Clara Town, Monrovia. Una delle tante baraccop oli della capitale Liberiana. Uno degli angoli più poveri del pianeta terra. Una nonna, Emma, lo prende...

Clara Town, Monrovia. Una delle tante baraccop

oli della capitale Liberiana. Uno degli angoli più poveri del pianeta terra. Una nonna, Emma, lo prende per mano. I genitori sono separati, in casa non c’è più la serenità per crescere il piccolo George.

Fuori, se possibile, va anche peggio.

Miseria, povertà, sfruttamento. Tutto ciò di cui George è circondato.

Strade sterrate, polverose. Si fa perfino fatica a guardarsi in faccia. Bambini che giocano con un pallone, l’unica cosa che può accumunare qualsiasi angolo più recondito di questo pianeta. Tra questi c’è anche George, che fino a quando c’è luce insegue quel pallone.

Non si stanca mai. Emma lo chiama, Emma lo sgrida. Bisogna che torni a casa e ti metti a studiare, non voglio che fai la fine di tutti. George la guarda e asseconda. Per qualche ora, giusto il tempo per ricaricarsi e tornare di nuovo in strada.

Non ci mette molto a farsi notare. Gli Young Survivors, la squadra del ghetto da cui proviene, gli offrono la prima possibilità di mettersi in luce. Non ci è dato sapere per quale scherzo del destino George finisca in porta, lui che diverrà uno degli attaccanti più forti in circolazione. Per un anno addirittura il più forte. In ogni caso non ci resterà molto tra i pali, gli bastano un paio di uscite palla al piede per allontanarsi definitivamente da quella linea di porta.

La sua carriera comincia realmente negli Invincible Eleven, la squadra più titolata della Liberia. Chi lo vede all’opera dice che lui non gioca a pallone, la sua è qualcosa di più simile ad una danza mistica e sinuosa, che per puro caso prevede come orpello un aggeggio fatto di cuoio. Danza e si svita su quel pallone. Fa una piroetta e lo ritrova magicamente. Quando sembra sfuggirgli apre la falcata e gli ripiomba addosso, come un leone con la sua povera preda. Fa letteralmente ciò che vuole, anche perché parliamoci chiaro, il livello del calcio liberiano lascia alquanto a desiderare. Un po’ meglio in Camerun, dove George decide di andare a giocare. Tonnerre Yaoundee, il nome della sua nuova squadra.

La storia non è tanto diversa, un gigante tra i bambini lo potremmo definire. Ma oggi è un giorno diverso. La sua vita sta per cambiare senza che lui ne abbia il ben che minimo sentore. Oggi ad osservarlo c’è un emissario del calcio europeo. Alto, giovane e dai lineamenti spigolosi. Ha appena intrapreso la sua avventura da commissario tecnico del Monaco. Si chiama Arsene Wenger ed il suo nome sarà sulla mappa del calcio mondiale, seppur legata ad un altro Club. La capacità di scovare del talento, quella no, non gli è mai mancata. Quando vede per la prima volta questo diamante grezzo non ha il minimo dubbio. Portatelo qui, lo farò diventare grande. E’ proprio al Monaco che inizia l’avventura di George Weah nel calcio che conta.

Wenger se lo coccola come un figlio, lo istruisce e rimane con lui a lavorare al termine di ogni allenamento. Il suo ammbientamento in Francia e a Monaco va alla grande. La prima stagione gli sembra di essere ancora per le strade della sua Monrovia, solo che al posto della terra qui l’erba cresce rigogliosa. Scarta avversari e segna. Sfrontato e spavaldo ,perché per strada si gioca così. Conclude la stagione terzo in classifica realizzando 14 reti. A questa stagione fa seguito un’annata meno fortunata, complice un infortunio. Ma il suo carattere è la sua forza. L’entusiasmo che porta con sé gli permette di affrontare anche i momenti più duri. Con il sorriso sulle labbra e una serenità d’animo tipica di chi conosce la vera sofferenza e sa che questo, in fondo, è pur sempre un gioco.

