Gary Medel: il pitbull del nostro cuore Gary Medel: il pitbull del nostro cuore
Il pitbull è un cane particolare: ha la fama di essere particolarmente violento, ma in realtà il suo carattere riflette una incredibile nobiltà d’animo.... Gary Medel: il pitbull del nostro cuore

Il pitbull è un cane particolare: ha la fama di essere particolarmente violento, ma in realtà il suo carattere riflette una incredibile nobiltà d’animo. E’ fedele fino alla morte, e diventa aggressivo solo in un caso: quando c’è da difendere il suo padrone da una situazione di grande pericolo. Ecco, se avete visto la partita di Gary Medel contro il Brasile, probabilmente avrete capito perchè il soprannome di questo ragazzo sia proprio questo: Pitbull.

Questa partita Medel non avrebbe dovuto nemmeno giocarla, probabilmente. Era in dubbio, in fortissimo dubbio, per una noia muscolare. Ma se dei minatori cileni sono riusciti ad uscire vivi dopo 70 giorni da una trappola infernale ai confini con le viscere della terra, come può uno come il Pitbull saltare la partita della vita per una semplice noia muscolare?

Non scherziamo, noi lo sapevamo da subito che Medel sarebbe stato in campo, anche a costo di lasciarci le penne. E infatti, era lì, con una vistosa fasciatura, quasi un’impalcatura a dire il vero, a stringergli ogni fibra muscolare della sua coscia.

E la gioca, eccome se la gioca questa partita. Il Pitbull è letteralmente ovunque, fa sentire subito la sua presenza ad un Neymar oggi più cagnottesco del solito, rientra a coprire le vaccate di tutti i suoi compagni di difesa, è sempre l’ultimo uomo da saltare prima di buttare la palla alle spalle di Claudio Bravo.

E  la palla alle spalle di Claudio Bravo la butta dentro solo Gonzalo Jara, nessun altro riesce a superare la strenua difesa del Pitbull. E’ sempre pronto ad andare a difendere qualsiasi compagno si cacci nei guai, non ha paura ad andare a muso duro con gli avversari e con l’arbitro, che è pure Howard Webb e gli rende una ventina di centimetri.

Rapidissimo, esplosivo, reattivo: tecnicamente sono queste le qualità che permettono a Gary Medel di guidare la difesa della nazionale cilena. Ma le doti che lo fanno entrare nelle nostre grazie non sono prettamente tecniche nè tantomeno possono essere spiegate con le leggi della fisica. Da noi si chiama cuore, alle latitudini sudamericane si chiamano huevos. La capacità di non mollare mai, nemmeno un centimetro, per nessun motivo.

Quando Medel, che se gioca a Cardiff significa che non ha mai attirato l’interesse di grandi club, indossa la maglia rossa del Cile, non è semplicemente Gary Medel. E’ uno della Marea Roja, è uno dei minatori che sono usciti dall’inferno a 700 metri sotto terra, è uno dei tanti connazionali che ogni giorno lottano per portare a casa la giornata e nel calcio vedono un modo per sentirsi vivi, una volta di più.

Quando indossa la Roja, Gary Medel non può permettersi di dare meno del 100%: perchè è un dovere morale, perchè è la sua seconda pelle.

Medel, contro il Brasile il campo lo lascia solamente in barella, solamente al 108′: devono portarlo fuori quasi a forza, perchè non sta più in piedi e rischierebbe di farsi male ancora di più. Avesse avuto ancora solo una goccia di energia, sarebbe restato lì, a guidare i suoi compagni e a tenere in piedi il muro cileno.

E invece, deve vedere i suoi compagni resistere per tutti i supplementari. Deve vedere Pinilla colpire una traversa che, per pochi centimetri, avrebbe riscritto la storia. Deve vedere la Roja cedere ai rigori. E, alla fine, il suo pianto a dirotto è il simbolo di questa giornata. Il simbolo di chi, come noi, vive il calcio con l’anima, con il cuore, si, diciamocelo, con le palle. Perchè per una partita di calcio si può piangere anche se si è professionisti esperti, si può piangere anche e soprattutto se si è il Pitbull Medel.

Perchè le lacrime se le può permettere solo chi ha buttato anche sangue e sudore per la propria maglia e per il proprio popolo. Grazie di tutto, Pitbull. Noi, un abbraccio te lo mandiamo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro

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