranta metri dalla porta. Si porta palla sul sinistro, si accentra, alza per un attimo la testa. Guarda al centro dell’area, vede il portiere colombiano fuori posizione. Fa partire un sinistro dei suoi, una di quelle traiettorie imprevedibili che termina la sua parabola gonfiando la rete. E’ il gol del 2-0, con la partita che finirà 3-1 per la Romania. Romania che poi, nella sua totale imprevedibilità, prenderà 4 gol dalla Svizzera e poi chiuderà il girone superando gli Stati Uniti e classificandosi al primo posto.

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Il tabellone riserva un incrocio particolare. Come a Italia ’90, sarà Argentina-Romania, ma non sarà Hagi contro Maradona. Diego si è fatto beccare all’antidoping, il suo Mondiale è già finito. Finirà a breve anche il Mondiale dell’Argentina, travolta da una Romania da sogno. Dumitrescu segna una doppietta in 18 minuti, con il secondo gol disegnato da un’invenzione di Hagi, che piazza la palla, dal nulla, pronta per essere spinta in porta. Poi Gica firma in prima persona il 3-1 che spinge l’Argentina verso casa. Dumitrescu ricambia il favore e, dopo una cavalcata in contropiede, lascia ad Hagi un pallone da mettere in rete. A Pasadena, anche se il Pibe de Oro non c’è, il confronto se lo aggiudica il Maradona dei Carpazi. Ma l’avventura rumena finisce ai quarti di finale. Come a Italia ’90, sono decisivi e fatali i calci di rigore, che premiano la Svezia e la mandano in semifinale. Hagi segna il suo rigore, ma a decidere è l’errore di Belodedici. Ancora una volta, all’ultimo atto, a un soffio dalla storia, Gheorghe Hagi deve arrendersi.

La seconda avventura spagnola e il Galatasaray

In una storia che sembra ripetersi uguale a se stessa, anche dopo Usa ’94 Hagi cambia casacca. Lascia Brescia e si trasferisce in Spagna, anzi, in Catalogna. L’opportunità è offerta dalla chiamata del Barcellona, ma soprattutto, per Hagi, dalla possibilità di essere allenato dal suo idolo di infanzia: Johan Cruijff. Il Barcellona, però, come il Real Madrid qualche anno prima, è in parabola discendente. In blaugrana ci sono Stoichkov e Romario a offuscare la stella di Gica, che, come sempre, ha bisogno di una squadra da prendere sulle spalle. Dopo due anni non proprio indimenticabili, nel 1996, a 31 anni, si trasferisce al Galatasaray. Sembra la scelta di un buen retiro, la fuga in un campionato meno competitivo, lontano dai riflettori del grande calcio europeo. Niente di più sbagliato.

Agli ordini di Fatih Terim, Hagi, per l’ennesima volta nella sua carriera, rinasce. Risorge e torna ad essere l’illuminante leader carismatico del gruppo. L’uomo d’esperienza che con il suo piede sinistro magico, riesce a decidere le sorti degli incontri. Anche se la velocità non è più quella di prima. Anche se gli scatti sono sempre meno, le accelerazioni sempre più rare. Ma quando hai un sinistro come quello e una testa che vede le cose succedere qualche secondo prima, non hai bisogno di essere il più veloce in campo. Il Galatasaray, con la colonia rumena, con il giovane Emre, con Ümit Davala e con i gol dell’eterno Hakan Şükür, si impone all’attenzione europea.

Nel 2000 arriva anche, finalmente, l’opportunità di alzare un trofeo. Forse all’ultimo giro di giostra, all’ultima possibilità. Il Galatasaray parte in Coppa dei Campioni, al secondo gironcino viene retrocesso in Coppa Uefa e, dopo una drammatica semifinale con il Leeds, raggiunge la finale di Copenaghen, contro l’Arsenal di Henry, Bergkamp, Overmars e Vieira. E’ una partita dura, ruvida, una di quelle che piacciono a Gheorghe Hagi. Si va ai supplementari, che però per Gica durano solo 3 minuti. Il capitano dei Gunners Tony Adams lo provoca, Hagi, senza pensarci, da testa calda, da chi decide di rispondere solo e soltanto al suo istinto, reagisce con una gomitata. Giallo per Adams, rosso per Hagi. Che deve guardare dal tunnel degli spogliatoi la partita andare ai rigori. Come Italia ’90, come Usa ’94. Sei anni dopo, il Maradona dei Carpazi rischia di vedere ancora una volta i suoi sogni sfumare dal dischetto. Ma stavolta lui non ha rigori da tirare, e, come in una sceneggiatura beffarda, stavolta il Galatasaray la vince quella Coppa.

L’ultima avventura con la maglia della Romania è a Euro 2000. Ai quarti di finale la Romania si arrende alla travolgente Italia di Dino Zoff. Hagi chiude, nervosamente, calpestando con i suoi tacchetti Antonio Conte. L’anno successivo Gheorghe Hagi dirà basta con il calcio, basta con le magie, basta con le traiettorie mancine, basta con i duelli in campo. Una volta ritiratosi, dichiarerà di non aver mai vinto il pallone d’oro solo perchè rumeno. Noi, romanticamente, non fatichiamo a credergli.

Ci sono giocatori che per sfortuna, per le circostanze, per proprie mancanze o semplicemente perchè le cose sono andate in un determinato modo, raccolgono meno di quanto avrebbero potuto. Ma sono proprio questi i giocatori che restano più a lungo nel cuore dei tifosi. I giocatori che restano a popolare i sogni e la fantasia di chi di calcio vive, convinti che le pagine di storia del calcio scritte dal Maradona dei Carpazi valgono quanto, e forse più, di quelle scritte da chi ha sollevato al cielo Coppe dei Campioni, Mondiali ed Europei.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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