Trascorre altre due stagioni al Monaco, che gli portano in dote una coppa di Francia. Nell’ultima realizza 18 marcature, che rimarranno la sua miglior prestazione in carriera, pur non riuscendo a vincere il campionato con la propria squadra. E’ il periodo dell’egemonia dell’Olimpyque Marsiglia, difficile fermarlo. Dopo quattro secondi posti è tempo di cambiare aria. L’ambizioso Psg lo cerca e per Weah può essere la definitiva consacrazione. A differenza di Monaco, con Parigi non è amore a prima vista.

Qui la gente non sembra apprezzarlo particolarmente, viene fatto oggetto anche di insulti a sfondo razziale che George mai capirà né dimenticherà. Sul campo la prima stagione sembra riservare il solito copione, tante reti e secondo posto in classifica. L’OM vince di nuovo. Però qualcosa stavolta va storto, viene accusato di corruzione. Gli viene negato il titolo vinto sul campo, che passa d’ufficio ai secondi classificati del Psg. E’ il primo titolo per Weah a cui farà seguito quello della stagione ’93-94, quest’ultimo conquistato sul campo. La stagione successiva trova poco spazio, ma quando è impiegato segna. Soprattutto nelle notti europee di Champions, dove la stella liberiana è più fulgida che mai. Otto reti lo consacrano capocannoniere della manifestazione e trascinano la squadra di Parigi fino alla semifinale. Di fronte quella che sarà la sua prossima squadra, il Milan. Il Psg perde, il Milan invece si arrenderà in finale contro i lancieri dell’Ajax.

Weah viene acquistato da Silvio Berlusconi nel 1995. Non ci sono tripudi di gioia. Anzi, a dirla tutta,c’è molto scetticismo. Il nostro calcio è ai vertici mondiali, il nostro campionato tra i più difficili. In tanti pensano che George Weah sia destinato a fallire. L’esordio non lascia presagire nulla di buono. Classico appuntamento estivo con il trofeo Berlusconi che mette di fronte Milan e Juventus. Si decide ai calci di rigore, quello decisivo lo batte proprio lui, George Weah. E lo sbaglia. Le voci di chi lo critica rimbombano, ma sulla panchina rossonera c’è Fabio Capello, che in lui crede tantissimo. Non ti preoccupare, è solo un’amichevole, si ricrederanno.
Il riscatto può avvenire in tempi brevi, il 27 agosto 1994 c’è la prima giornata di campionato. Il Milan va a Padova. Il 27 agosto è anche la data di nascita di suo figlio George Jr, che lo chiama al telefono. “Cosa vuoi per il tuo compleanno”? “Niente papà, solo che fai un goal” “Promesso”. E così accade. Sesto minuto di gioco, cross dalla sinistra di Roberto Baggio. Weah si arrampica in cielo e colpisce di testa. Non c’è scampo. Ma l’asso liberiano non si accontenta. Decide di fare un regalo anche a Franco Baresi, servendogli l’assist per quello che sarà il suo ultimo goal con la maglia rossonera. Tutto scorre così in fretta, come le giornate trascorse a Clara Town dietro ad un pallone. Arriva dicembre, e con esso un appuntamento con la Storia. Per il primo anno il pallone d’oro si può assegnare anche a chi è nato fuori dai confini europei. Anche ad uno nato in Liberia, perché no. E’ il 26 dicembre 1995 quando S. Siro applaude il nuovo pallone d’oro, King George Weah. Il Re Leone. Il primo ringraziamento va ad Arsene Wenger, il primo a credere in lui. Al termine della stagione arriva anche la vittoria dello scudetto.

“Nella vita niente è sicuro finché non accade.”

George Weah

E accade qualcosa di incredibile anche l’8 settembre 1996. Anche se nessuno dei presenti a San Siro per quel Milan-Verona è convinto sia realtà. Qualcuno si da’ uno schiaffo in faccia come per dire, sono sveglio non è un sogno. Qualcun altro trattiene il respiro e accompagna solo con lo sguardo. Accompagna con il cuore in gola quella cavalcata interminabile, lunga 90 metri. Dal limite della propria area fino a quella avversaria driblando e facendosi beffa di chiunque provi a fermarlo. Tutti sembrano incantati, stanno assistendo a quello che potrebbe essere tranquillamente uno dei più bei goal della storia del calcio.
“Tutti lo abbiamo accompagnato nella sua corsa increduli pensando quando si ferma, quando si ferma….ma non si fermava mai.”

Zvonimir Boban

Un goal capace di unire tutte le sue caratteristiche: tecnica, velocità, potenza e resistenza. In un’unica azione di una bellezza stordente. Nella stagione ’98-’99 con il Milan allenato da Zaccheroni arriva il secondo scudetto. Anche in questa stagione qualcosa accade. E’ il 9 maggio 1999, stadio Delle Alpi di Torino, si affrontano Juventus e Milan. Mancano 3 giornate al termine del campionato e la Lazio è ancora avanti di un punto. La partita è di quelle fondamentali, da non fallire per nessuna ragione al mondo. George prega più del solito prima della partita. Sa che c’è bisogno anche del buon Dio. Ma il primo tempo è un incubo per i colori rossoneri. La juventus attacca incessantemente, ma il fortino rossonero regge. Per miracolo. Al primo minuto della ripresa qualcosa cambia. Un retropassaggio errato di Montero permette a Weah di superare Peruzzi con un colpo di testa. Le cose si mettono in discesa. Per il secondo goal serve lo zampino del fuoriclasse croato, Zvone Boban. Pallonetto a scavalcare la retroguardia bianconera che trova il leone liberiano lesto a spedirlo in rete. Weah prende per mano Zorro ed insieme si dirigono sotto lo spicchio riservato ai propri tifosi, pazzi di gioia.

A gennaio dell’anno 2000 si interrompe l’avventura rossonera di George Weah, entrato ormai nel cuore di ogni tifoso milanista. Amato come giocatore, come uomo e capace di portare tutto l’entusiasmo della sua terra nel nostro calcio. Ancora non è tempo di ritiro. Qualche zampata nel calcio inglese, alla corte di Gianluca Vialli al Chelsea. E poi Manchester, sponda City. L’ultima stagione in europa la gioca nell’Olimpyque Marsiglia, che tanti dolori sportivi gli aveva procurato nella prima avventura francese. A dimostrazione di un animo in cui non c’è posto per odio e rancore.Parallelamente alla storia nei club c’è il suo legame indissolubile con la patria. Quella Liberia, spesso tormentata dalla guerra civile, in cui fa ritorno non appena si presenta l’occasione. Per portare i soldi a nonna Emma, come in occasione del suo viaggio dopo il primo stipendio da professionista, la quale senza esitazioni va a distribuirlo agli abitanti della sua baraccopoli. Perché, in fondo, sono tutti parte di una famiglia allargata.

L’avventura di George con la maglia della nazionale Liberiana meriterebbe una storia a parte. E’ lui che, in pratica, ne permette la sopravvivenza. Compra le maglie, le attrezzature per gli allenamenti e sovvenziona le trasferte. Non gioca da attaccante. La retroguardia è il reparto più debole, se giocasse da attaccante probabilmente non gli arriverebbe nemmeno un pallone giocabile. Allora si reinventa libero, suscitando i commenti ironici dell’ex tecnico milanista Fabio Capello

“Non oso pensare che cosa siano gli altri attaccanti della Liberia. O sono scarsi dietro, oppure in avanti hanno solo fenomeni. Da visionare subito”.

Fabio Capello

Consapevole e forte della sua notorietà in patria, una volta abbandonato definitivamente il calcio, ha intrapreso la carriera politica. Candidato per le elezioni presidenziali nel suo paese, viene sconfitto solo al ballottaggio, con più di qualche dubbio sulla regolarità del voto. Il calcio per lui è solo un lontano ricordo. Noi, dal canto nostro, vogliamo solo ringraziarlo per come ha interpretato questo gioco, dedicandogli queste parole scritte più con il cuore che con la mente.

“Weah? Lui è shakespeariano. L’Atto Puro. L’Immediato. Lui è pre-veggente, uno che vede prima. Weah vuol dire Giuoco, nel senso di simbolo del mondo. È il Bambino, la trasgressione che il pubblico non s’aspetta, l’accadimento imprevisto .”

Carmelo Bene

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo