Gábor Király, l’ultimo romantico con il pigiamone Gábor Király, l’ultimo romantico con il pigiamone
Siamo ormai abituati ai mutamenti che il calcio ci offre ogni santo giorno. Le maglie diventano più attillate, i palloni colorati, le scarpe pure,... Gábor Király, l’ultimo romantico con il pigiamone

Siamo ormai abituati ai mutamenti che il calcio ci offre ogni santo giorno. Le maglie diventano più attillate, i palloni colorati, le scarpe pure, e le divise dei portieri si piegano alle esigenze del Dio marketing diventando sempre più appetibili, diventando merce da esporre e vendere il più possibile.

Il calcio, per molti se non per tutti, è diventato un business sul cui altare sacrificare tutto il resto. Produrre, vendere, monetizzare. Eppure, qualche irriducibile romantico che ancora ci tiene attaccati a questo sport e alle sue nobili radici, pare essere rimasto. Ultimi baluardi di un calcio che sembra essere passato a miglior vita, ultime colonne d’Ercole di uno sport che non vuole vendersi alle esigenze di copione dei Signori del pallone.

Le divise da gioco, dicevamo. Nuovi materiali, nuovi design, tutto studiato per convincere milioni di ragazzini a correre a comprare la maglia del loro idolo, a cambiarla ogni anno, o forse ogni sei mesi. Poi, però, arriva un portiere con il fisico da impiegato, la pancetta e i capelli che diventano ogni anno sempre di meno, e ci insegna che anche nel calcio la resistenza è ancora possibile.

Succede ogni volta che ci imbattiamo in questo quasi quarantenne che difende i pali dell’Ungheria e, nel resto dell’anno, dell’Haladas, la sua prima squadretta, quella da dove è cominciata questa pazza storia che parla di un numero uno e della sua tuta portafortuna.

Ogni volta che ci capita di dare un’occhiata a qualche partita della nazionale magiara, noi malati di pallone abbiamo solo una curiosità. Scoprire se tra quei due pali c’è ancora lui: Gábor Király, l’uomo che ha mandato a farsi benedire l’estetica del calcio. Si, perchè da più di 20 anni, Gábor Király gioca con lo stesso pigiamone grigio, anonimo, senza marca. Portato da casa e lavato dalla mamma, probabilmente. Quel pantalone grigio è l’ultimo baluardo di un calcio romantico che sta affondando, quel pigiamone grigio è l’ultima certezza alla quale possiamo aggrapparci noi che stiamo vivendo questa complicata fase di transizione dal calcio come sport al calcio come business. Quel pigiamone grigio è la nostra ultima speranza.

La leggenda narra che Király fosse solito indossare, ai tempi dei suoi esordi in prima squadra nell’Haladas, un pantalone nero, di quelli imbottiti che si usano per attutire i colpi sui campi in fango, pietre e terra che popolano l’Ungheria di fine anni ’80 e inizio anni ’90. Un giorno, prima di una partita, succede il fattaccio. La mamma lava la divisa, non fa a tempo ad asciugarla e stirarla, Gábor Király deve scendere in campo con una tuta grigia, diversa dal solito. Bè, la sostanza è che con quella tuta grigia fa un partitone, poi un altro ancora, poi un altro e un altro ancora. E quel pigiamone grigio diventa il suo portafortuna.

Gábor Király comincia a girare l’Europa del football: Herta Berlino, Crystal Palace, West Ham, Aston Villa, Bayer Leverkusen, Monaco 1860, Fulham. Cambiano le squadre, non cambia quel pigiamone che Gábor infila poi nei calzettoni, per stare più comodo. Diventa il suo portafortuna e il suo simbolo. Diventa un’icona romantica che scalda i cuori.

Ieri, l’Ungheria, anche grazie alle parate dell’uomo con la tuta grigia, ha espugnato Oslo e ora si giocherà in casa propria la possibilità di qualificarsi per la fase finale di Euro 2016. Abbiamo un sogno, lo ammettiamo. Quest’estate, in mezzo a divise sgargianti, magliette attillate e scarpini fluorescenti, noi romantici del pallone vorremmo vedere una tuta grigia, larga e sporca di fango farsi spazio e spiegare al mondo che il calcio è anche questo.

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro