Fanno presto, loro. Arrivano, ti guardano un po’, pensano di saperne più di tutti gli altri. E poi, ti piantano addosso l’etichetta che ti...

Fanno presto, loro. Arrivano, ti guardano un po’, pensano di saperne più di tutti gli altri. E poi, ti piantano addosso l’etichetta che ti porterai addosso per tutta la vita. E che sarà la tua condanna, la tua dannazione eterna. E’ andata così, e continuerà ad andare così.

Gli anni 2000 sono arrivati da poco, e negli Stati Uniti il calcio, a qualche anno di distanza dal mondiale di casa, sta ancora faticando a imporsi come sport per le masse. Diciamo che il rapporto degli americani con il soccer (perchè il football è un’altra cosa, da quelle parti) non è ancora catalogabile come “idilliaco”. Eppure, c’è un ragazzino che potrebbe cambiare tutto. E’ il protagonista della nostra storia, ed è sua la fronte sulla quale hanno appiccicato quell’etichetta di cui parlavamo poco fa. Si, è Freddy Adu. Il nuovo Pelè.

Fredua Korateng Adu. Non è il tipico nome americano, per niente. E infatti, colui che doveva essere l’erede della Perla Nera, nasce il 2 giugno del 1989 a Tema, sulle coste ghanesi del continente africano. Oddio, viene registrato all’anagrafe il 2 giugno del 1989. Perchè come sempre, in storie come queste, l’età è solo una cifra sulla carta d’identità, e chissà da quanti mesi o anni era al mondo il piccolo Fredua, in quel giugno del 1989. Fatto sta che in Ghana ci resterà per poco tempo. Si, perchè la sua famiglia vince una delle ambitissime green card nelle lotterie del governo statunitense. E allora, via, a 8 anni, da Tema a Washington DC. La capitale. L’inizio di un vero e proprio sogno americano.

In Ghana Freddy amava rincorrere il pallone per ore, insieme a ragazzi più grandi, molto più grandi. Le leggende narrano che giocasse anche contro gente con il doppio dei suoi anni. E, ovviamente, nessuno lo prendeva. Normale che, appena arrivi negli States, i genitori decidano di mandarlo a giocare a calcio per davvero. Nel 2002 Freddy ha 13 anni ed entra nella IMG Soccer Academy, una sorta di scuola del calcio con l’ambizioso obiettivo di costruire campioni.  Qualche anno prima, quando di anni ne aveva 10, era arrivata addirittura l’Inter, da Milano, con un contratto pronto solo da firmare. Ma i genitori dicono di no, non è il caso di sorvolare ancora una volta l’Oceano Atlantico. E Freddy sembra essere davvero tanto forte da non aver bisogno di nient’altro che di un pallone da schiantare in rete. I coetanei (o presunti tali) se li mangia letteralmente. E’ tutto pronto, il palcoscenico del grande calcio aspetta solo e soltanto Freddy.

La Nike, quando Adu non ha ancora compiuto 14 anni, bussa alla sua porta. In quegli uffici hanno capito che qui c’è una signora storia. C’è un ragazzo ghanese pronto a insegnare il soccer agli americani, c’è la storia del sogno a stelle e strisce e della Land of Opportunity. E’ una storia di quelle che piacciono tanto a chi vuole vendere dei prodotti, insomma. Adesso manca solo la consacrazione, manca solo il paragone eccellente. La Nike alza la cornetta e chiama Edson Arantes Do Nascimiento. Pelè. C’è un ragazzino che diventerà forte come te, anche di più. Ti va di fare due foto insieme a lui? Eccole qui, le foto per le copertine patinate e i manifesti pubblicitari. Eccola qui, quella maledetta etichetta. Il nuovo Pelè.

Freddy cresce, e inizia a giocare nella MLS. Dove brucia tutti i record di precocità con la maglia del DC United. Può giocare sulla fascia, correre su e giù e accentrarsi. O alle spalle delle punte, ma con la tendenza anche a metterla in porta, la palla. Tecnica e fisico: diventerà il calciatore del futuro, il giocatore del 2000. Il Manchester United prova a metterlo sotto contratto, poi forse cambia idea. Ma di lui sentiremo parlare. Eccome.

A 16 anni ha già indossato la maglia della nazionale statunitense, e nel 2005 gioca il suo secondo mondiale under 20. Dovrebbe essere quello della consacrazione. Dovrebbe mettersi in tasca gente del calibro di Leo Messi. Eppure, qualcosa ha già cominciato a incepparsi. Se a quattordici anni era una promessa, qualche anno dopo, qualcuno già si aspettava di trovarsi di fronte a un talento senza eguali. Se questo è il nuovo Pelè, come mai non comincia a segnare caterve di gol contro qualunque avversario? Come mai non trascina le sue squadre al successo da solo? Pelè, alla fine, non faceva questo?

Freddy Adu comincia a convivere con il peso delle aspettative. Mentre lui rimane una promessa, quelli contro cui giocava nelle giovanili, iniziano a diventare forti, famosi, campioni. Ma ci sarà tempo, perchè, nel 2007 arriva la proposta del Benfica. Ragazzo, se vuoi diventare grande, oggi, devi andare a giocare in Europa. Se vuoi dimostrare a tutti quanto vali, è in Europa che devi farlo. Sbarca in Portogallo con la fama di campioncino pronto ad esplodere. Succederà tutto il contrario, e l’avventura europeo sarà l’inizio del declino di Adu. Ma Freddy ancora non lo sa.

Del ragazzino promettente sembra non esserci più neanche l’ombra. E’ come se, all’impatto con il calcio dei grandi, quello vero, una volta diradata la nube di fumo che lo circondava, Freddy si fosse svegliato nudo, impaurito e indifeso. Se fino a qualche anno prima sembrava un gigante in mezzo ai bambini, ora il bambino è lui. E non serve a nulla cambiare squadra, girare l’Europa in prestito. Monaco, Belenenses, Aris Salonicco. Niente. Non trova spazio, nessuno se la sente di puntare su un ragazzo che sembra essere diventato amorfo. Magari, senza tutta quella pressione, tutte quelle aspettative…

Tra il 2008 e il 2011 segna una volta. Una sola maledettissima volta. Il nuovo Pelè.

Ricomincia a girare come una trottola. Turchia, al Rizespor. Poi torna un anno in patria, Philadelphia Union. Sembra aver ritrovato almeno un minimo di costanza, ma invece ricomincia il suo calvario. Brasile, aprile 2013. Il Bahia si prende Freddy Adu come contropartita nell’affare del passaggio di Kleberson in MLS. Insomma, Freddy da talento indiscusso e futuribile è diventato merce di scambio. E alla fine di quella stagione, resta senza contratto. Abbandonato da tutti. Pelè non è più un paragone da tirare fuori, nossignore.

Ci sono tante spiegazioni, a questo crollo. Gli infortuni non lo lasciano in pace, lui, poi, sembra abbastanza incline a mostrare problemi caratteriali di non poco conto. Insomma, non è mai stato semplice essere Freddy Adu, esserlo con la pressione del fallimento alle spalle è ancora meno facile. Anche solo strappare un contratto diventa un problema. Gli unici a fidarsi, nel 2014, sono i serbi del Fudbalski Klub Jagodina, che gli fanno firmare un contratto. Adu non scenderà mai nemmeno in campo, con la loro maglia.

Si segnala, di tanto in tanto, per qualche ospitata in qualche locale, come un tronista di Uomini e Donne qualsiasi. Su Twitter, fa il testimonial per una marca di aspirapolvere. Nel marzo del 2015 firma per il KuPS, in Finlandia. Undicesima squadra in undici anni, senza contare i provini. Negli ultimi anni, si è visto prima in NASL (con i Tampa Bay Rowdies) e poi in USL (con i Las Vegas Lights). Il sogno di Freddy Adu può definitivamente dirsi tramontato.

A dimostrazione che le etichette, in questo mondo maledetto del pallone, fanno più male che bene. Del nuovo Pelè è rimasto solo il ricordo, forse l’ombra. 

Valerio Nicastro
twitter: @valerionicastro