Quando l’ombra della morte, del pericolo, dell’incertezza sul tuo futuro aleggia sulla tua testa, non puoi permetterti di conoscere il significato della parola paura....

Quando l’ombra della morte, del pericolo, dell’incertezza sul tuo futuro aleggia sulla tua testa, non puoi permetterti di conoscere il significato della parola paura. E’ un vocabolo che, nel tuo personale dizionario, non trova ragione di esistere, non ha diritto di cittadinanza. Sarà per questo che, in campo, Gary Medel gioca ogni partita come se fosse l’ultima della sua carriera, come se al termine di quei 90 minuti dovesse appendere le scarpette al chiodo e smettere di correre per il campo. 

Sarà per questo che Gary Medel gioca al massimo ogni partita, dilania i suoi polmoni e le sue gambe, portandole fino allo sforzo estremo. Fino a quando ogni fibra muscolare chiede pietà, fin quando solo le lacrime possono portarti a forza fuori dal campo, trascinato fuori a braccia dai tuoi compagni, come contro il Brasile negli ottavi di finale del Mondiale del 2014. Sarà per questo, senza dubbio. Quando non sai cosa ti riserverà la vita, soprattutto se il posto in cui sei cresciuto non è il più raccomandabile del mondo e anzi, da quel posto si esce spesso in un sacco nero o ingabbiati dalle manette, portati verso chissà quale penitenziario, non puoi permetterti di dare meno del cento per cento della tua anima, qualsiasi cosa tu stia facendo. E, per la gioia di noi che oggi possiamo ammirarlo, quello che Gary Medel sta facendo è giocare a calcio. Per sua e per nostra fortuna.

Se non avessi fatto il calciatore sarei diventato un narcotrafficante o uno spacciatore.

Cerro San Cristobal, uno di quei posti che è meglio farsi raccontare che vivere sulla propria pelle. Uno di quei posti in cui se non ci sei nato è meglio non entrare. E’ qui che nasce, in un caldo agosto del 1987, Gary Alexis Medel Soto. Per tutti Gary, per molti Pitbull. Cerro San Cristobal è uno di quei posti in cui si diventa grandi in fretta, in cui ti mettono in mano un coltello, una pistola o una dose di qualcosa molto prima del tempo. Per fortuna, come tanti altri ragazzi sudamericani cresciuti in posti come Cerro San Cristobal, Gary Medel ha un rapporto speciale con il pallone. Sin da piccolo, si capisce quello che ci farà con quel pallone. Non farà magie, non farà sparire il pallone in mezzo alle gambe degli avversari, non lo infilerà nel sette con un colpo da prestigiatore, non segnerà valanghe di gol. Niente di tutto questo, ma dal primo momento in cui Gary mette piede su un campo di calcio, si capisce che darà l’anima e tutto quello che gli resta in corpo per la sua squadra, per i suoi compagni, per il suo allenatore.

Ci sono tanti sforzi da fare, per far giocare il giovane Gary a pallone. Ma la strada è quella giusta, lo capiscono i suoi genitori che ci credono. E infatti arriva la chiamata dell’Universidad Católica, una delle tre squadre più importanti di tutto il Cile. Qui Medel fa tutta la trafila delle giovanili, fino a esordire in prima squadra nel 2006. Si accorgono tutti che quel ragazzo che non molla mai ha dentro un fuoco speciale. E infatti, al suo primo derby contro la Universidad de Chile, si fa notare per un entrataccia su Marcelo Salas, mica uno qualsiasi, che gli vale il cartellino rosso. Insomma, Gary Medel non ha paura di niente e di nessuno. Non gli fa spavento nemmeno il reato di lesa maestà ai danni del Matador, una leggenda del calcio cileno.

Arriva anche la chiamata delle nazionali giovanili cilene. E difendere i colori della Roja in giro per il mondo è un onere, certo, ma anche un onore. Al Mondiale under 20 del 2007, il destino mette di fronte Argentina e Cile. E, ovviamente, non è una partita normale, non per Gary Medel. Una partita che per Medel durerà 15 minuti soltanto. Il motivo? Un cartellino rosso, ovviamente. A fine partita, tanto per gradire, deve intervenire la polizia per sedare i giocatori cileni che vorrebbero menare arbitro e argentini che hanno il coraggio di festeggiare in campo. Insomma, in ogni caso, qualche dopo quel Mondiale, Carlos Bianchi si accorge di questo mastino, e decide che è quello che serve per il suo Boca Juniors. Uno come lui, alla Bombonera, ci mette davvero molto poco ad ambientarsi. E, ovviamente, l’atmosfera tesa delle partite più importanti, non gli fa paura, nemmeno lo sfiora l’idea.

Dovrei sentire la pressione di giocare alla ‘Bombonera’? Un giorno, mentre giocavo nel mio barrio, mi hanno puntato tre pistole alla tempia. Quella è pressione.

Un giocatore così ci mette sempre meno del previsto a diventare indispensabile. Non ha grandi doti tecniche, anzi. Eppure dal campo non lo sposti nemmeno con le cannonate. Si attacca alle caviglie dei costruttori di gioco avversari e li insegue finché non mollano la palla. O finché non stramazzano al suolo colpiti da una randellata delle sue, una legnata che serve a mettere in chiaro quel paio di cose necessarie a proseguire in tranquillità la partita. Si guadagna ben presto il soprannome di Pitbull. Come Edgar Davids, come un cane fedele, disposto a tutto per difendere il proprio territorio e il proprio padrone, sempre fedele al branco. Proprio come un pitbull, che non è aggressivo per natura, ma lo diventa in situazioni di pericolo, Gary Medel si piazza davanti la difesa a ringhiare, a scacciare il pericolo. E non la smette finché non passa. O finché non finisce la partita.

Comunque, i tempi della consacrazione stanno per arrivare. In un calcio in cui si pensa troppo spesso ai campioni, a quelli che risolvono le partite, quelli come Gary diventano merce sempre più rara. Diventa rapidamente un perno della nazionale cilena, con la quale disputa i Mondiali del 2010. Saranno proprio quei mondiali che lo metteranno nel mirino dei club europei. Nel frattempo, fa parlare di sé anche fuori dal campo. Discoteche, storie tese, automobili che si cappottano trasformandosi in rottami, una ragazza che precipita dal balcone di casa sua a Santiago. Gary Medel è destinato a non rimanere fermo, tranquillo e calmo nemmeno per un secondo, nemmeno fuori dal campo. L’inquietudine è il suo destino.

Poi però si torna in campo e ci si dimentica di tutto. E’ il febbraio del 2011, e il Siviglia si butta su Gary Medel, affidandogli una maglia bianca e rossa. Europa, Sudamerica, Cile, Argentina, Spagna. Non fa differenza. L’impegno in campo è sempre quello, la fame e la voglia di ringhiare addosso a tutto e tutti, l’orgoglio da mettere in campo per superare i limiti di un fisico che non è proprio quello di un gigante pure. Nel frattempo, ha imparato anche un altro mestiere. Di tanto in tanto inizia a piazzarsi anche al centro della difesa, in genere a 3. Perchè nonostante l’altezza, riesce ad arrivare sempre prima di tanti attaccanti sul pallone. Riesce ad anticipare il suo uomo, a non farlo respirare. Con la maglia del Siviglia fa incetta di tibie e cartellini, finchè, nel 2013, arriva una chiamata dalla Premier League, dal Galles. Cardiff City. 13 milioni di euro spesi per lui, che però non incide come vorrebbe e dovrebbe. La sua squadra retrocede in Championship.

In estate, comunque, ci sono i Mondiali del 2014. Quelli in cui Gary Medel fa innamorare quei pochi stolti che ancora non lo conoscevano. Il Cile gioca un primo girone memorabile, infligge una lezione storica alla Spagna e si qualifica agli ottavi di finale. E’ una partita maledetta in cui però Medel si mostra al mondo quale il gigante che è. Gioca incerottato a causa di un fastidio muscolare che lo ha colpito dopo la partita con l’Olanda. Lotta come un leone su tutti i palloni, combatte con Fred e Neymar finchè può, finchè non crolla a terra in lacrime. E, credeteci, esistono davvero pochissime cose al mondo in grado di far collassare a terra Gary Medel, ancor meno che possano costringerlo ad aprire il sacco lacrimale. Ma poi, se lo conosci, te ne accorgi subito.

Il soldato Gary non sta piangendo per il dolore. Non potrebbe mai. Sta piangendo perchè è costretto ad abbandonare i propri compagni, sta piangendo perchè si sta sottraendo alla battaglia, una cosa che per lui è un marchio di infamia. Non potrebbe mai piangere per i 10 millimetri di squarcio nella coscia che lo costringono ad abbandonare la contesa. Il Cile quella partita la perderà ai rigori, dopo una traversa di Pinilla che avrebbe potuto cambiare la storia del match e della Roja. Ma da quella partita Gary Medel uscirà con una medaglia appuntatagli dall’Esercito sul petto. Un premio al patriottismo, alla disciplina e al coraggio mostrati dal soldato Medel durante i Mondiali.

Il Cardiff City non può permettersi Medel, Medel non è uomo da seconda serie inglese. Nell’estate del 2014, un po’ a sorpresa, l’Inter si fionda sul cileno e lo porta in Italia. L’Inter vive una stagione strana, quasi fallimentare. Cambiano moduli, allenatori, uomini in campo. Quasi tutti, perchè Gary è sempre lì, inamovibile, l’unico a mettere sempre l’anima anche nelle giornate peggiori. Arriva però l’estate, l’occasione di redenzione di una stagione fallimentare per lui, l’occasione di una vita per la generazione dorata cilena. La Copa America in casa, il sogno di un’esistenza intera. Un sogno che diventa realtà, grazie alla solita monumentale presenza di Medel in mezzo alla difesa. Un sogno condito anche da un suo gol, abbastanza simbolico, nel 5-0 alla Bolivia.

La campagna acquisti dell’Inter, quest’anno, faceva immaginare un ridimensionamento. Ma nemmeno Roberto Mancini è indenne dal fascino del Pitbull. Prima del derby di Milano, Miranda, già diventato guida della difesa nerazzurra, si fa male. Niente paura, il tecnico dell’Inter sa di avere a sua disposizione un guerriero pronto a fare un passo indietro. Medel lascia il comando delle operazioni a centrocampo a Felipe Melo, un altro della sua stessa tempra, e se ne va dietro, in mezzo alla difesa, a battagliare con Carlos Bacca e Luiz Adriano. E ne esce quasi sempre vincitore. Perchè non importa l’altezza, la tecnica, il fisico. Noi, uno come Gary Medel, lo vorremmo sempre in campo dalla nostra parte.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro