Gabriel Omar Batistuta, il Re Leone Gabriel Omar Batistuta, il Re Leone
Avellaneda, provincia di Santa Fe, dipartimento di General Obligado. Ventitremila anime appoggiate sulla riva sinistra del torrente El Rey. Ventitremila anime, quasi tutte di... Gabriel Omar Batistuta, il Re Leone

Avellaneda, provincia di Santa Fe, dipartimento di General Obligado. Ventitremila anime appoggiate sulla riva sinistra del torrente El Rey. Ventitremila anime, quasi tutte di origine italiana. Tra queste ne spicca una. Ha i capelli lunghi , castano chiaro, è una forza della natura. Un uragano che spazza via tutto ciò che incontra, un fiume che rompe gli argini e tracima, lasciando dietro di sé soltanto macerie.

El Camion viene soprannominato. Perché poche cose sanno descrivere meglio di un soprannome argentino. Perché il primo impatto è quello, imponente ma non bello. Non bello assolutamente. Re Leone verrà dopo, molti anni più tardi.
Il suo nome è Gabriel Omar Batistuta, figlio di Osmar. E’ un ragazzo irrequieto, non sta mai fermo. Il pallone lo conosce presto, ma non lo prende subito a calci. Non lo strapazza ancora scaraventandolo a mille chilometri orari, fino a fermarsi solo in corrispondenza di una rete bianca, solo perché oltre quel punto non può proseguire.

Gioca a pallacanestro e pallavolo fino ai sedici anni, fino al giorno in cui riceve un poster allegato alla rivista El Grafico. Su quel poster è immortalato il più grande giocatore di calcio, Diego Armando Maradona.

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Ha qualche chilo di troppo Gabriel , quando inizia a maltrattare un pallone nel barrio Chapero. Ciò non gli impedisce comunque di esser notato dagli osservatori del Newell’s Old Boys, i quali lo prelevano e lo portano a Rosario. C’è un loco che allena da quelle parti. Lo stesso loco che ora guarda tutti dal basso all’alto in Francia, alla guida del suo Olympique Marsiglia. C’è Marcelo Bielsa, quanto è piccolo questo mondo.

Gli impone una dieta ferrea, con lui usa spesso il bastone e poco la carota. In Batistuta il loco vede qualcosa di speciale e, come spesso accade, avrà ragione lui. Siamo nel 1988, in quella che può considerarsi la prima stagione da professionista. Nel 1989 conosce per la prima volta l’Italia, ma è una toccata e fuga per il prestigioso torneo giovanile di Viareggio.

Tornato in patria si prospetta la grande occasione, nella capitale. Lo vogliono i milionarios del River Plate. L’esperienza comincia bene ma sulla panchina del River Passarella prende il posto di Merlo, e la fiducia del nuovo tecnico per l’attaccante è prossima allo zero. Dimenticato tra le riserve Gabriel Omar Batistuta è quasi costretto ad andarsene, per la verità non molto lontano.

Passa agli odiati rivali del Boca con cui vincerà, di lì a poco, un campionato, risultando anche capocannoniere. Siamo nel 1991 e la Nazionale gli spalanca le porte. E’ tempo di Copa America che viene portata a casa dall’Albiceleste soprattutto grazie al contributo di Batistuta a segno contro il Brasile ed in finale con la Colombia.

Nell’estate del 1991 in Italia ci viene per davvero, per restarci. Cecchi Gori lo porta a Firenze. Non è un salto facile quello nel nostro calcio. Viene accolto con un misto di dubbi e scetticismo, dalla gente ma anche dai compagni di squadra che in lui vedono solo un fisico tutto da plasmare al mondo del pallone.

Durante il mio primo allenamento con lui ai tempi della Fiorentina ho pensato che fosse uno dei giocatori più scarsi che avessi mai visto.
(B. Laudrup)

Finisce spesso al centro del “torello” in allenamento, perché la sua tecnica non sopraffina non gli consente un controllo palla ottimale. Ma Omar non molla, non un singolo istante. L’allenatore fischia per dare una spiegazione, per far notare qualcosa che non va. Batistuta prosegue col pallone e calcia in fondo alla rete, poi si volge in direzione del tecnico per ascoltare. Per prima cosa il goal, poi se ne parla. Nasce e cresce dentro di lui il vizio del goal, fa parte della sua vita, quasi quanto la compagna Irina.

Il modo più veloce per entrare nel cuore di un tifoso Viola? Fare goal alla Juventus. E così accade. Il 26 gennaio 1991 , Carobbi la butta in mezzo all’area e Batistuta insacca correndo sotto la Fiesole. E’ l’inizio di una storia d’amore, destinata a durare 10 lunghissimi anni . Firenze e Batigol una cosa sola.

Sono rimasto lì [a Firenze] perché volevo restare. Sono orgoglioso del fatto che tanti grandi club mi volevano, ma vincere un titolo con il Manchester United sarebbe stato facile. Ho segnato gol contro i migliori difensori in Italia, i migliori del mondo in quel momento. Avrei vinto il Pallone d’Oro se fossi stato nel Barcellona o nel Manchester, ma volevo vincere con la Fiorentina. Volevo conquistare il campionato con una piccola squadra e entrare nella storia.

Conosce la sofferenza della retrocessione in serie B, conosce la gloria della Coppa Campioni vissuta da protagonista. Tutto con la maglia di quella che è ormai a tutti gli effetti la sua città. Nella stagione 94-95 realizza 26 reti diventando il capocannoniere della serie A. Nella stagione successiva, in occasione della sua centesima partita con la maglia viola, i tifosi gli tributano una statua, proprio ai piedi della Fiesole, con questa effige “Guerriero mai domo, duro nella lotta, leale nell’animo”.

Quello che davanti alla porta sembra un assassino spietato in realtà ha un cuore d’oro, per la propria squadra è disposto a sacrificare anima e corpo. Non è un modo di dire, le sue caviglie , al termine di ogni partita, diventano grosse come meloni. Ma lui non vuole smettere di giocare, non ci pensa proprio. Sono cose che pagherà in futuro, arrivando a pregare un medico di amputargli entrambi gli arti per quanto dolore provasse.

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Ma adesso non ci pensa. C’è solo la Fiorentina e un altro goal da realizzare. Arrivano intanto la vittoria in coppa Italia, contro L’Atalanta, e quella in Supercoppa contro il Milan, celebre per la doppietta realizzata e la dichiarazione d’amore planetaria alla moglie Irina. Ma quel maledetto scudetto non arriva mai. Proprio non ne vuole sapere. Quando sembra poter essere vicino, nella stagione 1998-1999, ci si mette il destino di mezzo.

La Fiorentina, guidata da Trapattoni, è campione d’inverno e sembra poter arrivare fino in fondo. Sembra. Perché la beffa è lì dietro l’angolo e si materializza sotto forma di infortunio muscolare, mentre Batigol sta correndo verso la porta avversaria. Poi c’è quell’altro che per il Carnevale vola a Rio e chissà che fine fa…si quell’altro è quel fottuto idolo che risponde al nome di Edmundo.

Poteva essere l’anno buono, ma non lo sapremo mai. In campo europeo la musica è più o meno la stessa. Zittisce il Camp Nou con una bordata delle sue nella semifinale di andata di coppa delle Coppe, ma non potrà partecipare alla gara di ritorno in quanto squalificato. La Fiorentina verrà eliminata mentre i blaugrana alzeranno il trofeo.

In Champions segna sia a Wembley, contro l’Arsenal che all’Old Trafford contro il Manchester. Se contro i Gunners la sua rete sarà decisiva per il passaggio del girone non si potrà dire altrettanto per il goal realizzato contro i Red Devils.

Destro, sinistro, testa o accrobazia. Il Re Leone affonda il colpo e miete vittime.

Quando tira verso la porta, lo vedi che calcia con una rabbia che sembra voglia ammazzare il poritere, sfondare la rete.
(Luis Suarez ,ex Inter)

Come molte storie d’amore, anche quella tra Batistuta e Firenze è destinata ad interrompersi. Almeno da un punto di vista sportivo, perché siamo certi che in ogni tifoso Viola un posto speciale proprio in fondo al cuore è riservato al bomber argentino col 9 sulle spalle. La sua corsa verso la bandierina e la sua mitragliata dopo i goal hanno segnato un’intera generazione, ogni cuore di delinquente ha provato un sussulto.

Il 14 maggio si congeda da Firenze, nel modo a lui più congeniale. Tripletta al Venezia e tanti saluti. Se ne va da miglior marcatore nella storia della Fiorentina, grazie ai 152 goal realizzati. Se ne va un po’ perché in rotta con la società da tempo, un po’ per la smodata ambizione di conquistare quel dannato scudetto. Se ne va, punto.

ITALY SOCCER BATISTUTA INTER
La Roma di sensi investe 70 miliardi di lire per averlo. C’è Don Fabio Capello alla guida, le ambizioni sono tante. Batigol fisicamente non è più quello dei primi anni fiorentini, non lo sarà mai. Ma quel tiro, quel calcio potente quanto la dinamite quello non scompare. Venti reti realizzate nel primo anno, che contribuiscono alla vittoria dello scudetto.

Sarà questo l’ultimo anno in cui il Re Leone potrà ancora ruggire forte e incutere timore. Gli anni successivi, tra Roma, Inter e Qatar gli presenteranno un conto salatissimo in termini di salute fisica. La voglia di non riposarsi mai, di dare tutto per la propria squadra gli ritornano tutti indietro, nel modo peggiore possibile. Lo costringono a fermarsi, a stare in gabbia. Il Re Leone in gabbia.

Una pelle viola l’altra albiceleste. Il suo club e la sua patria. Con la nazionale vince due Copa America e partecipa ai mondiali del 1994, 1998 e del 2002. Cinquantasei reti realizzate, mai nessuno come lui.

Un attaccante infinito, per il quale giocare era sinonimo di segnare. Proprio come quel 26 novembre 2000, la prima volta da avversario della Fiorentina in maglia giallorossa. La palla di Guigou arriva nella sua direzione, non c’è tempo per pensare. La scaraventa in rete alla sua maniera. Perché Batigol è così, prima segna e poi si asciuga la lacrima che riga il suo volto. Dio solo sa quanto ci manca.

Ho avuto molti giocatori di quel ruolo, però penso che Batistuta sia il migliore che abbia mai avuto.
(G. Trapattoni)

Paolo Vigo
twitter: @Pagolo

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